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***Costituzione sotto i riflettori***
OLTRE LA POLEMICA POLITICA: A CONFRONTO SUL TESTO DEL 1948 E SULLA SUA ATTUALITÀ

agosto 19, 2010 di Redazione 

Il dibattito-scontro politico di quest’ultima settimana è stato tutto centrato sulla Costituzione, tirata da una parte e dall’altra, pur di giustificare ad hoc determinate richieste. Ad esempio, quella del ritorno al voto come unica soluzione in caso di crisi. Sul giornale della politca italiana proviamo ad approfondire l’argomento, dando spazio a un confronto di alto livello sulla querelle Costituzione formale-Costituzione sostanziale. Leggiamo con attenzione l’ottimo pezzo di Pietro Salvatori, grande firma anche di ‘Liberal’, che ha sentito per noi il costituzionalista Michele Ainis e il docente di Scienza politica a Firenze, Roberto D’Alimonte.

Nella foto, la firma della Costituzione

 

di Pietro SALVATORI

Provate ad andare in giro per una delle tante affollate spiagge di questo periodo. E chiedete ai villeggianti che incontrate che cos’è la Costituzione. Che essi siano placidi o fastidiosamente rumorosi, tutti vi sapranno accennare a una risposta che centri, almeno in parte, l’argomento di riferimento che la domanda pone. Se invece provaste a chiedere che cosa diamine sia la «Costituzione sostanziale», la percentuale dei «non sa, non risponde» schizzerebbe alle stelle.Eppure tutto il dibattito politico di questi ultimi giorni si è concentrato sul quesito: «esiste una Costituzione scritta, formale, e un’altra praticata nella realtà dei fatti, che la supererebbe al punto tale da rendere la prima obsoleta?». Ovviamente il rincorrersi di dichiarazioni tra i vari esponenti di partito non ne fa una questione di teoria del diritto o di filosofia politica. L’accapigliarsi è sulle ipotesi di possibili governi alternativi a quello sostenuto dall’attuale maggioranza, che vengono respinte dagli esponenti di Pdl e Lega adducendo la motivazione che, se tali scenari si dovessero effettivamente modificare, il mandato degli elettori sarebbe tradito, e con esso la volontà popolare. Di contro c’è il parere di molti esponenti dell’opposizione: i parlamentari, sostengono, sono e devono essere liberi di poter esprimere la propria fiducia anche a governi differenti, anche nel corso della stessa legislatura.

Ma che la contingenza politica si intrecci profondamente con argomentazioni di natura teorica è innegabile. E andare a scandagliare la radice del problema non è affatto una cattiva idea, considerando che la confusione che in questi giorni regna sovrana non facilita la comprensione di dinamiche che spesso si giocano sulla punta del fioretto dei giuristi. «L’esistenza di una Costituzione che non sia il documento scritto, che noi tutti possiamo leggere, è una sciocchezza bella e buona». Michele Ainis, costituzionalista e editorialista del Sole 24 ore, respinge con decisione l’ipotesi che una fantomatica Costituzione alternativa possa sostituirsi al testo del 1948. «Tutt’al più può essere un desiderio di qualcuno, una speranza, quella che esista un fantasma del genere». E la faccenda, a sentire il grande esperto di costituzioni, la si potrebbe chiudere qui. Ma Roberto D’Alimonte, docente di scienza politica a Firenze, riapre immediatamente i termini della questione: «L’argomento è certamente complesso. Non si può negare che non ci sia una situazione di tensione tra la Costituzione formale e la prassi politica». Una tensione, secondo l’illustre politologo, dovuta all’assoluta incapacità della classe politica di interpretare il cambiamento del Paese negli ultimi anni.

«Però si deve considerare che la nascita dello Stato di diritto coincide con la stesura di una Costituzione», fa notare Ainis. Che ammette che il dettame cristallizzato in un articolato possa essere oggetto di interpretazioni, «ma solo entro certi limiti». «Certo che si possono dare tante letture dello stesso testo – si spiega – ma è estremamente pericoloso avallare un qualcosa che si proponga quale antagonista della Costituzione formale. Va bene interpretare, ma non è che si possono cavare fuori cavoli da carciofi». D’Alimonte, tuttavia, fa notare che i punti di lontananza tra la forma e la sostanza sono notevoli, e investono procedure fondamentali delle regole repubblicane. «Faccio un esempio – spiega – Quando gli elettori vanno a votare, votano un partito o una coalizione, che ha il nome del candidato premier solitamente nel simbolo. Il quale, inoltre, in caso di vittoria, otterrebbe, sicuramente alla Camera e con probabilità al Senato, un premio di maggioranza che lo legittimerebbe a governare senza alcun dubbio. La Costituzione conferisce d’altra parte al presidente della Repubblica una certa discrezionalità nell’individuazione e nell’indicazione al Parlamento del capo del governo. Ma, in questo caso, tale potere è meramente simbolico».

Ainis invita a fare molta attenzione: «Lo scontro si sta spostando dall’applicazione della norma alla messa in discussione dell’esistenza della norma stessa. È per questo che la situazione sta diventando gravissima. Già nel 1994 ci si è incamminati su questa china discendente, allorché Berlusconi mise in discussione il governo Dini». Un esecutivo da molti definito come tecnico, e dall’allora maggioranza come illegittimo. «Fu un governo politico a tutti gli effetti – spiega Ainis – e ha ragione oggi Napolitano a dire che tutti i governi che ottengono la maggioranza in Parlamento sono governi politici». «Bisogna però tenere sempre presente che la sovranità rimane del popolo – replica D’Alimonte – Bisogna andarglielo a spiegare alla gente che la legge elettorale attraverso la quale si è espressa non conta nulla. Diventa un bel problema».

Qualcuno, tra i quali l’influente editorialista del Corriere della Sera Piero Ostellino, sembra accennare all’inserimento del mandato imperativo attraverso una norma. Vale a dire, in estrema sintesi, di un vincolo di mandato per chi viene eletto in un determinato schieramento. «Occhio però – avverte Ainis – Il divieto di mandato imperativo è roba da regimi liberali. Fu inserito da Robespierre nella Francia rivoluzionaria. E era presente anche nella costituzione sovietica del 1918. Non proprio movimenti liberali, che Ostellino dice di sostenere». D’Alimonte non vuole procedere con forzature: è una situazione complessa, è difficile, oltre che inutile, cercare di capire in modo manicheo chi ha ragione e chi torto. «Il problema è più generale – ci spiega – ed è dovuto a una classe politica estremamente irresponsabile. Non solo si ostina nel non fare le riforme, ma quando prova a farle si muove in modo disorganico. E le sbaglia, basta vedere il sistema elettorale previsto per il Senato». Uno scenario tutt’altro che roseo. «Siamo entrati in una spirale pericolosa – osserva preoccupato il politologo fiorentino – la sfiducia nella politica aumenta e il Paese diventa ingovernabile».

Come uscirne? «L’unica via è quella di riformare il sistema, iniziando dalla forma di Stato, per poi passare alla riforma del modello di governo e della legge elettorale. Ma in modo armonico, non estemporaneo, come è stato fatto finora».

 

PIETRO SALVATORI

 

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