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LA NOTTE DELLA COSTITUZIONE
Se prevale l’interesse elettoralistico rispetto al bene del Paese. E l’Italia si ritrova senza punti cardinali

agosto 17, 2010 di Redazione 

La lunga notte della Costituzione è quella appena trascorsa, o, forse, quella che deve ancora affrontare. Perché l’impressione, dopo la polemica sollevata da Bianconi (Pdl) contro il Quirinale, è che la Carta costituzionale sia sempre più nel mirino, assieme a un sistema di equilibrio dei poteri che ha retto sin dalla nascita della Repubblica. Di eventuali aggiornamenti si può e si deve discutere, ma pensare di utilizzare la Costituzione come un intralcio o un valore a seconda dei casi è fuori da ogni senso sociale, politico e istituzionale. E trasmette l’idea di un Paese senza più punti cardinali… Leggiamo il pezzo di Attilio Ievolella.

Nella foto, la firma della Costituzione

di Attilio IEVOLELLA

Se si citasse Marzullo, si potrebbe dire, semplicemente, che la Carta è ciò che rimane del giorno che si è appena concluso, e, allo stesso tempo, è ciò che ci presenta il giorno che è appena cominciato. La Carta è, ovviamente, la Costituzione. Mai tirata in ballo così fortemente come avvenuto nelle ultime ore. A testimonianza, oramai è chiaro, di uno scontro istituzionale a livelli di guardia, e di un confronto politico sempre più caotico e giunto a una sorta di punto di non ritorno. Perché, certo, i protagonisti della querelle sono stati Maurizio Bianconi, vicepresidente dei deputati del Popolo della Libertà, che in un’intervista a ‘Il Giornale’ ha accusato il presidente della Repubblica di “tradire la Costituzione”, e, di rimando, il presidente Giorgio Napolitano, che ha replicato in maniera netta, parlando di “gratuite insinuazioni, indebite pressioni, processi alle intenzioni” e ricordando a Bianconi che esiste l’articolo 90 (della Costituzione, per l’appunto) che prevede la messa in stato d’accusa del capo dello Stato, ma a essere messo in discussione è l’equilibrio dei poteri stessi che fondano l’ossatura dell’Italia.
Tutto questo avviene per una ragione precisa: il prevalere dell’interesse elettoral-politico rispetto all’interesse del Paese. Perché il presunto tradimento di Napolitano si fonda, secondo Bianconi, sull’ipotesi che il presidente della Repubblica possa optare, magari già a settembre o anche nei mesi successivi, per la strada del governo tecnico di fronte alla conferma della crisi, almeno di voti in Parlamento, dell’attuale governo Berlusconi. Nella visione di Bianconi e, si presume, dell’intero Popolo della Libertà, le alternative sono solo due: o l’attuale compagine governativa prosegue nella propria azione oppure si ritorna al voto. Tutte le altre ipotesi sono da considerare… lesa maestà. Quindi, tradimento.

Il dibattito prettamente politico scaturito dalle parole di Napolitano è stato, come sempre, ricco: Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, ha affermato “il massimo rispetto per il presidente della Repubblica” (mentre Bianconi ha confermato in toto il proprio pensiero); la Lega, attraverso le parole di Umberto Bossi, si è defilata, definendo Napolitano “una persona che va bene dove sta…”; dal Pd è arrivata la presa di posizione di Anna Finocchiaro, che ha parlato di “analfabeti della Costituzione”; dall’Udc, poi, Cesa ha ribadito che “la correttezza del Capo dello Stato è fuori discussione”. E a questo quadro si è aggiunto, come variabile indipendente, Beppe Grillo, il quale, intervenendo in maniera durissima, ha messo nel proprio mirino Angelino Alfano e Roberto Maroni, due ministri della Repubblica. Secondo Alfano e Maroni, la Costituzione impedisce il ricorso a un governo tecnico; per Grillo “la Costituzione andrebbe insegnata per legge a ogni parlamentare”, spiegando che essa “assegna al presidente della Repubblica la scelta del possibile candidato alla presidenza del Consiglio, che può essere anche un personaggio estraneo alla politica. Chi riceve l’incarico si presenta a Camere riunite con un programma e se la maggioranza lo vota, governa”.
E a conferma della visione marzulliana, sulla Carta (e sulla polemica Bianconi-Quirinale) è intervenuto anche il premier Silvio Berlusconi, ribadendo, ovviamente, il pensiero già espresso, tra gli altri, da Alfano: o governo attuale o voto. Aggiungendo che non esiste l’ipotesi di una messa in stato di accusa del presidente Napolitano.

La lunga notte della Costituzione è trascorsa, e ciò che resta è la sensazione che oggi (come ieri e come domani) essa sarà considerata, a seconda dei casi e del proprio (interesse) particolare, un intralcio o un valore imprescindibile. Quindi, da stravolgere o da salvaguardare, sempre a seconda dei casi e del proprio (interesse) particolare.
Anche quest’ultima tendenza può essere considerata la testimonianza di un Paese senza più punti cardinali…

ATTILIO IEVOLELLA

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