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Beni confiscati e lotta alla mafia, se una norma rischia di favorire le organizzazioni criminali

agosto 16, 2010 di Redazione 

La lotta alla criminalità organizzata raggiunge risultati di rilievo, soprattutto quando si riesce a toccare il ‘portafoglio’ delle diverse organizzazioni. Eppure si corre il rischio, in Parlamento, di ritrovarsi con una norma che rischia di segnare un passo indietro: assegnare i beni confiscati entro sei mesi, altrimenti provvedere alla vendita, che spesso vede partecipare proprio le organizzazioni ‘nascoste’. L’associazione ‘Libera’ ha promosso una raccolta di firme contro l’emendamento, collocato nella Legge Finanziaria, che prevede questo aggiornamento. Tutto questo mentre Maria Grazia Laganà, deputata Pd e vedova di Francesco Fortugno, riceve l’ennesima lettera di minacce. A conferma che la mafia, come le altre organizzazioni criminali, è ancora lontana dall’essere sconfitta. Ne parliamo con un pezzo di Chiara Burgio.

Nella foto, Maria Grazia Laganà

di Chiara BURGIO

È giunto all’atto finale l’iter che si è concluso con la confisca di beni per un valore di 800 milioni di euro a Michele Aiello, imprenditore siciliano legato alla mafia di Cosa Nostra. Fanno parte del gruppo di beni confiscati il polo oncologico di eccellenza siciliana “Villa Santa Teresa”, otto imprese edili, sei nell’ambito sanitario, la società che gestisce la squadra di calcio del Bagheria più numerosi edifici, ville, automobili, terreni e magazzini. Un successo su tutti i fronti, che raccoglie i frutti delle indagini che avevano portato già nel 2004 ad una iniziale confisca in seguito a degli accertamenti patrimoniali nei confronti dell’imprenditore tuttofare che ha trovato nell’appoggio di Cosa Nostra il trampolino per poter espandere le proprie attività illecite senza un’effettiva concorrenza.

In questi ultimi anni il governo ha ingranato una marcia in più nella lotta a mafia, n’drangheta e camorra con l’arresto in un anno della metà degli iscritti nella lista dei 100 latitanti più pericolosi in circolazione, e la conseguente confisca di numerosi beni appartenenti alla mala. I numeri parlano da soli, nel 2007 lo Stato ha sequestrato un patrimonio di 3,5 miliardi di euro e nel 2008 ben 4,5. Un grandissimo lavoro che rischia di rimanere vano per la mancanza di organizzazione nella sua logica conclusione, e cioè nella ridistribuzione dei beni sottratti alle associazioni a stampo mafioso ad associazioni e cittadini che possano riconvertire questi beni immobili dall’enorme potenziale, e allo stesso tempo trovare una propria collocazione sociale grazie ad un lavoro che li renda autonomi e lontani dalla tentazione dell’illegalità.

La legge in vigore che disciplina la gestione e l’assegnazione dei beni confiscati è la numero 109 del 7 marzo 1996. All’articolo 8 comma 3 prevede chiaramente che il bene non possa essere destinato all’affitto o alla vendita di cooperative nelle quali lavori un coniuge, un parente o affine al destinatario della confisca. Al comma 8, sempre del sopra citato articolo, vengono indicati i fini che devono avere i progetti di gestione di questi beni una volta riassegnati: risanamento di quartieri urbani degradati, prevenzione di condizioni di disagio e di emarginazione, intervento nelle scuole per corsi di educazione alla legalità e promozione di cultura imprenditoriale e di attività imprenditoriale per giovani disoccupati.

Queste direttive che per oltre dieci anni hanno disciplinato la normativa che tra le normali lungaggini degli iter burocratici, ed i tentativi di intimidazione da parte delle associazioni di stampo mafioso stesse, rischiano di essere soppiantate da un emendamento introdotto in Senato alla Legge Finanziaria, che prevede la vendita dei beni confiscati se entro 3 o 6 mesi questi non vengano assegnati. “È facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato” scrive Libera, associazione contro tutte le mafie, nella pagina del suo sito dedicata alla raccolta di firme per l’appello contro questo emendamento. Un provvedimento nato probabilmente per snellire l’iter burocratico, che rischia di apportare più danni che benefici alla faraonica lotta contro alla criminalità organizzata, spina nel fianco del Paese ancor prima della sua unificazione formale.

A ricordare che la mafia c’è, esiste ed è ben attiva nonostante gli sforzi ci pensano i continui atti intimidatori che giungono a chi la combatte e ci vive a stretto contatto.
L’ultimo caso è la lettera anonima contente un bossolo destinata alla vedova Fortugno, Maria Grazia Laganà, con all’interno una serie di minacce e di avvertimenti. La quattordicesima lettera in cinque anni indirizzata alla deputata del Pd, palesa il nemico invisibile che per anni sembrava non esistere davvero e conferma indirettamente che il lavoro basato sulla quotidianità e soprattutto sul territorio, con l’obiettivo di dissuadere i giovani dalle facili conquiste, educandoli ad una condotta nella legalità portata avanti fino ad ora, è veramente l’operato che arreca più disturbo alle associazioni a delinquere di stampo mafioso.

CHIARA BURGIO

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