Top

***Ferragosto in carcere***
Monsignor Caniato: “Rischia di diventare solo una passerella per i politici”

agosto 14, 2010 di Redazione 

Ha dedicato la propria vita pastorale a girare per le carceri italiane, a dare sostegno, umano e spirituale, ai detenuti. E oggi che si occupa della formazione dei cappellani che operano nello stesso campo, monsignor Giorgio Caniato ci racconta la sua esperienza e la sua storia, anche alla luce delle polemiche sull’iniziativa del ‘Ferragosto in carcere’, promosso dai Radicali. In fondo, per monsignor Caniato, si rischia di far diventare certe iniziative solo una passerella. Lo ha sentito, per noi, Pietro Salvatori, che troverete anche sulle colonne di ‘Liberal’.

Nella foto, mons. Giorgio Caniato

di Pietro SALVATORI

L’anno prossimo festeggerà i sessant’anni dalla sua ordinazione. Monsignor Giorgio Caniato ha dedicato la quasi totalità della sua vita pastorale a girare per le carceri italiane, a fare compagnia, umana e spirituale, agli oltre 60mila detenuti che affollano le prigioni italiane. Da dieci è passato ad occuparsi della formazione e dell’indirizzo dei cappellani che in tutta la penisola prestano un analogo servigio, dirigendo l’Ispettorato generale dei sacerdoti che svolgono il proprio ministero all’interno delle carceri nostrane. Una missione scomoda, difficile, spesso relegata all’anonimato, che prende le mosse dal brano del Vangelo di Matteo «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi», che campeggia nella home page del sito dell’Ispettorato.

Monsignor Caniato inizialmente si schernisce, non vuole avere a che fare con la stampa. «Lo so come siete fatti voi giornalisti – ci dice – giocate sempre brutti scherzi». Ma a poco a poco conquistiamo la sua fiducia, e diventa un torrente in piena.
Spiazzandoci subito: «Il carcere è una struttura fondamentalmente repressiva – esordisce – è contro la persona umana, contro l’uomo nella sua pienezza». Il suo non è un facile moralismo: «Il mio è un giudizio oggettivo, è la realtà dei fatti, non è un giudizio morale. Ci pensi bene: chi vi viene rinchiuso è privato della propria libertà, vede interrotti i propri legami familiari, di amicizia, sociali».

Il giudizio di monsignor Caniato si spinge fino ad osservare che le strutture carcerarie, per come sono concepite, non sono in alcun modo funzionali alla rieducazione del detenuto: «Anzi, al contrario, il carcere è normale che provochi una reazione. Ti strappa dai tuoi affetti e ti costringe ad una convivenza coatta e costrittiva, è normale. Non solo non serve a riabilitare, da questo punto di vista è un’esperienza assolutamente distruttiva».
Parole che sembrano non lasciare molta speranza per le migliaia di persone che popolano le strutture detentive in Italia, osserviamo. Ma Caniato non ci sta: «Non sto dicendo che non c’è possibilità di redenzione – tiene a specificare – Osservo solamente che la possibilità di recupero dei carcerati è interamente delegata agli incontri che hanno la possibilità di fare all’interno del carcere, non alla struttura in sé per come è concepita». E la legge, in questo, non può essere d’aiuto, perché «è impossibile che la norma scruti nel cuore e nella mente di una persona».
Ricapitoliamo: le strutture carcerarie, così come fanno insistentemente notare i radicali, sono del tutto inadeguate; la possibilità di cambiamento si trova altrove. «È esatto. È solo attraverso un incontro che l’uomo cambia. Ma questo non arriva sulla grande stampa, i cambiamenti più profondi non giungono mai sui media nazionali». Di questo, nel concreto, si occupano i cappellani nelle carceri: «Noi cerchiamo di partecipare alla loro vita, di condividerne un pezzetto, giorno per giorno». Ed è questo anche il motivo per cui, pur non criticandola e ritenendola un’iniziativa che ha una sua utilità, monsignor Caniato sembra rimanere freddo rispetto all’iniziativa del ferragosto in carcere promossa dal partito di Marco Pannella. «Io ho vissuto 42 anni nel carcere di San Vittore, e più di dieci nelle strutture riservate ai minori. E non solo di ferragosto. Proprio per questo motivo sono restio ad aggregarmi a iniziative di questo tipo. Quanto sono utili, in fondo? Rischiano di diventare solo una passerella, una sceneggiata ad uso e consumo dei politici».

I veri problemi sono altri, con il diffondersi in questi ultimi anni di fenomeni criminosi. Un problema che attiene l’assoluta mancanza di valori nella società moderna, secondo Caniato. «Non riusciamo a trasmetterli nemmeno ai giovani – spiega il capo dei cappellani – Quando, vent’anni fa, ho passato il mio tempo in mezzo ai ragazzi negli istituti di rieducazione, ne ho incontrati solamente due che erano accusati di omicidio. Oggi sono decine, perché sono del tutto privi di un’educazione al valore della vita, mancano del tutto di esempi». E non è solamente un discorso legato al contesto familiare, ma investe l’intera società: «La politica imbroglia, la finanza ruba, del mondo dello spettacolo non ne parliamo: da cosa possono imparare i ragazzi d’oggi?».

Qual è dunque la soluzione? «Bisogna ragionare su come amministrare la pena, su come somministrarla, fermo restando che chi ha commesso un reato deve essere sanzionato». Non con il carcere, dunque? «Si potrebbero fare anche le gabbie d’oro, ma sempre gabbie rimarrebbero». E dunque? «Dunque si deve puntare tutto sul lavoro di ricostruzione, di rieducazione. Hai provocato un danno, devi lavorare finché non lo ricostruisci. Sotto il controllo delle autorità, ma inserito in mezzo alla gente. La giustizia deve essere ricostruttiva, puntare sull’oggettività della risposta all’errore compiuto. Perché è anche fondamentale non sottrarre chi ha fatto un errore alle proprie responsabilità».

PIETRO SALVATORI

Anche su:

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom