Top

DA CASTEL GANDOLFO BENEDETTO XVI RICORDA PADRE KOLBE ED EDITH STEIN, SIMBOLI DEL MARTIRIO NEL MONDO DI OGGI

agosto 13, 2010 di Redazione 

Il Politico.it è un giornale attento a tutte le forze che intervengono nel dibattito politico. Ci siamo occupati largamente delle dure opinioni di Luca Cordero di Montezemolo, illustre esponente della classe manageriale, ed ora vogliamo dare spazio alle parole del Sommo pontefice della Chiesa cattolica. Benedetto XVI infatti, dal palazzo apostolico di Castel Gandolfo, contribuisce con una raffinata dissertazione teologica sul martirio al dibattito etico, e quindi politico, italiano e non solo. Pietro Salvatori, che troverete anche sulle pagine di ‘Liberal’, riporta qui i passaggi più importanti del discorso papale.

Nella foto, Papa Benedetto XVI

di Pietro SALVATORI

Tre giorni fa il mondo ha alzato gli occhi al cielo per la notte delle stelle cadenti. Anche i bimbi più piccoli sanno che il 10 agosto bisogna rimanere svegli nella notte di San Lorenzo. In pochi, al contrario hanno idea di chi sia il santo che la chiesa ricorda in questa giornata di inizio agosto.
Era il 10 agosto del 258 dopo Cristo. Gli anni delle ultime persecuzioni anti-cristiane nella Roma imperiale, sotto il regno di Valeriano. Al prefetto dell’imperatore che gli chiese di consegnargli i tesori in suo possesso, il trentatreenne Lorenzo, diacono nella città di Roma, rispose indicando i malati e gli indigenti di cui si prendeva cura: «Ecco i veri tesori della chiesa». Una risposta che gli costò il martirio.

Una ricorrenza che ha assunto una valenza particolarmente significativa in un periodo nel quale gli attacchi ai cristiani si moltiplicano, in particolar modo in Asia centrale e sud-orientale, come anche in alcune zone dell’Africa sub-sahariana.

Probabilmente non è un caso che, nelle sue udienze del mercoledì, in questo periodo agostano trasferite dalla Città del Vaticano al palazzo apostolico di Castel Gandolfo, residenza estiva del Pontefice alle porte di Roma, Benedetto XVI abbia centrato proprio in questa settimana la sua riflessione sul senso e sul significato del martirio nel mondo di oggi. Sono padre Massimiliano Kolbe ed Edith Stein, patrona d’Europa, gli esempi dal quale prende le mosse il ragionamento del Papa-filosofo.

Che spariglia il campo, come suo solito, distaccandosi dal dibattito di tutti i giorni, ed elevandosi al rango della riflessione teologica, da finissimo dicitore dell’esegesi di Santa romana chiesa. Ma oltre che nel tono, l’intervento del Pontefice ha spiazzato anche nella sostanza delle sue parole. Nessuna condanna, nessun risentimento nei confronti degli attentatori. Non c’è nemmeno un velo di autocommiserazione. Il martirio, per Joseph Ratzinger, è una «forma di amore totale a Dio», perché si fonda, nella storia del cristianesimo, «sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita».

Il martire, dunque, colui che si sacrifica consapevolmente a causa del proprio credo religioso, è l’uomo che segue fino in fondo l’esempio di Cristo, «accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore».

Accuse di integralismo sono piovute sul capo di Benedetto XVI come da routine. «Un’interpretazione partigiana di quello che sta accadendo nel mondo», è stato il tam tam diffusosi rapidamente sul web attraverso i social network, «Ratzinger distingue martiri di serie A, quelli cristiani, da martiri di serie B». Una lettura che non tiene conto, come troppo spesso accade, che le riflessioni del Pontefice si collocano sul piano della più alta riflessione teologica interna alla chiesa di Roma, e che non possono essere interpretate esclusivamente attraverso la lente della più stretta attualità.

«Il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo»: la risposta alle critiche la si poteva già leggere nella conclusione della riflessione di Benedetto XVI, che implicitamente ha sottolineato come lo spunto ispiratore del suo discorso fosse un pretesto per richiamare nei propri fedeli la coscienza della fede in Cristo. «Probabilmente – come si può leggere nel testo diffuso dal Vaticano – noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana». L’invito del Papa è quello a «trasformare il nostro mondo», non certo un sibillino invito al martirio, come qualcuno ha voluto insinuare.

Un cambiamento che potrebbe, forse dovrebbe, incominciare dai mezzi di informazione. Gian Micalessin, da anni inviato nei teatri di guerra più pericolosi, ieri si chiedeva eloquentemente, dalle colonne del quotidiano online il Sussidiario, «Perché fa più notizia la morte di due soldati di quella di otto medici cristiani?». La risposta forse è troppo complessa, forse ancora troppo lontana. Ma è la domanda attorno alla quale l’opinione pubblica cattolica, prendendo anche spunto dalle riflessioni del successore di San Pietro, dovrebbe interrogarsi.

PIETRO SALVATORI

Anche su:

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom