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L’IMMOBILISMO DI TREMONTI: COSA E’ STATO FATTO E COSA BISOGNA ANCORA FARE

agosto 10, 2010 di Redazione 

Italo Bocchino sostiene che «siamo nel bel mezzo di una crisi istituzionale», molti gli fanno eco. Che si stia attraversando una crisi o meno, di certo il proseguimento dei lavori delle Camere non sarà quello che ci si aspetterebbe in un normale autunno. Sul tavolo ci sono tre opzioni ed i protagonisti della politica sono divisi su quale protendere: elezioni anticipate, governo tecnico o accordo programmatico in quattro punti per saldare un’ormai poliedrica maggioranza? Se si vertesse su quest’ultima, sarebbe infine giunto il tante volte ‘minacciato’ momento delle Riforme? Quel che è certo è che con esse si andrebbero a toccare i nervi scoperti del nostro sistema: federalismo, fisco e meridione. Politica e politiche economiche che ci attendono alle porte dell’Autunno, qui raccontate da Carlo Ludovico Cordasco. Solo sul giornale della politica italiana. Sentiamo.

Nella foto, Giulio Tremonti

di Carlo Ludovico CORDASCO

Se alcune agenzie di rating continuano ad incalzare l’Italia sulla possibilità di un default nei prossimi 5 anni, è altrettanto vero che l’immobilismo del governo in materia fiscale e di finanza pubblica sembra essere finito, se non altro per questioni di necessità.
Sarebbe sbagliato intendere ‘l’immobilismo’ in accezione unicamente negativa; basti pensare allo scampato pericolo di uno ‘stimulus plan’, proprio quando tutti in Europa pensavano ad un massiccio piano di rilancio. Un’idea suicida data anche la situazione dei conti pubblici italiani, ma attraente per via dei risvolti elettoralistici a breve termine. L’altro pericolo scampato è quello di un significativo aumento del carico fiscale in un paese già tristemente famoso per il livello di pressione fiscale. In questo caso, il movente elettoralistico ha agito inversamente, allontanando lo spettro di altre tasse.

Il rischio default è stato il principale movente della manovra da 24 miliardi di Tremonti e rappresenta, se non altro, un primo passo verso la necessità di ridurre le voci di spesa. I contenuti della manovra variano da un taglio di 10 miliardi a comuni e province, al blocco degli aumenti per gli statali; tuttavia, l’impressione globale che se ne ricava è quella, solita, di una manovra caratterizzata dal principio di eccezionalità.
Gli interventi sembrano essere mirati al reperimento immediato di risorse senza una sistematizzazione che miri ad una riduzione definitiva della spesa pubblica.

Se, dunque, dobbiamo guardare positivamente l’austerità del governo nel rigettare le proposte di piani di stimolo e di aumento della pressione fiscale, in un momento in cui il crollo del PIL dei paesi europei ha acceso i timori degli investitori, d’altra parte vi sono due considerazioni da fare: la prima, già menzionata, riguarda la necessità di un piano di taglio che guardi al lungo periodo; la seconda, di breve periodo, riguarderebbe la possibilità di accompagnare la manovra con un taglio delle imposte sui redditi da lavoro, onde evitare alcuni effetti depressivi della manovra come illustrato da Michele Boldrin (http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/E_bravo_Tremonti.#body).

Tutte le considerazione sul tema fiscale aprono il tanto sospirato capitolo delle riforme. La fiducia annunciata da Berlusconi per settembre, includerà il fisco, federalismo e meridione. Difficile stabilire adesso cosa sia lecito attendersi, molto più semplice dire cosa sarebbe auspicabile:

Un federalismo vero, che, in barba ai rischi annunciati di sfaldamento della ‘coesione nazionale’, miri a risolvere, una volta per tutte, i grossi problemi di responsabilità fiscale che affliggono regioni ed enti locali. L’azzardo morale degli ‘enti che non possono fallire’ è una delle prime piaghe nel considerare la crescita esponenziale della spesa pubblica italiana.
Conseguentemente l’abbandono di politiche assistenzialiste per il Sud, magari attutendo il trauma con incentivi di natura fiscale.
Un piano di semplificazione del sistema tributario e di riduzione delle imposte, non lafferiano, ma compensato da un taglio sistemico e non indiscriminato della spesa pubblica.

Sull’ultimo punto, in particolare, ci si chiede che fine abbiano fatto i propositi di vendita del patrimonio pubblico italiano, la cui parte ‘disponibile’ alla vendita si stima intorno ai 600 miliardi di Euro, a fronte di un valore totale di 1500 miliardi (Conto patrimoniale delle Amministrazioni Pubbliche. Stime 2001-2004, a cura di D. Siniscalco, A. Carpinella, E. Reviglio, Patrimonio dello Stato, 2005).
Le questioni da affrontare non riguardano soltanto lo stato della finanza pubblica, quanto piuttosto, come ha sottolineato Oscar Giannino, più capitale, più produttività, più occupati.
Le ricette, in sostanza, sono sempre quelle: meno stato, più mercato, più responsabilità fiscale e incentivi per i virtuosi. Nella speranza che al buon senso di Tremonti su stimulus plans e fisco, faccia seguito anche la voglia di abbandonare il paradigma dell’eccezionalismo per mettere in salvo i conti pubblici e ricominciare crescere una volta per tutte.

CARLO LUDOVICO CORDASCO

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