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Il centrodestra italiano ed il centrodestra francese a confronto Ecco una nuova grande inchiesta in tre puntate 2- La politica interna

agosto 10, 2010 di Redazione 

Secondo capitolo della speciale inchiesta del Politico.it. Il confronto fra il centrodestra italiano e quello francese, entra ora nel vivo delle differenze fra le due leaderships. Cosa può aver determinato delle così evidenti distanze fra due Paesi, figli della stessa storia? Le ragioni, che qui con scrupolo riporta il nostro Gabriele Federici, risalgono al secolo scorso: quando i due Paesi, all’interno della grande famiglia europea, come due fratelli hanno intrapreso strade diverse. Gli effetti ancora oggi hanno delle forti ripercussioni sulla gestione degli esecutivi romani e parigini, ma soprattutto sulla reale capacità di agire ed incidere la realtà delle due nazioni.

Nella foto, Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi

di Gabriele FEDERICI

La Francia e l’Italia, secondo il politologo Pietro Grilli di Cortona, professore presso l’Università degli Studi di Roma Tre, hanno subito un’importante trasformazione della propria democrazia: una trasformazione detta di “species”, ovvero il passaggio da un tipo di democrazia ad un altro. Secondo Grilli di Cortona tale cambiamento risulta più circoscritto sul versante politico-istituzionale, alla parte “alta” del sistema politico, con una minore percezione da parte della popolazione. Le trasformazioni che hanno interessato la democrazia francese ed italiana sono, tuttavia, diverse fra loro: le dimensioni, le cause scatenanti e gli esiti delle due rispettive esperienze democratiche, francese ed italiana, mantengono una loro specificità che permette di comprendere prima di tutto le differenti leadership di Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy.

La Francia esce dalla Quarta Repubblica nel 1958, dopo una forma debole di governo parlamentare con la successione in dodici anni di ben ventitre governi, alcuni della durata di pochi mesi. Su questa evidente instabilità governativa, episodio sintomatico di un regime democratico in crisi, si aggiungono le vicende internazionali, in gran parte relative alla crisi coloniale, che aggravano le condizioni degli esecutivi di Parigi: il ritiro dall’Indocina, dal Marocco, dalla Tunisia, nonché i traumi derivanti dalla crisi algerina, questione divenuta drammatica dalla rivolta del 1954 e di difficilissima soluzione anche per la presenza di coloni francesi in quel paese e per i conseguenti rischi di una guerra civile.

E’ la questione coloniale, dunque, a scandire i tempi dell’agonia della Quarta Repubblica, facendola scivolare verso quello che può essere definito, secondo le parole di Grilli di Cortona, un vero e proprio “stato di emergenza”. Una delle caratteristiche più tipiche della crisi democratica è la “politicizzazione dei poteri neutrali”: strutture tradizionalmente di garanzia, come la magistratura nel caso italiano agli inizi degli anni ’90, ovvero le forze armate, nella situazione francese alla fine degli anni ’50, finiscono per invadere aree di competenza e per svolgere un vero e proprio ruolo di intervento politico, assumendo posizioni, facendo pressioni ed esercitando poteri di ricatto o di veto. Il rischio è quello di un arretramento della società politica a vantaggio di istituzioni extra-politiche tale da minacciare la stessa democrazia parlamentare. In Francia, già dal 1956, settori rilevanti delle forze armate, spalleggiati da settori della pubblica amministrazione e della polizia, quindi facendosi forti delle deleghe che i politici avevano loro attribuito nella gestione delle crisi coloniali, avevano assunto una posizione autonoma sulla questione algerina.

Muovendo dall’accusa di debolezza e ambiguità rivolta alla classe politica di Parigi, l’obiettivo era quello della difesa ad oltranza dell’Algeria francese. L’atto dei militari di Massu nel 1958, il colpo di Stato dei generali di Algeri Salan e Jouhad nel 1961 e la formazione dell’Organisation armée sercèt (OAS), sempre in questo periodo, furono le manifestazioni più inquietanti di questo fenomeno. Come riesce la Francia ad uscire dalla situazione critica poc’anzi delineata? E soprattutto quali sono gli esiti della transizione di “species” della democrazia francese? La Quarta Repubblica lascia lo spazio definitivo all’instaurazione della Quinta Repubblica nel 1962: il mutamento avvenuto a Parigi comprende un periodo di quattro anni. Il regista principale di questo cambiamento, capace di cogliere gli umori dell’opinione pubblica ed accentrare su di se i meriti dell’uscita dalla crisi, grazie anche al suo indiscusso carisma, è il generale Charles De Gaulle.

“Come si può governare un paese che ha 246 varietà differenti di formaggio?”: è la memorabile battuta di De Gaulle nel 1962, riportata sulla rivista americana Newsweek. Dietro l’esternazione del generale francese si nasconde la precisa volontà di dotare la Francia di un esecutivo capace di razionalizzare le realtà politiche e partitiche del paese, e soprattutto abile nel governare. Il carisma personale di De Gaulle istituisce un rapporto diretto con l’opinione pubblica, la cui crescita indebolisce ulteriormente il tradizionale sistema di intermediazione dei partiti e con esso i partiti stessi. L’instaurazione di una repubblica semipresidenziale, secondo la fortunata denominazione del politologo e giurista francese Maurice Duverger, sommata all’attenuazione della polarizzazione ideologica partitica, quindi il passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad uno maggioritario a doppio turno costituiscono le strutture fondanti dell’odierna Quinta Repubblica francese.

Sarkozy, attuale presidente della Repubblica di Francia, si trova pertanto all’interno di una realtà istituzionale che gli consente di governare. Gli esecutivi francesi, dopo la fine della Quarta Repubblica, sono caratterizzati da una maggiore stabilità governativa, quindi da un effettivo bipolarismo concretamente funzionale alla cosiddetta, e tanto sperata, “democrazia dell’alternanza” tra l’UMP, Union pour un mouvement populaire (il partito di Centrodestra di Sarkozy), e il PS, Parti Socialiste (il partito di Centrosinistra di Ségolène Royal e Martine Aubry).

La situazione italiana è completamente differente. Prima di tutto la transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica non è ancora terminata. C’è chi addirittura, come Mauro Calise, politologo dell’Università di Napoli Federico II, abbia teorizzato la nascita di una “Terza Repubblica”: descritta come un regime ibrido, di difficile comprensione, nel quale si alternano assaggi di presidenzialismo e rigurgiti di partitocrazia, la cosiddetta Terza Repubblica, secondo Calise sta conferendo un rafforzamento dei poteri esecutivi, con l’elezione diretta dei sindaci e dei governatori, i quali, di pari passo, devono vedersela con il ritorno della nomenklatura, di segreterie e apparati.

Chi scrive non è dell’avviso che siamo entrati in una Terza Repubblica: come è possibile che si sia già arrivati alla Terza se ancora non siamo stati in grado di costruire compiutamente la Seconda? Il declino della Prima Repubblica trova le sue cause scatenanti in due fattori: il primo di origine interna (l’offensiva di Mani Pulite, la depolarizzazione, quindi la crisi dei partiti e del sistema partitico) e il secondo di origine esterna, ovvero internazionale (la crisi del modello comunista e la fine dei regimi comunisti in Europa orientale, il termine del bipolarismo internazionale, pertanto il mancato appoggio economico da parte degli USA all’Italia per contrastare il PCI).

L’Italia si ritrova, a 18 anni di distanza dall’avvento di Tangentopoli, con un sistema elettorale non più proporzionale, altresì maggioritario ad un turno, quindi un parziale, ma non completo, rafforzamento del governo e della figura del Primo Ministro, infine una maggiore responsabilizzazione delle realtà regionali con tendenze federative.

Silvio Berlusconi, pertanto, non riesce ad avere la stessa capacità di manovra e stabilità governativa di cui Nicolas Sarkozy dispone. La rivoluzione liberale, il federalismo, l’inflazionato “taglio ai costi della politica” e la responsabilizzazione degli enti locali costituiscono obiettivi ancora lontani dall’effettiva concretizzazione, tanto auspicata dalla “discesa in campo” dell’allora Forza Italia.

In breve: la differenza tangibile tra Berlusconi e Sarkozy risale nella loro leadership dovuta alle contingenze di carattere storico, politico e culturale dei loro rispettivi paesi. Mentre la Francia, storicamente realtà statale del potere accentrato e dell’ingerenza della “manus publica” in tutti gli aspetti della vita sociale, mantiene un senso delle istituzioni e patriottico decisamente elevati, l’Italia, viceversa, adoperando le parole, sicuramente opinabili, ad ogni modo degne di nota del sommo Dostoevskij, dopo un viaggio nel Belpaese che continua a rimanere: “una fantastica realtà a vocazione universale e che, purtroppo, un piccolo e presuntuoso politico piemontese di nome Cavour l’aveva compressa in uno Stato che mai avrebbe potuto essere un vero Stato”.

GABRIELE FEDERICI

Le altre puntate:

1- Reciproche influenze

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