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***LA RIFLESSIONE***
CRITICHE DESTRE

di MARCO ROSADI

agosto 5, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana vi offre questa bellissima riflessione di Marco Rosadi. Proprio mentre scoppia la polemica fra Futuro e Libertà e Minzolini (reo di aver messo all’opposizione il gruppo finiano), Rosadi scrive: “Pochi professionisti dell’informazione si ricordano di essere – quando intellettuali lo sono davvero – persone colte obbligate al rispetto di precise regole deontologiche”. Buona lettura!-

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Nella foto, Marco Rosadi

di Marco ROSADI

Autoreferenzialità, decrepiti sociologismi da intellighenzia borghesuccia e metafisica con nostalgie sessantottesche. Tanta puzza sotto il nasino aguzzo e l’occhio miope del “sinistrismo alla moda”. Sono forse i sedimenti di una sinistra più virtuale che reale, i nuovi o gli incartapecoriti radical – chic, “vatussi” del pensiero?
Nessun dialogo intorno ai due massimi sistemi del mondo berlusconiano e bersaniano potrà mai chiarirlo. E il temerario Brunetta non perderà occasione di manganellare -verbalmente – i danarosi intellettuali (organici o no) che ostentano simpatie esteriori per le cause più radicali. Quello che l’intellettualità critica o teorizza è sempre oscuro e ozioso ragionare sul concentrato di un barattolo vuoto?

Sovente, giornalisti (pochi), scrittori, scienziati, artisti e docenti universitari sanno anche mostrarci la faccia evidente e pur nascosta della luna. Proprio quella che certi politici e anchorman fanno di tutto per velare. Al contrario, chi sa e pensa va a fondo, squarcia ogni velame, soprattutto quando segue una ragione corporea e terrena.

Ossia quando parla dei problemi reali dell’esistenza umana nella drammatica crisi di un mondo che non sembra il migliore dei mondi possibili. Prima connette il cervello con il cuore, poi parla, comunica, informa e chiarisce i dubbi volando alto?

Sì, perché chiama le cose con il loro nome, abolendo inutili e capziosi giri di parole, eufemismi e litoti, senza mescolare causa ed effetto. Mostra agli occhi ormai disabituati alla luce, per usare una definizione heideggeriana, “ciò che è massimamente risplenditivo nel suo risplendere”. Vale a dire la pura e semplice verità.

Laddove il vero corrisponde al reale, le manganellate ai 5mila terremotati aquilani sono quello che sono: brutalità repressiva, non un semplice abuso di “mezzi di correzione”. Chi attiva la materia grigia, la sensibilità e i valori morali è estraneo alle montature; e se è giornalista, «rispetta, coltiva e difende il diritto all’informazione di tutti i cittadini».

Lo obbliga la Carta dei doveri di una categoria professionale necessaria in democrazia. Un vero giornalista dovrebbe quindi informare nel «rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile». E non basta. Senza «intervenire sulla realtà per creare immagini artificiose», omettendo «fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione di un avvenimento».

Pochi professionisti dell’informazione si ricordano di essere – quando intellettuali lo sono davvero – persone colte obbligate al rispetto di precise regole deontologiche. Limpidezza della conoscenza e nitore morale sono opposti a privilegi, favori e incarichi che condizionano libertà e decoro di chi dovrebbe lavorare con e per l’intelletto.

Stiamo parlando proprio d’intelletto, non della quintessenza di un nulla chiuso in barattoli vuoti. Tuttavia le pupille delle moltitudini distinguono ormai con fatica il vero dal contraffatto, il black bloc dal terremotato stanco di essere preso per i fondelli.

L’ipotrofia culturale si abbatte sui “vatussi” del pensiero intelligente con l’incivile risentimento della caccia alle streghe, dell’autodafé, del “santo manganello” di agenti in tenuta antisommossa. E la ragione critica e lungimirante del Salviati del celebre dialogo galileiano è purtroppo inerme di fronte alla ragione spavalda e barbarica della forza.

MARCO ROSADI

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