Top

Diario. Giacomo Caliendo è salvo, ma si può dire lo stesso della maggioranza? Per Bossi: «Resistiamo, non si vota». Ma poi fuori dall’Aula i partiti si dividono già sul dopo dimissioni di Berlusconi: Governo tecnico o ritorno alle urne?

agosto 4, 2010 di Redazione 

Giornata caldissima per la politica italiana, che qui vi viene raccontata dalla nostra Ginevra Baffigo, in questo esclusivo Diario tutto sui numeri usciti oggi da Montecitorio. Il 316 è il numero mancato dal governo. Il 75 è quello che minaccia la legislatura. il 229 è il numero oltre il quale la sinistra non riesce ad andare. Numeri questi che determinano il nuovo assetto della politica italiana, di cui l’esclusiva intervista a Briguglio, offre illuminanti scorci. Ora però vi raccontiamo nel dettaglio la giornata, numeri, parole e risse sventate di una calda serata d’agosto. Buona lettura e buona politica, qui sul giornale della politica italiana.

Nella foto, l’Aula di Montecitorio

di Ginevra BAFFIGO

Giacomo Caliendo è salvo, ma la maggioranza lo sarà ancora per molto? Questo è l’enigma che questa intensa giornata politica lascia come un retrogusto amaro sul palato. L’esito della Camera non smentisce i pronostici: considerati i 27 assenti, le proporzioni sono state infatti rispettate. Ma i 299 che sono stati in grado di salvare il sottosegretario alla Giustizia non sono in grado di espletare lo stesso compito con il governo. Almeno non a lungo e non per loro volontà. Il potere sembra essersi spostato decisamente più al ‘centro’.
Pdl e Lega, che fino a ieri potevano vantare una monolitica maggioranza, tale da far passare le tante fiducie di cui vi abbiamo scritto in questi primi anni di legislatura, si ritrovano ora ben al di sotto del quorum minimo di maggioranza. Siamo lontanissimi dal 316, un numero che se veniva dato per scontato, in queste ore tormenta il presidente del Consiglio.
Il terzo polo conta quindi ben 75 onorevoli, che si astengono dal voto in una prova di forza tale da far tremare palazzo Chigi. Il voto di sfiducia era solo il primo banco di prova, un surriscaldare i motori, con il preciso intento di far capire all’Esecutivo quanto abbia sottovalutato il problema. Il ‘terzo polo’ (Fli, Udc, Api e Mpa ndr), malgrado lo stato embrionale, dimostra durante questo primissimo esame di avere i numeri per fare il buono ed il cattivo tempo in Parlamento. In questo caldo mercoledì né finiani né del pari i centristi avevano l’interesse di mandare a casa Caliendo e con questi l’intero esecutivo. I numeri, ancora loro c’erano: 75 del nuovo blocco sommati ai 229 dell’Idv e Pd portano a quota 304. Maggioranza assoluta. Ma il monito recapitato ai piani alti dell’Esecutivo, in questo, sembra risuonare ancora più minaccioso: ‘abbiamo noi i numeri per far andare avanti il governo o meno’.

I finiani però ribadiscono, attraverso le parole di Della Vedova, che FLI continua a far parte della maggioranza. Solo un atto di forza del Pdl, dopo un’eventuale e non del tutto scontato via libera del Quirinale, potrebbe portarli, e soprattutto portarci, alle urne prima del previsto. Benedetto Della Vedova, si spende comunque in un ben più ampio intervento, il primo che ufficialmente possiamo indicare a nome di Futuro e Libertà. Non replica alle accuse di Di Pietro, sostenendo la volontà del suo gruppo all’astensione. «Non sussistono presupposti per chiedere le dimissioni di Caliendo – dichiara tra gli schiamazzi furibondi dell’Idv – , ma non può essere giudicato irrilevante che il sottosegretario alla Giustizia sia sotto inchiesta. Forse la cosa migliore sarebbe la sospensione delle sue deleghe». «Siamo garantisti senza se e senza ma – ribadisce l’ex esponente pidiellino-. Lo siamo per quelle migliaia di persone in carcere in condizioni incivili in attesa di un processo. E lo siamo anche per i politici che di fronte a indagini non sono più o meno innocenti dei comuni cittadini. Il perimetro responsabilità penale non coincide con responsabilità politica. Nessun politico può essere difeso a prescindere solo perché indagato. La presunzione di innocenza non è impunità politica. L’avviso di garanzia non deve far scattare la tagliola, ma è un errore pensare che un politico debba necessariamente aspettare la condanna giudiziaria». Non a caso gli fa eco il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Chi rappresenta il governo del paese dovrebbe astenersi dal frequentare gente discutibile, piccoli o grandi intrallazzatori, pluricondannati bancarottieri». Lo dice il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che rimarca come l’Udc rifiuti «il giustizialismo come metodo di lotta politica» e ricorda «che i più grandi moralisti hanno una vocazione intemerata alla immoralità, come sa bene l’onorevole Di Pietro». Su Giacomo Caliendo poi il leader centrista è estremamente ‘politically’ correct: «Non ravvisiamo un quadro di responsabilità sufficienti ad impegnare il parlamento nella richiesta di ritiro della sua delega. Lasciamo questa responsabilità al governo. Noi non decapitiamo gli uomini per una manciata di voti in più».

Alfano soccorre il suo vice. «Sui principi non ci si astiene. Ci si astiene sulle leggi, ci si astiene sui provvedimenti, ma non sui principi». Il guardasigilli Angelino Alfano, chiosa così la presa di posizione degli ex- compagni di banco. Non li cita direttamente, forse consapevole dell’ossimoro formale rappresentato dalla loro ambivalente presenza nelle file della maggioranza, ed ora in un terzo polo, ancora in fase di costruzione, ma per sua stessa natura antagonista. Si riallaccia a quanto detto dal Cavaliere, prima di entrare nel merito della questione, il suo vice è sotto inchiesta. E l’inchiesta porta il nome ‘P3′ ben scritto sul faldone. Non un nome facile. Un nome illustre su pende una drammatica eredità tutta italiana. Il ministro della Giustizia, dal suo scranno non potrebbe dirlo, ma per lui quest’inchiesta non è altro che una «costruzione di taluni pm e di una certa sinistra che accusa in base a quella costruzione». Ribadisce la linea garantista del governo, ammonisce severamente quanti issano il vessillo delle dimissioni come atto dovuto anche per la sola iscrizione nel registro degli indagati: «E’ una posizione pericolosa e che rischia in futuro di ritorcersi anche contro chi oggi la sostiene – grida palesando una verità che va ben oltre le sue intenzioni-. Il voto sulla mozione resterà nel curriculum e ciascuno si troverà prima o poi a fare i conti con la mozione presentata e il voto espresso. Noi potremmo fare riferimento al passato, ma non lo facciamo, potremmo fare riferimento ai tanti casi in cui uomini delle istituzioni sono stati iscritti nel registro delle indagini e poi prosciolti». «Deve invece valere il principio che per tutti i cittadini italiani- è la conclusione di Alfano-, anche i membri del governo, debba valere la presunzione di innocenza. Noi difendiamo Caliendo e con esso difendiamo un principio e un valore».
Su ben altri canoni retorici si muove il commento di Fabrizio Cicchitto: «Non vi daremo la testa dell’on Caliendo perché è innocente». «Siamo qui per un rito tribale, che prevede un sacrificio umano al giustizialismo, che ha sostituito altri miti fortunatamente finiti nell’89 – segue in un’esasperato climax patetico il capogruppo Pdl-. Oggi la vittima sacrificale è il sottosegretario Caliendo, colpevole di che? Di niente. Perchè ha organizzato convegni, è andato a casa Verdini, ha incrociato due volte Carboni, che però non aveva la figura di criminale quando faceva affari con Caracciolo».

Gli Alleati leghisti vedono il bicchiere mezzo pieno. La Lega, fedele alleata di Berlusconi, ne mutua l’insanabile ottimismo. 299 è un segnale di resistenza per Umberto Bossi. Guarda il tabellone elettronico di Montecitorio e sembra non accorgersi di quanto sia radicalmente mutato lo scenario che vi rappresenta. «Resistiamo, non si vota», dice il leader del Carroccio allontanando lo spettro di un prematuro ritorno alle urne. No ad elezioni in autunno e «la Lega dice no ad un esecutivo tecnico, noi siamo con Berlusconi». Ma anche lui sa bene che si ‘resiste’ dalle file dell’opposizione. farlo dagli scranni del governo è tutt’altra faccenda. Ed il clima in Aula non fa che palesarlo. In Aula si sfiora la rissa. I cori sembrano quelli di uno stadio piuttosto che della sala dei rappresentanti di una delle prime democrazie del mondo. Si viene quasi alle mani, mentre Marco Reguzzoni, dai banchi della Lega, pronuncia marziale la difesa di Caliendo: «La mozione è un pretesto per un attacco al governo. È una azione contro il governo impegnato nella lotta alla criminalità. Vogliono impedire il proseguo dell’azione di governo, ma noi andiamo avanti». «Chi vuole fermare l’azione del governo?» si chiede il leghista senza dare spazio ad altre risposte all’infuori della sua: «chi lo fa, lo fa per logiche di Palazzo, poteri forti e oscuri che vogliono fermare questa azione del governo e sono lontani dai cittadini». «L’unico governo legittimo è quello votato dai cittadini» ribadisce infine Reguzzoni, con lo sguardo rivolto alle file Democratiche che avanzano l’ipotesi di un governo tecnico. «Noi siamo nati nel prato di Pontida – schernisce infine Reguzzoni -, non nei salotti, e non abbiamo paura delle urne».
Clima, numeri ed anche, sospettano in molti, le stesse intenzioni del Premier, sembrano escludere la possibilità di giungere alla fisiologica fine della legislatura.
E le opposizioni, risvegliate tardivamente dal torpore primaverile, si agitano nella vane conquista di un ruolo, pur anche marginale, nella crisi del governo.

Le opposizioni alle prese con una guerra intestina. Anomalie italiane: mentre il centrodestra si vede indebolito da ambizioni di leadership, scismi e quorum mancati, dall’altra parte sembra non essere mai giunta l’indicazione del ‘carpe diem’ di oraziana memoria. Occasioni servite su vassoi d’argento per i deputati delle opposizioni, eppure, nessuno che vi si avvicini. Di contro, ciò che si registra è l’assurda e controproducente polemica bissbigliata e strisciante, che si insinua fra Idv e Pd. Non si discute di massimi sistemi, ma delle prospettive e strategie a breve e medio termine. Di Pietro spinge per tornare alle urne, il prima possibile, mentre i democratici in perenne calo alle tornate elettorali piegano piuttosto per la strada di un altro governo, tecnico o di transizione che sia. Il leader dell’Idv sa bene che qualsiasi alternativa ad un repentino ritorno alle urne, ora che si è nel vivo di un’inchiesta figlia della sua mani pulite, non gli darebbe lo stesso potere contrattuale. E così rivolto al terzo polo, Antonio Di Pietro paradossalmente ricalca il discorso di Alfano: «Sulla questione morale non ci si può astenere, o si sta di qua o si sta di là. Con l’astensione si dimostra solo di essere pavidi e che si ha paura di affrontare le elezioni per paura di perdere la poltrona». L’ex pm, durante il suo animato intervento apostrofa Caliendo come «anello di congiunzione» tra la vecchia P2 e la nuova P3, e perciò, ancora rivolto al ‘centro’ indica anche il non voto come « modo immorale di fare politica»: «sono ugualmente responsabili sia quelli che fanno la rapina, sia quelli che fanno il palo. E in questo parlamento ci sono tanti ‘uomini palo». Usando il suo usuale registro Di Pietro, nella chiosa su Berlusconi, ci regala un’inedito ibrido di prosa politica: «Le chiediamo di fare le valigie al più presto. Lei signor presidente sta abusando della pazienza del Paese. Lei, novello Nerone, se ne sta lì a suonare l’arpa attorniato dalle sue ancelle prezzolate, mentre il Paese brucia».

Per il Pd, la parola va a Franceschini. «È grave che il ministro della Giustizia sia venuto in Parlamento ad esprimere un giudizio sulle indagini, non si era mai visto» è l’esordio di Dario Franceschini. «È possibile – si chiede il capogruppo Pd alla Camera – che non si dimetta un sottosegretario che è stato a una cena dove si discuteva per fare pressioni sulla Corte Costituzionale per far passare il lodo Alfano? È possibile che non si dimetta uno indagato per la violazione della legge Anselmi?». «In un paese normale – grida in un climax crescente -, in un caso così ci si dimette subito. Guardate i paesi normali dove ci sono paesi conservatori normali. Voi avete demolito il senso di rigore, il rispetto dell’etica pubblica che una classe dirigente deve avere. Il sistema esce allo scoperto: non importano i cognomi che si portano, quello che emerge è un sistema malato basato sulla confusione tra politica e affari, sul senso di impunità, basato sul senso di onnipotenza, dove non esistono reati, non esistono processi per chi ha vinto le elezioni. Non solo per il premier, adesso anche per tutti quelli che gli stanno vicino». Per Franceschini «la maggioranza uscita dalle elezioni non c’è più, c’è quella residuale», ma non per questo si dovrà andare necessariamente al voto: Berlusconi potrà pure uscire di scena, «ma quando uscirà di scena un minuto dopo la parola passerà al capo dello Stato e al Parlamento. E noi ci impegneremmo a cambiare la legge elettorale perché sarebbe folle votare con questa legge elettorale che voi stessi avete definito una porcata». Il segretario del partito, torna sul tema fuori dall’Aula: «La maggioranza non c’è» e «questa crisi della maggioranza contiene in sè la promessa di una crisi di governo, di assoluta instabilità che può essere un danno molto grave per il Paese». Ciò detto, «Non credo che Berlusconi chiederà di andare al voto subito – conclude Bersani -. Proverà a navigare con la barca che fa acqua, minaccerà le elezioni, ma sa benissimo che sarebbero la prova del suo fallimento».
Del suo, del loro e della nostra democrazia, che evidentemente da questo stato patologico non potrà uscire se non radicalmente trasformata.

GINEVRA BAFFIGO

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom