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Diario politico. Berlusconi: ”Non sono più disposto ad accettare il dissenso nel partito”FINI SFIDUCIATO DAL PARTITO: ”Non abbiamo più fiducia nel presidente della Camera”

luglio 29, 2010 di Redazione 

La nota quotidiana del Politico.it, stasera a cura di Ginevra Baffigo, ci porta nel cuore della crisi del Popolo della Libertà. E’ definitivo, cala il sipario sul Pdl: la condotta di Fini non è compatibile con i principi del partito. I finiani non perdono tempo ed organizzano la formazione di gruppi autonomi nelle due Camere del Parlamento. Ma gli orizzonti che si aprono ora sono comunque inquietanti. Le opposizioni osservano lo scisma, ancora una volta, divise: chi è a favore di un governo tecnico in grado di portare avanti le riforme (il Partito Democratico) e chi piuttosto ritiene necessario tornare alle urne e chiedere quindi agli italiani di legittimare i presenti in Parlamento. Bossi, che ieri aveva profetizzato la rottura, vorrebbe evitare l’opzione delle elezioni anticipate. Ma la crisi del Pdl è ben profonda: all’espulsione di Fini, si aggiunge quest’oggi il proseguire dell’inchiesta sulla P3. E dalla prima lettura degli atti degli inquirenti non è escluso che altri nomi illustri della maggioranza siano, per ragioni ben diverse, obbligati a lasciare il Governo. 

Nella foto, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi

di Ginevra BAFFIGO

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Se per litigare bisogna essere almeno in due, per divorziare basta la volontà di uno solo» diceva lo scorso Aprile Silvio Berlusconi, in merito alla difficile convivenza di casa Pdl. Sono passati tre mesi ed alla fine quello che ha optato per il divorzio è stato proprio lui, il premier. Dopo un’intensa serata ha infine deciso di declinare la tregua lanciata ieri da Gianfranco Fini, ormai da troppo tempo lontano dalla linea del partito.
Oggi, con il duro documento dell’ufficio di presidenza del Pdl, nel quale vengono deferiti ai probiviri della corrente Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata, la rottura può dirsi definitiva.
Non è stato facile arrivare a questa conclusione: d’altra parte «Abbiamo tutti ritenuto che il Pdl non potesse pagare il prezzo troppo alto di mostrarsi un partito diviso» chiosa il premier. «I tifosi si distaccano da una squadra se la vedono litigiosa- spiega ancora Berlusconi-, tanto più se i litigi avvengono in campo aperto. Trentatrè su trentasei membri dell’ufficio di presidenza hanno ritenuto che non si potesse più continuare in questa situazione».
Gli unici a votar contro il documento sono stati infatti Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli. Tutti e tre finiani. Probabilmente a muovere le loro coscienze vi è stato il passaggio del documento in cui, oltre all’allontanamento dei probiviri, «si pone il problema della presidenza della Camera». Berlusconi ribadisce il concetto, approfondendolo nella conferenza stampa seguita all’ufficio di presidenza: «Viene meno la fiducia nel ruolo di garanzia del presidente della Camera. Non è mai successo che la terza carica dello Stato assumesse un ruolo politico» facendo «una vera e propria opposizione, critiche in sintonia con la sinistra e con una struttura organizzativa sul territorio». «Abbiamo provato in tutti i modi a ricucire con Fini- sembra giustificare il Cavaliere-, ma non è stato possibile. Non sono più disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito». Il leader del Pdl è un fiume in piena. Prosegue con delle dichiarazioni che hanno il chiaro retrogusto dello sfogo: «Si è presentato un dissenso da parte di Fini e degli uomini a lui vicini nei confronti del governo, della maggioranza e del presidente del Consiglio. Io non ho mai risposto, anzi ho sempre smentito i virgolettati che mi hanno attribuito. Abbiamo tenuto un comportamento responsabile, visto il momento di crisi che viviamo».

Le accuse al presidente della Camera sono a dir poco pesanti: «l’unico breve periodo in cui Fini ha rivendicato nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l’assenza di un suo sostegno ai candidati del Pdl». «Non si tratta di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico- si legge ancora nel documento-, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile» ma «le posizioni di Fini si sono manifestate non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito».

E dunque ora? Quali nuovi scenari si aprono ora nell’arena politica? Ci sarà dunque un voto di sfiducia alla Camera nei confronti di Fini?, Berlusconi tenta di sviare il tema: «Lasciamo che siano i membri del Parlamento ad assumere iniziative al riguardo». E subito dopo si affretta a garantire, come ieri, che il governo non è a rischio: «La maggioranza è salda, il governo non è a rischio». La decisione sulla permanenza di esponenti vicini a Fini al Governo «verrà assunto in sede» di Esecutivo, ma «io non ho difficoltà a continuare la collaborazione con validi membri del governo», ribadisce Berlusconi.
Lunghe ombre tendono all’orizzonte e le sorti della legislatura sono difficili da pronosticare.

Nel frattempo, però, i finiani non si perdono d’animo. In entrambi i rami del Parlamento intendono dar vita a dei nuovi gruppi autonomi, fuori dal Pdl, nel caso in cui dai vertici scattasse la sospensione. L’eventuale secessione conterebbe una trentina di deputati alla Camera. Gianfranco Fini ed il suo Delfino, Italo Bocchino, si sono intrattenuti in un lungo colloquio: è necessario l’appoggio del presidente della Camera, è l’unico a poter autorizzare un nuovo gruppo, e secondo il regolamento di Montecitorio con un quorum di venti firme si potrebbe procedere alla sua formazione.
Ma anche a Palazzo Madama, pronti allo scisma, ci sarebbero più di dieci senatori, numero, anche qui, sufficiente per la nascita di un nuovo gruppo.

Le reazioni al dramma pidiellino abbracciano l’intero arco parlamentare. Si guarda con timore all’eventuale esito della faida interna al centrodestra, soprattutto se questa potesse riportarci tutti alle urne.

Dalle file Democratiche, il segretario Pierluigi Bersani fa sapere che le elezioni anticipate «non sono nella nostra disponibilità, né nelle nostre intenzioni» ma siamo «pronti ad ogni evenienza, ma sta alla responsabilità di chi governa prendere certe decisioni». E rispetto alle altre opzioni? un Governo tecnico in grado di portar avanti le riforme, ad esempio? Bersani ritiene che «dipenda dall’oggetto di cui si discute. Se si parla di democrazia parlamentare da ristabilire, di legalità e di temi fondanti, noi non abbiamo pregiudiziali». Aperto a tutto, dunque il segretario Pd, ma su una cosa almeno non lascia spazio ad equivoci: «Il deferimento di alcuni esponenti finiani è un processo agli innocenti, ed è un singolare tribunale quello che mette a processo gente che non ha colpa».
La preoccupazione più grande resta comunque quella relativa alla caduta del Governo, il conteggio provvisorio non dà sufficienti garanzie alla maggioranza per proseguire con i suoi intenti riformisti. «Questo governo e questa maggioranza sono alle corde – chiosa Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati Pd – ministri che si devono dimettere, cofondatori pronti a fondare un altro partito o un altro gruppo parlamentare, uffici di presidenza riuniti per espellere, punire o censurare. Questo paese ha bisogno di essere governato, a cominciare dalla vicenda Fiat, e Berlusconi non ce la fa più. È il momento di aprire una nuova fase».
Per l’Italia dei Valori c’è invece poco da fare: «Il centrodestra è vicino all’implosione – prevede il capogruppo alla Camera Massimo Donadi -. La crisi nel Pdl non è solo una questione di rapporti tra Fini e Berlusconi, ma anche la rottura di un patto di governo che avrà pesanti ripercussioni anche sui rapporti con la Lega, che esploderanno quando sarà chiaro anche a Bossi che il federalismo si rivelerà una scatola vuota. Anche a causa della crisi economica, che il governo ha negato per un anno e non ha saputo affrontare per tempo».
L’audacia dell’Idv è quella di chi sa di aver ben seminato. Perché, dunque, non procedere al raccolto? «L’esecutivo di Berlusconi, che in due anni ha inchiodato il Parlamento a discutere di giustizia e leggi ad personam e che oggi è travolto da scandali e malaffare, non è più in grado di tenere la barra del Paese. Prima vanno a casa e meglio è per tutti. Le forze dell’opposizione devono tenersi pronte a proporre un progetto per l’alternativa di governo».
La Lega non sembra più così agguerrita, ma sulla profezia Bossi aveva ragione. Tutto anche per il Carroccio è lecito, ma piuttosto che riportare gli italiani al voto, rimarca il Senatùr, «siamo pronti anche a un patto con il diavolo».

Il Pdl continua ad essere al centro dell’inchiesta sulla P3. Le indagini dei pm romani proseguono ed i risultati sono sempre più allarmanti. Ancora una volta il nome di Marcello Dell’Utri esce alla ribalta: secondo i magistrati, che lo accusano della violazione della Legge Anselmi, questi rivestiva un «ruolo centrale», ma non di vertice nella cosiddetta P3.
La posizione di Dell’Utri è tuttora al vaglio degli inquirenti. Gli stessi però, indagando sulla presunta associazione segreta, hanno infine optato per non convocare Silvio Berlusconi, in relazione alla vicenda legata all’attuale governatore della Campania, Stefano Caldoro. Dalla procura capitolina si apprende, inoltre, che lo pseudonimo «Cesare» non era utilizzato esclusivamente per rivolgersi al premier. In ogni caso i riferimenti a «Cesare» non hanno rilevanza penale.

GINEVRA BAFFIGO

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