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Diario politico. Fini: ”Chi è indagato lasci il Pdl. Le leggi non servano a salvare i furbi” Bossi: ”Iperf e Iva alle Regioni”

luglio 27, 2010 di Redazione 

Inizio di settimana intenso, intenso Diario Politico. Il presidente della Camera dopo il ‘ponderato’ silenzio di questi giorni si impone sulla scena politca con un intervento a tutto campo, severo e lucido. Prova a rimettere ordine in casa, nella sua nuova casa: il Pdl. I finiani devono lottare ”dentro” le pareti di questa imponente struttura, ma quando si vede calpestare l’etica e la legalità, ammette il cofondatore Pdl, è giusto richiamare l’attenzione di tutti, anche dei vertici del partito. Il numero uno di Montecitorio decide quindi di dare man forte al vicepresidente dell’Antimafia, Fabio Granata, che con le sue istanze e la sua condotta integerrima ha sollevato un gran polverone nel salotto buono del Popolo della Libertà. Questo e non solo: l’edizione di questo lunedì affronta anche le dimissioni Verdini dai vertici del CCF, (ma non da quelli del Pdl, come lo invitano certi militanti della maggioranza). Ed ancora, le nuove sfide del  Carroccio enunciate dal Senatùr in una ‘calda’ notte d’Estate. Buona lettura e buona politica, come sempre, qui sul giornale della politica italiana.

Nella foto, il presidente della Camera Gianfranco Fini

di Ginevra BAFFIGO

«Mantenere incarichi per chi è indagato è una questione di opportunità politica che dovrebbe far riflettere». Questo, infine, l’atteso intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che dopo giorni di ponderata attesa si pronuncia sui grandi interrogativi che la crisi interna al partito di maggioranza impone al dibattito politico.
«La grande questione dell’etica – continua il numero uno di Montecitorio – deve essere una bandiera del Pdl. La difesa della legalità vuol dire anche non prestare il fianco, in alcun modo a polemiche». Per il co-fondatore del Pdl «due devono essere le stelle polari: certamente il garantismo, ma c’è da chiedersi se è opportuno che chi è indagato abbia incarichi politici. Una necessità anche a livello regionale, qui in Campania». Dal più alto scranno della Camera non si levano però commenti diretti a Dennis Verdini, per il quale il finiano Adolfo Urso ha piuttosto chiesto platealmente le dimissioni dal ruolo di coordinatore del partito, malgrado quelle già rassegnate dalla carica di presidente del cda del Credito Cooperativo Fiorentino.
La terza carica dello Stato affronta anche la questione delle tensioni interne al partito, di cui in questi giorni qui sulle colonne del giornale della politica italiana abbiamo ampiamente trattato. Il caso Granata ottiene quindi l’appoggio di Fini: «Quando si pone la questione morale non si può essere considerati dei provocatori e non si può reagire con anatemi o minacciando espulsioni che non appartengono alla storia di un grande partito liberale di massa».
Anche oggi infatti c’è chi riapre il fuoco contro il vicepresidente dell’Antimafia. La vicepresidente dei senatori del Pdl, Laura Bianconi, ha richiesto provvedimenti disciplinari contro il parlamentare siciliano e le reazioni dei finiani si sono fatte assordanti nei palazzi romani. L’ex leader di An prova mitigare il clima sempre più teso: la componente finiana deve impegnarsi «dentro il Pdl. In questo momento di confusione è essenziale avere le idee chiare». «Il primo punto fermo è mantenere l’identità e la nostra casa – rimarca – : Rafforzare il Pdl significa avere meccanismi concordati discussi prima, dato che il Pdl è un grande partito che esprime ormai la classe dirigente del Paese».
Ma riposizionato il timone, una chiosa sul caso Cosentino sembra echeggiare le parole di Granata. In riferimento al coordinatore regionale della Campania Nicola Cosentino, le parole del titolare di Montecitorio non si fanno lievi: «Non capisco come mai si è dimesso da sottosegretario e non si è dimesso dalla carica di partito».
Quanto poi all’operato del Governo, Fini si riserva un affondo: «Le leggi non possono servire per tutelare i furbi e garantire un salvacondotto. Devono servire a ben altro». Un discorso generale, che poi si stringe sulla vicenda delle quote latte: «Per compiacere la Lega si è messo un emendamento che comporterà sanzioni europee».

Le reazioni: Le parole di Fini si propagano rapidamente colmando i silenzio di questi ultimi giorni. Le agenzie di stampa le rilanciano in corsa contro il tempo, fino a raggiungere il collega Sandro Bondi, che evidentemente non le ha gradite. Il coordinatori del Pdl è lapidario: «Credo che non ci siano precedenti in Italia di interventi così marcati e ripetuti nel dibattito politico da parte di chi ricopre il ruolo di presidente della Camera – scrive in una nota-. A prescindere dai contenuti delle opinioni politiche espresse, si finisce per venir meno, in questo modo, ai doveri che il proprio ruolo istituzionale impone e si sacrificano le istituzioni di garanzia». Non meno grave è l’intervento di Fabrizio Cicchitto, che dalla presidenza dei deputati Pdl, parla di un partito «da alcuni mesi lacerato da polemiche frontali di un ristretto gruppo di suoi esponenti che fa proprie, addirittura amplificandole, le polemiche della sinistra più radicale e le sviluppa in modo sistematico». In risposta alla richiesta di dimissioni degli indagati ‘in carica’, «un partito garantista – per Cicchitto – non può farsi definire gli organigrammi interni dagli interventi dei magistrati inquirenti senza attendere tutte le chiarificazioni processuali e non. Così ci regolammo quando i pm di Napoli chiesero addirittura l’arresto di Bocchino. In quell’occasione solidarizzammo con lui e Fini condivise quella linea». Chiamato in causa, l’onorevole Italo Bocchino non si rifugia nella seconda linea, ma esorta i due co-fondatori ad confronto che metta pace in casa Pdl: «O Berlusconi e Fini si chiudono in una stanza e trovano le ragioni di un nuovo patto fondativo o si va alla rottura. E se sarà rottura sarà traumatica». Ed in una aggiunta adamantina, lo stesso dice: «Se si scatena la guerra» contro la componente finiana, non mancherà un contrattacco. «Dal partito non ci possono cacciare, non possono espellere Fini e noi non ce ne andremo. O pace o guerra: nessuna separazione consensuale».

Il caso Verdini. Denis Verdini, coordinatore del Pdl, «ha rassegnato le sue dimissioni irrevocabili» da presidente del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) e da componente del consiglio di amministrazione della stessa banca. Così recita la lettera inviata il 23 luglio ai vertici dell’istituto e resa pubblica solo oggi. Il coordinatore del partito di maggioranza, già sotto la lente dei pm per l’inchiesta sugli appalti per gli impianti eolici in Sardegna ( con l’accusa di corruzione ndr), è ora indagato anche per il reato di «associazione segreta» nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P3. Per solidarietà, oggi, l’intero cda ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni, «condividendo pienamente le argomentazioni contenute nella sua lettera».
Il braccio destro del premier, oltre alle dimissioni, presenta il conto al quarto potere, ricordando un po’ il gesto forzato di Scajola: «In questi mesi si è abbattuta sulla mia persona e, indirettamente, sul Credito cooperativo fiorentino, una tempesta mediatica e giudiziaria di ampie proporzioni rese certamente più eclatanti dal ruolo politico che rivesto», scrive Verdini. «Sono assolutamente certo di poter dimostrare, e lo farò nelle sedi opportune, la mia estraneità da ogni illecito che mi viene in questa fase addebitato. Tuttavia devo prendere atto che la rilevanza assunta dai fatti che mi vengono imputati – rilevanza che va bene al di là del merito stesso dei problemi – rischia di gettare un’ombra sulla banca». Come si accennava prima le dimissioni dalla banca sembrano non bastare a chi milita nel partito e si sente pregiudicato da questa tempesta giudiziaria che si è abbattuta sul Pdl. Il finiano Urso, malgrado il coordinatore si sia sempre dichiarato estraneo ai fatti che gli vengono contestati, prende atto delle dimissioni e rilancia: «Credo che la stessa sensibilità Verdini debba manifestarla anche nei confronti del partito, e per le stesse motivazioni che lo hanno spinto a dimettersi da presidente della Banca del Credito Cooperativo Fiorentino». In ‘difesa’ di Verdini interviene d’altra parte il ministro Ignazio La Russa, che debolmente garantisce: «Verdini mi ha dato la sua parola d’onore di non avere mai svolto in coscienza attività contro la legge».

Obiettivi estivi per la Lega. Umberto Bossi alla festa della Lega Nord di Soncino (Cremona) coglie l’occasione per rilanciare il federalismo fiscale. Il ministro per le Riforme ha ricordato ai presenti che il Carroccio «ha già portato a casa 15 miliardi per i Comuni, ora bisogna trovare l’accordo con Tremonti. Vedrete che ce la farò». «Questo – aggiunge Bossi – è l’obiettivo di questa estate: il federalismo fiscale. Non vado nemmeno in ferie se non chiudo la partita e sapete che io sono un uomo di parola: piano piano porteremo a casa quello che si può». Ma in quel ‘che si può’, è l’ultima proposta di Bossi a far discute: Irpef e Iva ai Comuni? la risposta di via Xx settembre resta in sospeso, ma le reazioni di Pd e Idv non si fanno attendere. Prima che coppi un incendio estivo Calderoli prova a chiarire: «Solo una sciocchezza riportata da un quotidiano locale (La Provincia di Cremona, ndr) e rilanciata dalle agenzie». Ma sul sito Padania.net l’incedere roco di Bossi è inconfondibile: «Le tasse dello Stato che devono andare alle Regioni – sostiene il leader della Lega – sono, io penso, l’Irpef e l’Iva o una miscela tra Irpef e Iva, niente di più flessibile. La Regione può usarla o cambiare». Regioni e non Comuni dunque, ma ciò non basta a stemperare gli animi dell’opposizione.

Le reazioni. «Di fronte a questa sparata su Iva e Irpef – sdrammatizza la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro – viene da chiedersi, come fanno a Roma, ‘Ma Bossi c’è o ci fa?’. Non è possibile che un leader politico come Bossi non sappia che la sua proposta è impraticabile e che le scelte del governo, di cui Bossi fa parte, vanno in tutt’altra direzione da quella da lui indicata». Dubbioso Antonio Di Pietro: «Una volta che Irpef e Iva vengono incassate dai comuni quali soldi vanno allo Stato? È un’affermazione senza senso e senza logica».
Roberto Calderoli, fra lo scalpitare delle opposizioni, prova a offrire nuovamente un chiarimento: è «la solita tempesta in un bicchiere d’acqua. Poco fa, chiacchierando con Umberto Bossi, abbiamo riso insieme della sciocchezza sul federalismo fiscale riportata da un quotidiano locale, e ripresa poi dalle agenzie di stampa, secondo cui, l’Irpef e l’Iva sarebbero state destinate ai Comuni, quando invece, nel nostro progetto, questi tributi saranno parzialmente ad appannaggio delle Regioni. I tributi destinati ai Comuni – chiarisce il ministro per la Semplificazione Normativa, nonché Coordinatore delle Segreterie Nazionali della Lega Nord – saranno quelli relativi agli immobili, con l’esclusione della prima casa, come già anticipato dal ministro Tremonti nella sua relazione al Parlamento».

Il Senatùr interviene anche sulle Quote Latte. La reazione su Irpef e Iva è comunque una brezza estiva a confronto della tempesta che si scatena sulla chiosa di Bossi sulle quote latte. «Sto dalla vostra parte – garantisce il Senatùr, rivolgendosi ai Cobas – chiederò a Zaia di scendere in campo. L’ho detto anche a Berlusconi: non puoi far chiudere le fattorie del nord, la gente non capirebbe». «Vi ricordate quando coi trattori volevate entrare a Milano e io vi dissi che il sindaco, che era leghista, avrebbe dovuto per forza far intervenire la polizia? – prosegue Bossi – Vi dissi: facciamo un patto, voi non marciate su Milano e io risolvo il problema: avete fatto bene a fidarvi allora e adesso. Galan, io non posso cacciarlo, ma chiederò a Zaia di scendere in campo: sta facendo bene in Veneto, ma lui ha a cuore come me la vostra situazione. È uno che fa, non come Galan che parla e basta». E al vice presidente della Regione Lombardia, il leghista Andrea Gibelli, si rivolge pubblicamente in questi termini: «Devi dire al tuo capo Formigoni che non può manifestare con gli allevatori che non stanno dalla nostra parte: patti chiari e amicizia lunga».
A queste parole anche l’Udc si espone in una critica: «Finalmente Bossi ha gettato la maschera – è l’attacco del capogruppo dell’Udc in commissione Ambiente alla Camera, Mauro Libè – ammettendo che difende gli allevatori che non hanno rispettato le quote latte perché con loro ha stipulato un patto segreto e immorale. I trattori delle proteste di qualche anno fa non sono entrati a Milano, per non costringere il sindaco leghista a sgombrarli, in cambio delle promessa di aiuto. A costo di violare leggi, norme comunitarie e regole morali. Davvero un bel comportamento per un politico che è per giunta ministro». «Ma la Lega non era il partito degli onesti? Non era il partito che agitava il cappio in Parlamento? Non era il partito che organizzava le ronde per far rispettare la legge? – è invece la retorica domanda di Ernesto Carbone, coordinatore del Forum Agricoltura del Pd. – Le dichiarazioni di Bossi ai Cobas del latte sono l’ennesima dimostrazione di come l’illegalità sia l’essenza stessa di questo governo: un ministro della Repubblica che dichiara di stare al fianco di pochi truffatori, che se ne infischia delle regole, e spudoratamente utilizza messaggi chiaramente minacciosi verso i suoi colleghi di governo».

Ginevra Baffigo

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