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Confronto fra destra italiana e britannica Ecco una grande inchiesta in sei puntate 5 – La politica estera: Berlusconi

luglio 26, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana vi propone ora la penultima puntata del nostro Speciale sulla destra italiana e quella d’oltremanica. Il racconto di Gabriele Federici prosegue in questo nuovo capitolo con una dettagliata analisi della politica estera del partito di Silvio Berlusconi, che nel relazionarsi con Bruxelles, ma soprattutto con Washington, sembra decisamente vicina alle inclinazioni di Westminster. Euroscetticismo ed euroentusiasmo possono portare paradossalmente alle stesse conclusioni? Sentiamo.

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Nella foto, Silvio Berlusconi e David Cameron

di Gabriele FEDERICI

Il governo Berlusconi II (2001-2005) ha assunto il proprio incarico in coincidenza con l’inizio del nuovo millennio, un’epoca che vede oramai superate fasi molto importanti della storia mondiale. Abbiamo alle nostre spalle non solo la Guerra Fredda, ma persino il “terzo dopoguerra”, che, iniziato nel 1989, possiamo dire definitivamente concluso il 28 maggio 2002 con l’accordo tra NATO e Russia per una collaborazione all’interno dell’Alleanza Atlantica sul modello: 19 + 1. Il fatto che l’accordo sia stato firmato in Italia, a Pratica di Mare, dove padrone di casa è stato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ci offre uno spunto per soffermarci sulla politica estera italiana. Come sta affrontando, ora, il centrodestra le nuove sfide poste dal Terzo millennio? Sul piano economico il processo di globalizzazione ha reso molto più ardua la concorrenza per un paese che basa gran parte del proprio reddito sull’esportazione. L’introduzione dell’euro ha accentuato le difficoltà e il rischio di emarginazione, perché ha reso molto più difficile la competizione sui mercati, non potendo più giocare sulla svalutazione della lira. All’interno dell’Unione Europea, dove è indubbiamente accresciuto sia il valore economico, sia politico della Germania dopo l’unificazione, l’Italia fa fatica a conservare il suo posto tra i “grandi”. L’esclusione dell’italiano tra le lingue comunitarie in cui vengono tradotte le conferenze stampa dei commissari europei, nel 2005, la dice lunga sul nostro peso politico ed economico internazionale. Cosa ne pensa Berlusconi dell’Europa? Il Primo ministro italiano non è certo un europeista convinto, tutt’altro. Questa posizione lo avvicina al giovane Premier inglese, ad ogni modo esiste una differenza tra le due situazioni: mentre i britannici, in modo particolare gli inglesi, sono di fatto degli euroscettici, gli italiani, al contrario, sono sempre stati degli euroentusiasti. Non solo, ma la classe politica britannica, sia laburista, che conservatrice ha continuamente mantenuto le distanze, salvo rare eccezioni (il conservatore Churchill e il laburista, successivamente social-democratico Roy Jenkins) dai vari processi integrativi europei; di pari passo, la classe dirigenziale nostrana, indistintamente dal colore, ha mostrato entusiasmo nei confronti dell’Europa comunitaria: il marxista, nonché autore del “Manifesto di Ventotene”, Altiero Spinelli e l’illustre primo ministro democristiano Alcide De Gasperi, soltanto per accennare due stimate figure. Detto questo, occorre precisare il fatto che nei governi Berlusconi non si trova alcuna messa in discussione dei progetti più importanti per l’integrazione europea, ossia l’euro e il progetto per una politica estera e di difesa comune per l’Unione. Fondamentale è l’esternazione di Berlusconi nel 2002 nel Parlamento italiano, nel dibattito tra maggioranza ed opposizione. Afferma il Primo ministro in questa circostanza:

“Noi, da parte nostra, continueremo a lavorare contro ogni visione dirigistica, centralistica e burocratica del processo di integrazione [...] Noi crediamo nell’Europa, la consideriamo un ideale, un’ambizione, una volontà, una necessità, ma dobbiamo distinguere chiaramente la nostra fede dal fideismo e dal massimalismo europeista acritico e dogmatico”.

Per quanto riguarda la dimensione atlantica, i fatti successivi ai drammatici eventi dell’11 settembre dimostrano la ferma volontà di conservare un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti all’interno della NATO, nella consapevolezza che l’alleanza atlantica rappresenta per il momento l’unica seria garanzia per la sicurezza e la difesa del paese. L’appoggio agli Stati Uniti è stato incondizionato da parte dell’Italia. Già nell’ottobre 2001 le truppe italiane rimpiazzano quelle americane in Bosnia e Kosovo e si preparano per l’attacco in Afghanistan.
Troviamo analogie tra l’Italia e la Gran Bretagna, e quindi questo senso di declino che pervade l’Occidente tutto, e l’Europa in primis, con la diminuzione delle spese per la difesa. Scrive Stefano Silvestri, Presidente dell’Istituto Affari Internazionali:

“Le sfide della globalizzazione sono difficili e l’Italia è in ritardo. Ne sono una spia chiarissima i bilanci dei due dicasteri più impegnati su questo fronte, Esteri e Difesa, ambedue largamente sotto-capitalizzati e in drammatico, continuo calo. Nel 2009 la percentuale di spesa degli Esteri sul bilancio dello Stato è passata dal già modesto 0,35% al 0,27%, soprattutto (ma non solo) a causa del crollo degli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo.”

Continua Silvestri:
“Per la Difesa siamo ormai stabilmente assestati al di sotto dell’1% del Pil (0,9%, per le spese complessive della funzione difesa, che includono anche quelle presenti nei bilanci di altri dicasteri), ben al di sotto della media europea (1,42%), delle richieste della Nato (2%) e degli impegni assunti in sede europea. È un bilancio quasi completamente assorbito dalle spese per il personale, arrivate al 63% grazie ad un aumento dello stanziamento di 750 milioni, a fronte di un decremento degli investimenti (-560 milioni) e delle spese per l’esercizio e la formazione (-440 milioni). In altre parole abbiamo Forze Armate sempre peggio armate e peggio addestrate, anche se impegnate in difficili missioni all’estero. Questa cecità strutturale del sistema italiano si riflette anche nelle sue politiche di penetrazione commerciale. È vero che tra il 1999 e il 2008 le nostre esportazioni sono aumentate di un confortante 65% (in valore), ma strutturalmente sono anche divenute più fragili: si registra una diminuzione della competitività in ambito Ue (le esportazioni italiane nell’ area Ue crescono più lentamente, passando da quasi il 64% del totale a circa il 58%), un’analoga tendenza verso gli Usa (dal 9,2% al 6,93%), un aumento ancora troppo modesto nei confronti delle economie emergenti dell’Asia orientale (solo mezzo punto, dal 5,6% al 6,1%) e ancora una diminuzione percentuale verso l’America Latina (un altro mezzo punto dal 3,9% al 3,3%). In altri termini il sistema produttivo italiano non sembra ancora in grado di accrescere significativamente la sua capacità di penetrazione in direzione delle economie a più alto tasso di crescita.”

5- continua

Gabriele Federici

Le altre puntate:

1- Il neoconservatorismo della Thatcher

2- Economics, tra carità e liber(al)ismo

3- La gran debolezza dei poteri esecutivi

4- La politica estera

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