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Confronto fra destra italiana e britannica Ecco una grande inchiesta in sei puntate 4 – La politica estera

luglio 25, 2010 di Redazione 

Nuova puntata della grande inchiesta de il Politico.it. Gabriele Federici continua il suo racconto della non troppo lontana Gran Bretagna, affrontando ora la politica estera d’oltremanica. L’ormai ridimensionato impero di Sua Maestà, all’ indomani della Crisi, deve fare i conti con delle nuove problematiche, non solo in materia di finanza internazionale. Mr. Cameron ha di fronte a sè delle importanti sfide: tante sono state le promesse a condurlo a Westminster.

Buona lettura dunque, e come sempre, buona politica, qui sul giornale della politica italiana. 



Nella foto, il premier inglese David Cameron e William Hague, suo ministro agli Affari Esteri

di Gabriele FEDERICI


Una serie televisiva britannica, in onda nel Regno Unito dal 2003, è giunta nel nostro paese nel 2007 su MTV dal titolo: “Little Britain”. Lo show comprende una serie di sketches rappresentanti i vizi abituali nella vita di ogni giorno, sotto forma di parodia, degli abitanti di Sua Maestà. I “puritani anglofili” affezionati all’intelligenza e alla sfacciataggine del gruppo comico inglese di “Monty Python” hanno trovato la serie di “Little Britain” simpatica e decisamente irriverente nei primi mesi, dopo di che, un senso di prevedibilità ha giocato d’anticipo sulle loro aspettative, finendo con il risultato di uno sbadiglio genuino, impietoso, nonché decisamente poco elegante. Gli sketches sono sempre gli stessi: le tematiche trattate, le ambientazioni, ma soprattutto le battute sono praticamente uguali. L’originalità ha avuto termine e i tempi di “Monty Python” sono lontani.
Sulla stessa filosofia di “Little Britain” si inserisce lucidamente un pregevole articolo del grande giornalista anglo-americano Stryker McGuire, apparso sulla rivista americana Newsweek nell’agosto dello scorso anno dal titolo: “Forget the Great in Britain”. Scrive McGuire all’inizio del suo articolo:

“Anche nei decenni seguenti al declino del suo impero, la Gran Bretagna ha tenuto il passo di una piccola superpotenza. La sua forza economica e culturale, la sua capacità nucleare e militare, il suo straordinario legame con l’America – tutto ciò ha aiutato questa piccola isola a puntare in alto, al di sopra delle sue possibilità. Ma ora tutto sta cambiando, mentre si fa più chiaro il ruolo giocato dalla Gran Bretagna nella crisi finanziaria dello scorso anno, con il salvataggio delle banche e la conseguente recessione. Improvvisamente, quel sole che non tramontava mai getta lunghe ombre su ciò che resta delle ambizioni imperiali britanniche, e il Paese si trova a dover ripensare al proprio ruolo nel mondo – forse come “Little Britain”, certamente come una Bretagna minore.”

McGuire prende atto civilmente che i tempi della “Cool Britannia” di blairiana memoria hanno avuto fine, così come il fermento culturale della Londra anni ’90. Il taglio al budget per la difesa e i nuovi controlli finanziari alla city, che potranno incentivare una fuga di capitali verso Shangai e Singapore, sono due realtà indicative del declino internazionale del Regno Unito. La Gran Bretagna, secondo McGuire, dovrebbe ridefinire il proprio ruolo tra le grandi nazioni, quanto rinnovare quello spirito che ha guidato l’ha guidata in passato. Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, scrive a proposito dell’attuale premier britannico su Il Riformista:

“Cameron deve la sua fortuna all’essersi venduto ai conservatori come un clone di Blair ma, in tutta evidenza, non è Blair. E’ diverso il Paese che ha davanti, è diversa la parte che recita. [...]Le Falklands di Cameron saranno il debito pubblico e la riforma dello Stato. Non basteranno i sorrisi, le politiche sociali “moderne”, i ponti lanciati verso mondi tradizionalmente lontani dall’elettorato conservatore. Ci vorrà determinazione, coraggio politico, forza di sfidare l’impopolarità. Rolling back the state, di nuovo.”

La politica estera di Cameron prevede la promozione del libero mercato nel mondo, la difesa degli interessi nazionali del Regno Unito, quindi la lotta al cambiamento climatico e alla povertà, sulla base dei valori Tory. L’intento di Cameron e del suo ministro agli affari esteri, il thatcheriano William Hague, comprende: la creazione di un “National Security Council”, all’interno del quale i dipartimenti della difesa, degli esteri, dell’energia, quindi degli interni possano cooperare tra loro in maniera proficua; mantenere l’impegno con la NATO per portare avanti il lavoro in Afghanistan e dissuadere l’Iran nel dotarsi di armi nucleari; rinforzare i legami tra l’Europa e l’America settentrionale in vista delle nuove sfide poste dal XXI secolo; riformare l’ONU, adattandolo agli scenari geopolitici internazionali; quindi, last but not least, il sito del partito conservatore recita:

“A determination to uphold our own values abroad, not by imposing them on others but by being an inspiring example of them ourselves. We know that Britain is safer and stronger when our values are strongly upheld and widely respected in the world. That is why we must strive to act with moral authority in our foreign policy.”

La special relationship con Washington continua a rimanere un punto cardine della politica estera di Westminster, anche sotto David Cameron, cosicché lo stesso trend vale per l’atteggiamento nei confronti dell’Europa. I conservatori, storicamente, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, hanno mantenuto un forte grado di scetticismo nei confronti del progetto federale europeo, nonché una grave allergia nei riguardi di tutto l’apparato burocratico di Bruxelles: in questo Cameron non fa eccezione. Cosa dire di Berlusconi?

Lo vedremo lunedì.

4-continua

Gabriele Federici

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Le altre puntate:

1- Il neoconservatorismo della Thatcher

2- Economics, tra carità e liber(al)ismo

3- La gran debolezza dei poteri esecutivi

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