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Dove la rivoluzione culturale c’è già stata Cassinetta, stop al consumo di territorio Solo ristrutturazioni e sua valorizzazione E il sindaco Finiguerra rieletto con il 62%

luglio 23, 2010 di Redazione 

E’ un’isola felice, ma solo perché la nostra politica non è (ancora) abbastanza onesta e responsabile, e visionaria, per fare sua un’impostazione che impone un cambiamento di prospettiva che rilancerebbe, da ultimo, proprio la nostra economia. Cassinetta di Lugagnano, provincia di Milano. viene eletto primo cittadino un ambientalista brillante. Si chiama Domenico Finiguerra, ha 39 anni e viene dalla città. Mette subito in campo la ricetta propugnata in anni di militanza “verde”: niente nuove costruzioni, prima si rimette in sesto ciò che già c’è; minori entrate sul fronte della tassazione del territorio ma eguale (suppergiù) volume di impresa edilizia. Qualche tassa di scopo, nessuna riduzione sostanziale delle imposte. Cassinetta è oggi un capolavoro di paese nel quale tutti fanno la fila per andarsi a sposare. E i cittadini, nonostante la tassa, hanno gradito, scegliendo cinque anni dopo di rieleggere il loro sindaco con un plebiscito ben superiore (+12%) al consenso che gli avevano tributato alla prima elezione. Perché la qualità della loro vita è migliorata considerevolmente. Senza imporre battute d’arresto al loro portafoglio. Anzi. Ora immaginate di trasporre tutto questo su scala nazionale: migliaia di cantieri potrebbero essere aperti per recuperare fette di territorio oggi abbandonate e per di più deturpate da costruzioni fatiscenti; centri storici lasciati morire. Anche qui il volume di cantieri non verrebbe ridotto, ma il territorio non solo cesserebbe di essere “colpito”, ma addirittura recuperato nella sua bellezza originale. Pensate alla spinta per il nostro turismo e, anche, come, migliorando le condizioni di vita di tutti noi, favorirebbe un sicuro rilancio (anche) indiretto della nostra economia (perché quando si vive meglio si è nella condizione di dare un contributo molto più importante al Paese). E’ solo un pezzetto di una rivoluzione culturale che deve prevedere, naturalmente, anche altri (e principali) momenti, a cominciare da quelli di cui parliamo da mesi: l’università e la ricerca chiave di un nuovo sistema-Paese (che faccia un passo decisivo verso la risoluzione del problema della disoccupazione attraverso l’istituzione di una rete di formazione permanente collegata alle prime), facendo sì che la cultura cessi di essere una voce del bilancio e ne divenga IL bilancio. Ma è un pezzo che, già sperimentato, dimostra come tutto questo sia fattibile. Naturalmente non dev’essere necessariamente preso in blocco e imposto assolutisticamente; sono linee, da integrare con il mantenimento di modelli esistenti. Ma una prospettiva nuova è tracciata. Le risorse immateriali possono rifare dell’Italia, che può tornare ad essere la culla della civiltà, un grande Paese. Si tratta ora solo di riprendere a valorizzarle. Attilio Ievolella è andato a Cassinetta per parlare con il suo sindaco rivoluzionario. Sentiamo.

Nella foto, Domenico Finiguerra

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di Attilio IEVOLELLA

Grandi opere pubbliche, appalti a iosa, progetti mastodontici (almeno sulla carta). Tutti con (appetitosi) fiumi di denaro da gestire e con risultati spesso discutibili. Questa è, oggi, l’Italia. La stessa Italia che ospita, però, anche una ‘mosca bianca’, la contraddizione di se stessa, una sorta di salmone che risale la corrente…

Questo ‘salmone’ ha il nome di Cassinetta di Lugagnano, piccolo paese in provincia di Milano, collocato sulle sponde del Naviglio Grande, a 20 chilometri dalla metropoli lombarda, 1883 abitanti suddivisi in 713 famiglie (dati Istat aggiornati al 31 dicembre del 2009), e soprattutto un territorio che viene considerato e curato come un gioiello, da proteggere e da valorizzare. Tanto da conquistare il premio nazionale ‘Comuni a cinque stelle’ – iniziativa dell’associazione ‘Comuni virtuosi’ finalizzata a stimolare buone prassi amministrative improntate all’idea della decrescita – per le caratteristiche del proprio ‘Piano di governo del territorio’ a ‘crescita zero’, ovvero “nessun nuovo piano di insediamenti residenziali, se non attraverso il recupero di volumi già esistenti o la riconversione e il recupero di aree industriali; puntare sulla valorizzazione del centro storico e del patrimonio artistico ed architettonico (il naviglio grande, le ville, i parchi e i giardini); salvaguardare e promuovere l’agricoltura; promuovere la qualità ambientale e il turismo”. Con l’aggiunta di una posizione netta sul fronte ‘corsa agli appalti’: “opposizione alle grandi infrastrutture legate all’aeroporto di Malpensa”.

Tutto ciò ha anche consentito all’attuale primo cittadino, Domenico Finiguerra, milanese doc di 39 anni, di vincere per due volte consecutive la sfida delle urne: la prima volta nel 2002, con il 50,1 per cento dei voti; la seconda nel 2007, con il 62,1 per cento dei voti. Sempre incentrando la propria campagna elettorale sulla difesa piena del territorio. Ad accompagnarlo una lista civica e la collocazione “nella parte di campo avversa all’attuale governo Berlusconi”, chiarisce subito Finiguerra. ‘Mosca bianca’, a sua volta, in ambito politico: uomo di centrosinistra capace di vincere nella Padania leghista e pidiellina… ma questa è un’altra storia.

A richiamare l’attenzione – dal punto di vista amministrativo e dal punto di vista politico – sono l’idea stessa di un Piano regolatore a ‘crescita zero’, senza, cioè, interventi strutturali ex novo sul territorio, e la filosofia che anima quell’idea: dire basta al consumo del territorio. Perché “oggi, quando le amministrazioni locali discutono di progetti, si perde completamente di vista il vero obiettivo: rendere migliore la qualità della vita dei cittadini – afferma Finiguerra -. Ecco, è questo il vero male italiano: ci si perde per strada, si confonde lo strumento con lo scopo… vedi il caso del ponte sullo stretto di Messina! Le opere dovrebbero essere realizzate solo perché servono alle persone, non certo per creare benefici assolutamente artificiali. Per intenderci, oggi si parla delle opere pubbliche come utili all’economia… ma ragioniamo col buon senso: se un’opera è utile alla comunità, allora è giusto realizzarla, altrimenti è meglio lasciar perdere… E invece in Italia ci si concentra su opere assolutamente inutili, e si dimenticano completamente quelle operazioni, anche piccole, che possono salvaguardare comunità e territori”.

A guardare la ‘fotografia’ scattata da Finiguerra c’è da esser dubbiosi… a leggere i numeri - numerosi i dossier a disposizione, come, tra gli altri, quello curato dal Wwf Italia – c’è da aver paura: ad esempio, il consumo annuo di cemento è passato da 50 chilogrammi pro capite negli anni ’50 a 400 chilogrammi pro capite in questo inizio di terzo millennio. Con un’immagine si può fissare il fenomeno: in appena sessant’anni il Trentino Alto Adige e la Campania sono stati ricoperti di cemento. E la tendenza sembra inarrestabile… Perché il Paese, le Regioni, i Comuni – anche i più piccoli… – trovano nell’edilizia, ovvero nella ‘vendita’ del territorio, lo strumento per tentare il risanamento dei bilanci. E proprio il territorio, alla lunga, sembra presentare il conto alle comunità: da un lato, il dissesto idrogeologico è uno spauracchio reale (capace, purtroppo, di produrre danni ingenti e vittime anche in situazioni di emergenza appena accennate); dall’altro, la solidità delle strutture realizzate lascia a desiderare (L’Aquila docet). “Ma guardi che, politicamente, puntare su interventi di messa in sicurezza e di riqualificazione non paga… – sottolinea Finiguerra, provocatoriamente e realisticamente – Fa molto più colpo andare a ‘Porta a Porta’ e disegnare quattro frecce sulla mappa dell’Italia, fa colpo innanzitutto sugli elettori…”.

E questo è un altro nodo delicato: l’impatto politico. In un’epoca fatta di sondaggi e di consensi alla ‘Grande Fratello’, annunciare grandi opere, potenzialmente destinate a muovere soldi e a creare posti di lavoro, è molto, molto fruttuoso. Così come è fruttuoso rimarcare, una tantum, il gap infrastrutturale dell’Italia: se ne parla da anni, eppure non si è mai risolto il problema, nonostante le opere annunciate e talora realizzate. “Ci prendiamo in giro… innanzitutto dovrebbe essere sistemata la rete infrastrutturale esistente in Italia, e invece abbiamo preso una pessima abitudine: c’è qualcosa che non funziona? Mica provvediamo ad aggiustarla… facciamo la cosa più semplice, la rifacciamo ex novo! E poi è inevitabile che ci siano ripercussioni sul territorio…”, afferma ancora Finiguerra.

Proprio in questo quadro si innesta l’esperienza di Cassinetta di Lugagnano, ovvero “promozione e valorizzazione del territorio così com’è, con interventi mirati e contenuti, piuttosto che con grandi opere. E soprattutto, stop netto alle nuove costruzioni!”. E ancora “basta con la monetizzazione del territorio, come strumento per pareggiare i bilanci e consolidare popolarità tra gli elettori”.

Facile a dirsi (e a farsi) in un piccolo territorio. Più difficile in realtà complesse, come Milano e Roma, dove l’esigenza abitativa è forte, costruire all’interno delle mura è impossibile e lo sfogo della periferia è l’unico possibile… “Questa riflessione non posso accettarla! Perché questo discorso è più difficile, invece, in un Comune piccolo, dove le risorse economiche sono risicate, e ricorrere alla monetizzazione cedendo pezzi di territorio all’edilizia è l’unica soluzione a portata di mano, almeno in apparenza – ribatte Finiguerra -. E invece bisogna avere le idee e la forza per realizzare opere che rispettino e valorizzino i territori, sia nelle piccole che nelle grandi realtà: questo discorso, sia chiaro, va fatto in tutto il Paese, puntando, innanzitutto, sulla riqualificazione del territorio, ad esempio dei centri storici che si vanno lentamente e inesorabilmente svuotando”.

Quanto questa strada, quella tracciata da Cassinetta, è percorribile? “Dovremmo togliere cemento, come consiglia il buon senso, e invece continuiamo ad aggiungerne. Per dirla chiaramente, ci stiamo mangiando il futuro dei nostri figli, in allegria. E difatti è sempre più frequente l’affermazione dell’uomo politico di turno a sostenere che la crisi si batte con l’edilizia e con le grandi opere: la cazzuola e la betoniera sono diventati il simbolo dello sviluppo, del progresso e della riscossa tutta italiana e il consumo di territorio ha assunto dimensioni davvero inquietanti, con cantieri che spuntano anche in posti impensabili, senza risparmiare parchi, zone protette e sottoposte a vincoli, di natura ambientale, paesaggistica o architettonica, grazie anche a una pianificazione urbanistica pressoché assente”, questa la risposta implicita di Finiguerra. Con l’aggiunta di un ulteriore elemento: “Anche l’agricoltura, di riflesso, scivola costantemente verso l’impoverimento, sia economico che culturale, con grandi e fertili territori che sono passati (consapevolmente o meno) da una sana vocazione agricola, che però comporta pazienza e fatica, ad una ammaliante vocazione edilizia, che rende ricchi subito e senza sudore”.

Allora, l’impressione è che, purtroppo, Cassinetta di Lugagnano sia destinata a rimanere una ‘mosca bianca’ in quest’Italia fatta di appalti, di ‘prime pietre’, di cantieri e di opere spesso lasciate a metà. Anche perché, ragionando in maniera cinica, le risorse tagliate ai Comuni spingono, inevitabilmente, alla vendita del territorio: le entrate legate all’edilizia (residenziale, industriale, commerciale, stradale) vengono viste come oro colato. “Guardi, non è proprio così… Sia chiaro, abbiamo disegnato un piano regolatore che: non fosse la traduzione delle aspettative del ‘partito del cemento’; puntasse all’azzeramento del consumo di suolo; non prevedesse nuove aree di espansione urbanistica; investisse tutto sul recupero del patrimonio esistente, sulla promozione dell’agricoltura e sulla valorizzazione del paesaggio ambientale e architettonico – ricorda Finiguerra, ritornando indietro nel tempo con la mente – Allo stesso tempo, siamo convinti, ora più che mai, che si possa puntare su piccole opere pubbliche diffuse, tendenti a riqualificare tutto il patrimonio immobiliare esistente sul territorio nazionale, abbattendone i consumi energetici e riconvertendoli alle energie pulite e rinnovabili, e recuperare alla bellezza molti degli angoli del Belpaese deturpati da ecomostri: ci sarebbe da lavorare, e per parecchi decenni, per tutte le imprese legate all’edilizia. E dal punto di vista dell’amministrazione del Comune, abbiamo dovuto fare di necessità virtù, perché, certo, non avere più la disponibilità degli oneri di urbanizzazione e dei contributi aggiuntivi derivanti dalle grandi lottizzazioni, ha reso (e rende tuttora) arduo sia realizzare le opere e gli investimenti necessari alla comunità, sia il mantenimento di standard qualitativi e quantitativi nei servizi alla persona. La maggiore difficoltà è stata (ed è tuttora) far quadrare il bilancio. Come? Beh, taglio delle spese nei settori non indispensabili, ricerca di altre e innovative fonti di finanziamento, riduzione dei consumi energetici e investimenti nelle fonti rinnovabili… e per il Comune – spiega Finiguerra – nessuno staff né addetti stampa, utilizzo dei mezzi pubblici o delle biciclette, nessun convegno a spese dell’amministrazione”. Eppoi, “per gli investimenti ritenuti indispensabili e che non è possibile realizzare con contributi a fondo perduto – chiarisce il primo cittadino di Cassinetta – si procede all’accensione di mutui con conseguente ricaduta sulla fiscalità locale. Nel caso più importante, la nuova scuola dell’infanzia, il mutuo da un milione di euro è stato coperto dall’aumento di un punto dell’Ici sulle seconde case, sui capannoni e sulle attività produttive: una sorta di tassa di scopo. Inoltre, facendo leva sulla qualità paesaggistica e ambientale del nostro piccolo Comune, quasi tutte le attività culturali sono poste a carico di sponsor o di altri enti pubblici e privati. E per cercare di pareggiare il bilancio si è ricorso, infine, anche alla fantasia, cercando di cogliere tutte le opportunità, anche quelle più strane: ad esempio, per far fruttare la forte domanda di celebrare matrimoni civili a Cassinetta, tutti gli amministratori si sono messi a disposizione, anche in orari strani, nelle ville settecentesche, nei parchi comunali o in piazza, persino a mezzanotte… ma ad un costo maggiorato”. Finanza creativa, quindi, nel senso migliore del termine….

Ma, alla fine, la vera cartina di tornasole è stata rappresentata dai cittadini. Che hanno dimostrato prima alle urne e poi nella vita di tutti i giorni di condividere il progetto complessivo per il loro piccolo paese, anche a fronte di alcuni sacrifici. Perché “molto probabilmente, grazie alla politica di rigore finanziario condotta, ai risparmi e alle nuove entrate reperite, se non si fosse optato per la ‘crescita zero’, continuando ad incamerare ingenti somme di denaro in oneri di urbanizzazione, sarebbe stato possibile ridurre, e di molto, la pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese – ammette Finiguerra – Invece, l’Ici sulla prima casa (finché c’era) è rimasta ferma al 6 per mille, l’addizionale comunale è bloccata al 2 per cento, i costi dei servizi a domanda individuale come la mensa scolastica e l’asilo nido sono aumentati e l’Ici sulle seconde case e sugli altri fabbricati è stata innalzata di un punto… tutto ciò – conclude Finiguerra – senza nessun isterismo collettivo dovuto al virus ‘giù le tasse’”.

Attilio Ievolella

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