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Confronto tra destra italiana e britannica Ecco una grande inchiesta in sei puntate 3 – La gran debolezza dei poteri esecutivi

luglio 22, 2010 di Redazione 

Qualcuno obiettò che non era possibile far convivere su uno stesso giornale opinioni divergenti e a volte contraddittorie tra loro. Un’idea molto limitata e povera della politica (italiana). Siamo entrati in una nuova fase, le ideologie del secolo scorso ci hanno fatto il favore di dissolversi da sé. La nostra politica deve ora porsi l’obiettivo finale di una “soluzione” nel solo interesse di tutti gli italiani. In questa chiave il giornale della politica italiana, che è il giornale del futuro dell’Italia, rappresenta ogni giorno uno spazio di confronto e un laboratorio per le idee della nostra politica del domani. Al di là dei (vecchi) cartelli di rappresentanza della destra e della sinistra. E quindi, per il momento, a partire da entrambe. E quella di oggi è una giornata nella quale ascoltiamo voci un po’ più di destra su il Politico.it: da ascoltare con spirito critico ma anche nello spirito di chi vuole conoscere – se è di sinistra – le idee degli altri ed elaborarle nel confronto con le proprie. Dopo il pezzo di Marta Cini sulla destra alla destra del Pdl, e la prima zampata di Annalisa Chirico sulle nostre pagine sul tema della privatizzazione dell’acqua, è il momento dell’appuntamento con il grande speciale a cura di Gabriele Federici: il Pdl, riletto nel confronto con i conservatori inglesi. La terza puntata è dedicata all’instabilità sistemica (per l’Italia) e politico-contingente (per la Gran Bretagna) che determina comunque un effetto comune: i governi durano poco e sono poco capaci d’incidere sulla realtà. Sentiamo.

Nella foto, Sandra Lonardo Mastella: fu l’inchiesta avviata su di lei la causa prima della caduta dell’ultimo governo Prodi, da cui Federici prende le mosse nella sua analisi

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di Gabriele FEDERICI

Il primo governo Cameron si è insediato a Westminster l’11 maggio 2010, dopo 13 anni di dominio laburista: un laburismo plagiato dalla passata esperienza thatcheriana che lo ha trasformato nel profondo, non più marcatamente socialista e collettivista, quanto piuttosto un laburismo mitigato nelle sue istanze sindacali più oltranziste. Le condotte governative molto “Lib” e poco “Lab” di Anthony Blair e Gordon Brown si distaccano notevolmente dalla filosofia politica dei loro predecessori: Clement Attlee, Harold Wilson e James Callaghan.

L’ultima legislatura della Repubblica Italiana, con il quarto governo Berlusconi, è iniziata il 29 aprile 2008. La legislatura precedente presieduta dall’allora Primo ministro Romano Prodi è passata alla storia, con i sue due anni, come la seconda legislatura più corta dell’esperienza repubblicana del nostro paese. Per l’ennesima volta il centrosinistra e la sinistra italiana hanno dato prova della propria incapacità esecutiva. Gli aspetti che contornano la vicenda della fine dell’ultimo governo Prodi hanno del grottesco. In seguito all’arresto della moglie, disposto dalla magistratura, l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella ha deciso di dimettersi, facendo entrare il governo in una fase di crisi. A causa della suddetta crisi aperta dal voto di sfiducia nel gennaio 2008 e alla rimissione del mandato esplorativo da parte dell’ex presidente del Senato Franco Marini, il neo-eletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sciolto le camere nel febbraio dello stesso anno.

Perché impiegare il nostro tempo nel rileggere le vicissitudini della sfortunata XV legislatura? La caduta di Prodi costituisce un episodio sintomatico della patologia da cui sono affetti gli esecutivi italiani. L’Italia sembra essere condannata al “non-governo” e la leadership di Berlusconi non è del tutto immune da questa particolarità politica tipica del nostro Paese.

Nel 2006 gli italiani sono stati chiamati alle urne per esprimersi con un referendum sulla riforma della Costituzione effettuata dalla coalizione di centrodestra che ha governato dal 2001 al 2006 e che modificava sia la forma di Stato che quella di governo. Nel 2001 un altro referendum costituzionale aveva approvato la riforma varata dal centrosinistra che modificava sensibilmente la forma di Stato. Due referendum costituzionali nell’arco di cinque anni per decidere su riforme incisive della Costituzione del 1948 segnalano l’esigenza avvertita dall’intera classe politica di porre fine alla transizione avviata nel 1993-1994 e di attuare quella riforma costituzionale di cui si discute almeno dagli inizi degli anni ottanta con Craxi.

Il sistema politico-istituzionale italiano ha subito delle trasformazioni negli ultimi 15 anni. L’avvio di tali trasformazioni coincide con il cambiamento delle opportunità della competizione politica verificatosi tra la metà e la fine del 1993 per l’uscita di scena di tutti i partiti di governo della Prima Repubblica e per l’introduzione di nuove regole elettorali. Nel frattempo si è affermato il bipolarismo, ma l’eterogeneità interna delle due coalizioni le rende potenzialmente instabili, e la loro reciproca ostilità è ancora troppo alta per un “Paese normale” e così “poco anglosassone” come il nostro.

I governi sono divenuti più longevi ma ondeggiano tra la riemersione di faide interne e la tentazione di togliere all’opposizione anche le prerogative necessarie per svolgere efficacemente il suo ruolo di controllo: le stesse opposizioni mutatis mutandis, per loro conto, ostracizzano costantemente l’operato dell’esecutivo, molto spesso ripudiando il dialogo, e demonizzando continuamente l’avversario.

Le autonomie territoriali si sono irrobustite ed è prevalsa l’idea che l’assetto dello Stato debba assumere una forma federale, ma manca l’architrave più importante: un ramo del Parlamento come sede di raccordo tra potere centrale e sistemi regionali.

Grazie alla ricezione degli attori politici e degli elettori, ha quindi preso piede la logica maggioritaria, in chiave elettorale, e l’idea federale, nei rapporti tra centro e periferia.

Per stabilire questi nuovi equilibri e chiudere la transizione è necessario un adattamento del disegno costituzionale, che ricalchi il modello del “governo del Primo ministro” col contrappeso di uno “statuto dell’opposizione” e che sancisca la fine del bicameralismo perfetto con la creazione di un vero e proprio “Senato delle Regioni”.

La leadership di Silvio Berlusconi deve far fronte a questo deficit governativo della nostra penisola: nella sua ultima campagna elettorale egli ha annunciato una stagione delle riforme. Sono passati due anni dall’inizio della XVI legislatura e il Primo ministro italiano, per portare a termine il suo disegno, deve far fronte agli sviluppi interni del suo partito, quindi prestare attenzione al peso politico ed elettorale degli alleati della Lega Nord e dulcis in fundo all’incomunicabilità perenne con l’opposizione, decisamente restia nel collaborare con le istanze della maggioranza.

La situazione di David Cameron è paradossalmente analoga a quella di Berlusconi. Gli attuali esecutivi italiano e britannico sono caratterizzati da una mancata capacità di ampio respiro all’interno delle loro manovre governative. Mentre l’Italia è affetta da contingenze strutturali, sopra menzionate, il Regno Unito di David Cameron deve fare i conti con la propria maggioranza relativa. Infatti la vittoria dei Conservatori è stata caratterizzata dalla presenza, nel proprio governo, dei Liberaldemocratici di Nick Clegg, quest’ultimo diventato ormai suo vice. Gli antichi avversari di un tempo, i Tory e i Whig, ovvero gli eredi, rispettivamente degli storici statisti Benjamin Disraeli e William Gladstone, ora sono seduti sugli stessi scranni della House of Commons. Matrimonio di comodo tra Cameron e Clegg? L’esito della risposta è lasciata alla sagacia del lettore.

La domanda, ad ogni modo, lascia intendere le affinità, ma anche le divergenze tra i due leader. De facto essi condividono la giovane età, gli studi presso scuole prestigiose, il retaggio culturale e sociale, nonché una brillantezza ed una perspicacia del tutto invidiabili. La divergenza sta nelle rispettive provenienze partitiche, pertanto nei valori, quindi nei costumi che esprimono, profondamente legati al puritanesimo, quindi al liberalismo inglese, pur con tutte le loro varianti e aggiustamenti del XXI secolo.

Tornando a noi: dove nasce il paradosso tra Cameron e Berlusconi nella gestione della res publica nei loro rispettivi Paesi? Storica patria della logica tutta anglosassone del party government e del sistema elettorale maggioritario puro (chi vince prende tutto), in definitiva del decisionismo e dell’efficienza tipiche d’oltremare che hanno dato grande lustro al Regno Unito specie durante la loro “finest hour”, parafrasando Churchill, la Gran Bretagna si converte al tripartitismo e alla logica continentale delle coalizioni.

Nel momento in cui Cameron, secondo i più maligni, potrebbe non arrivare alla fine del suo primo mandato, e quindi creare quella instabilità governativa, così inusuale nei mores della Perfida Albione, l’Italia dei 45 governi nell’arco di 46 anni (ovvero dalla Legislatura I fino al termine della Prima Repubblica) sta cercando disperatamente di uscire dal suo pantano istituzionale per dotarsi finalmente di un potere esecutivo capace di governare e non solo di sperare di sopravvivere agli umori delle mogli altrui.

3 – continua

Gabriele Federici

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Le altre puntate:

1 – Il neoconservatorismo della Thatcher

2 – Economics, tra carità e liber(al)ismo

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