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Confronto tra destra italiana e britannica Ecco una grande inchiesta in sei puntate 2 – Economics, tra carità e liber(al)ismo

luglio 20, 2010 di Redazione 

Visione, carica morale, sollecitazioni continue alla politica italiana. Editoriali liberi e controcorrente, analisi oneste, e poi grandi momenti di approfondimento come questo. Vedete il Politico.it: il giornale dell’onestà e della responsabilità, ricco e vivace. Senza distinzioni tra centrodestra e centrosinistra, il giornale di tutta la politica italiana. Dove tutte le persone oneste e responsabili si possono trovare a casa. Un grande laboratorio della nostra politica e, quindi, dell’Italia del domani. Sul fronte della destra, seconda puntata del grande speciale a cura di Gabriele Federici. Dove va il Pdl, in rapporto agli altri grandi partiti della destra europea. A cominciare dai conservatori britannici. Dopo avere analizzato le radici comuni nel neoconservatorismo lanciato nel Vecchio continente da Margaret Thatcher, vediamo le analogie di politica economica: da un lato, la «società caritatevole» di Disraeli, che fa breccia anche nella thatcherianissima destra italiana a causa delle infiltrazioni sociali dovute alla derivazione dalle tradizioni socialista, democristiana, della destra sociale italiana. Dall’altra la ricetta americana. Che in tempo di crisi trovano però l’unica soluzione di un taglio cospicuo alla spesa pubblica. Da parte di Cameron come di Tremonti. Ops, volevamo dire: di Berlusconi. Seconda puntata dunque. Buona lettura e buona politica con il giornale della politica italiana.

Nella foto, David Cameron

Le altre puntate:

1 – Il neoconservatorismo della Thatcher

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di Gabriele FEDERICI

La recessione globale ha colpito teoricamente tutti i Paesi, ma la Gran Bretagna più di altri. La grande sala macchine della prosperità britannica, il settore finanziario, ora è al palo. Il Regno Unito è scivolato nella deflazione – un declino generale nel livello dei prezzi – per la prima volta nel corso degli ultimi cinquant’anni.

Il Fondo Monetario Internazionale crede che il crollo economico sia più profondo e prolungato di quello delle altre economie avanzate. Il numero di disoccupati che chiedono sussidi è passato da 1,3 milioni (il 4,6% della forza lavoro) del 1999 a più di 2 milioni, ed è sulla strada dei 3 milioni.

La drammatica condizione economica in cui versano i sudditi di Sua Maestà ha influenzato non poco la filosofia politica dei “Conservatives” guidati dal loro leader David Cameron, vincitore delle ultime elezioni di Westminster nel maggio di quest’anno. Un piano di rilancio dell’economia britannica, per scongiurare la recessione, è stato già avviato dall’allora governo Brown nel 2008. Un pacchetto di circa 30 miliardi di sterline è stato presentato dal predecessore dell’attuale George Osborne, ministro delle finanze: Alistair Darling.

L’intento del previo governo laburista ha mirato ad una riduzione delle tasse, con la volontà di stimolare il potere d’acquisto dei cittadini, simultaneamente ad un innalzamento della spesa pubblica dovuto all’ingente stimolo proposto da Darling. “In queste circostanze economiche eccezionali – ha spiegato l’allora Chancellor of the Exchenquer – voglio prendere le decisioni giuste e responsabili per sostenere l’economia e i cittadini, avviando allo stesso tempo le finanze pubbliche nella dovuta direzione per il futuro”.

La linea adottata dal neo-eletto governo conservatore di Londra non dimostra grandi discontinuità con gli ultimi intenti del predecessore laburista. La volontà di venire in soccorso dei cittadini colpiti duramente dalla crisi economica e soprattutto la grande enfasi sulla “Big Society”, per aumentare la coalizione nazionale, nonché il senso di responsabilità comunitario, sottolineano la rottura con la dialettica e lo stile governativo della Lady di ferro. “There is no such thing as society” proclama la Thatcher nel 1987 in piena Reaganomics.

Adesso, a più di 20 anni di distanza, si assiste ad una svolta sociale del conservatorismo britannico: il progetto riformatore, la convinzione che lo Stato debba garantire maggiore coesione sociale, più qualità alla scuola pubblica e un più ragguardevole controllo dell’anarchia finanziaria, dopo le follie prodotte dal mercato finanziario della city. Sono proposte vigorose che accompagnano il manifesto partitico del giovane premier.

Ecco emergere un’idea forte, che consente da un verso a Cameron di svoltare rispetto all’individualismo dei conservatori o alla concezione thatcheriana del tutto assente di società, e dall’altro verso l’idea comunitaria che consente a Cameron di riprendere in modo nuovo la difesa dei legami territoriali, l’identità nazionale, le radici cristiane del Regno Unito, la politica per l’infanzia, la tutela del matrimonio e la famiglia: quest’ultima uno dei pilastri della campagna elettorale del leader inglese. Cameron presenta una svolta rispetto alla tradizione conservatrice inglese degli anni ‘80: un mutamento che accosta i conservatori britannici alla tradizione cristiano-sociale del continente europeo, inserendo la politica economica di Westminster, sostanzialmente, all’interno della logica di “economia sociale di mercato” propugnata dall’eurogruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo: realtà partitica della quale fa parte il Popolo della Libertà, ma non i Conservatori britannici, quest’ultimi relegati al gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei. Da noi una svolta analoga, in politica economica, l’ha propugnata Tremonti, passando dal teorizzato liberismo senza freni ad una visione più accorta dello Stato alle istanze sociali, critica verso il mercatismo ed attenta alla globalizzazione.

In questo senso Cameron può essere presentato come un innovatore, un leader capace di rompere con le logiche del passato thatcheriano, ma soprattutto volente o nolente costretto a recuperare quella tradizione paternalistica e compassionevole dei Tory in chiave pragmatica, sapendo carpire gli umori e le preoccupazioni del proprio elettorato. Si pensi ad alcuni premier conservatori come ad esempio: Anthony Eden, Harold Macmillan oppure Edward Heath, ovvero alla visione di una “società caritatevole” del grande primo ministro Tory in epoca vittoriana, Disraeli.

Di pari passo Berlusconi e il Popolo della Libertà ereditano una importante componente partitico-culturale della politica italiana della prima repubblica, ovvero il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano: queste tre realtà partitiche, ormai defunte, hanno lasciato al centrodestra nostrano un bagaglio intellettuale e civile caratterizzato da una apprezzabile riflessione nei confronti della società da un punto di vista, rispettivamente: di classe, religioso e statale. Il tema della famiglia e la sua difesa secondo una concezione tradizionale, exempli gratia, sono questioni ricorrenti nelle file del Pdl. I fondamenti ideologici attuali del Popolo della Libertà, così come del Partito Conservatore britannico non possono prescindere dalle loro sollecitazioni sociali, poc’anzi delineate, ossia da quelle realtà che hanno saputo trovare un’utile convivenza tra le rispettive anime liberali e le dovute esigenze sociali di carattere pragmatico ed elettorale.

Il pragmatismo sottende poi la necessità di applicare misure capaci di contenere il disavanzo pubblico, e quindi della spesa statale, grazie anche ad una sburocratizzazione del settore pubblico, mirante ad una incentivazione dell’attività privata e della libera impresa.

La “questione economica” è nel cuore dei due leader. La nota distintiva attuale degli esecutivi italiano (Berlusconi) e britannico (Cameron), pertanto, soggiace anche all’indiscussa esigenza di un taglio importante alla spesa pubblica capace di diminuire la pressione sui poteri d’acquisto già di per se minati dalla crisi economica corrente: alle parole “caritatevoli” dei due leader seguono le necessarie e stringenti manovre di politica economica dei propri ministri delle finanze. Il verbo neo-liberale riprende il suo ritmo dopo il “politicamente fisiologico” biennio keynesiano 2008-2009: George Osborne annuncia in giugno un taglio di 6 miliardi di sterline, all’insegna di un’austerity made in UK, di pari passo Tremonti comunica verso la fine di maggio di voler attuare una “manovra che non è come le altre”, prevedendo una decurtazione da 24 miliardi di euro dalla spesa nazionale nell’arco di due anni. Staremo a vedere.

2 – continua

Gabriele Federici

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