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***L’inchiesta***
LA VERITA’ SU L’AQUILA
di ANDREA SARUBBI*

luglio 17, 2010 di Redazione 

L’abbiamo chiamata “inchiesta” non a caso: è necessario andare sul campo per sapere qualcosa sullo stato della città, e delle persone, terremotate, e lo svelamento delle reali cifre dell’emergenza abitativa, o delle richieste degli aquilani al governo ha la portata di “scoperta” come ce l’ha lo “scavo” (è proprio il caso di dirlo?) giornalistico di una realtà non del tutto conosciuta. Perché, nonostante la centralità e il rilievo della notizia, l’informazione di regime filtra la verità, trasformandola in un gioioso ritratto di successo (?) del governo. Ci pensa allora il deputato del Partito Democratico sul giornale della politica italiana a dire una parola (per ora) definitiva sul reale stato di cose de L’Aquila.

Nella foto, Andrea Sarubbi

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di ANDREA SARUBBI*

Se vai ad Avezzano, credono che all’Aquila sia tutto a posto. Non perché ci siano stati – e dire che le città distano 60 chilometri, la distanza che c’è tra i due quartieri più lontani di Roma – ma perché lo hanno sentito in tv, come del resto tutti noi. Grazie alla propaganda dell’ultimo anno, L’Aquila è diventata il paradigma del miracolo. Ma l’unico miracolo – ci dicevano i terremotati che questa settimana sono venuti alla Camera, per raccontarci la verità sulle botte del 7 luglio – è il fatto che una parte di aquilani abbia deciso di continuare a vivere lì, nonostante tutto.

Gli aquilani sono in genere persone molto orgogliose, a tratti anche un po’ snob. Non di quei provinciali che vivono sognando la grande città, ma di quelli che guardano Roma dall’alto in basso, sapendo che tanto il Colosseo sta sempre lì e basta un’ora e venti di macchina per arrivarci, ma L’Aquila è tutta un’altra cosa. La cosa che più li ha offesi, di tutta questa storia, è l’essere additati “come ingrati e cialtroni”, loro che non vogliono “elemosine, né privilegi, ma solo essere messi nelle condizioni di ripartire”. E sognano un’informazione onesta, che non accenda i riflettori solo quando serve al Grande Capo – il 16 giugno, 20 mila cittadini hanno occupato un’autostrada, in una manifestazione trasversale guidata da tutti i gonfaloni, compreso quello della Curia: qualcuno di voi ne ha avuto notizia? – e che non li faccia passare per militanti di sinistra quando chiedono al governo di non prenderli in giro.

Ad Avezzano forse non lo sanno, ma dentro quei palazzi foderati di impalcature non c’è nessuno. Il centro storico dell’Aquila è transennato e inaccessibile, ancora pieno di macerie, e la periferia è vuota: quei pochi coraggiosi che hanno deciso di non andarsene sono completamente soli, senza servizi.

Quanto all’emergenza abitativa, pure qui bisogna fare chiarezza: nelle casette di legno – che tra l’altro non hanno depuratori, quindi la cacca finisce tutta nel fiume Aterno – e nelle case in affitto ci sono 18.894 persone; altre 3.282 sono negli alberghi e 577 nelle caserme; altre 25.574, infine, si arrangiano da sole con il “contributo di autonoma sistemazione” (200 euro al mese), che comunque non vedono dal mese di marzo.

Vogliamo parlare dell’economia? Parliamone. Delle 2 mila imprese commerciali e artigianali presenti, solo 150 sono ripartite; il contributo per gli artigiani con i negozi distrutti è stato di 800 euro per tre mesi, dopodiché più nulla, e con 2400 euro non riesci nemmeno a pagare i debiti con i fornitori.

Nessuno pretende che Berlusconi abbia la bacchetta magica, neppure i terremotati: le loro uniche pretese sono di non essere presi in giro, di non essere strumentalizzati a fini politici nei tg di regime (“Si amplifica un granellino positivo, si nasconde la complessità dei problemi”), di non essere trattati come terroristi ogni volta che manifestano (“Abbiamo i poliziotti in tenuta antisommossa anche quando facciamo le fiaccolate per ricordare i nostri morti”), di potersi ricostruire una vita normale.

Nel concreto – perché le parole servono a poco – chiedono una tassa di scopo: per questo erano a Roma, per andare davanti a Palazzo Madama mentre il Senato discuteva della manovra finanziaria. Come è finita, purtroppo, lo sappiamo tutti: soldi zero, manganellate parecchie. Viva l’Italia.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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