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Diario. Se ora governo getta la maschera Bossi: ‘Votare subito il ddl intercettazioni o verrà fuori tutto il resto degli scandali’ Appello a Fini: adesso legge è irricevibile Tremonti: manovra necessaria comunque E’ la conferma: i conti non erano a posto

luglio 16, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Il ministro per le Riforme dice finalmente a chiare lettere ciò che per la gran parte di noi era evidente da tempo e che il giornale della politica italiana aveva denunciato per primo: la legge-bavaglio serve unicamente a nascondere gli affari, illeciti, e le trame, eversive, che la casta intesse alle nostre spalle e sottraendo i nostri soldi. «Gli italiani non vogliono essere ascoltati e sono dalla nostra parte»,  dice ancora Bossi, chiarendo così anche tutte la strumentalità della decantata “difesa” della privacy, la cui priorità viene dopo la difesa degli “affari” del presidente del Consiglio e dei suoi sodali. A fronte di questo outing, e considerato che appare evidente che ciò che a questo punto è emerso è solo una parte del tutto, risulterebbe democraticamente inconcepibile che, in questo contesto, venisse approvata una legge che, dichiaratamente, serve a nascondere ciò che ancora non conosciamo. Ci appelliamo dunque alla sensibilità del presidente della Camera, che non può consentire che sia compiuto questo ennesimo sfregio all’intelligenza e al diritto del nostro popolo (quello vero), a favore dell’impunità di un sistema che mette a repentaglio, e continuerà a farlo sempre di più se non verrà definitivamente scoperchiato, la credibilità della nostra politica. In questo quadro alzi la mano chi sa dov’è finita l’opposizione (quella “ufficiale”): ci si aspetterebbe che facesse notare tutto questo agli italiani, e che facesse la sua parte per restituire loro la capacità di indignarsi. E invece il suo segretario si occupa di specifici provvedimenti della manovra finanziaria (alla quale ora veniamo), come se non ci fosse un governo sull’orlo del baratro, come un qualunque responsabile del dipartimento economia di un qualunque partitino senza nessuna rilevanza e responsabilità. Al centrosinistra diciamo: svegliati; se siamo in questa situazione una grossa parte della colpa è tua. E rischi di caricarti sulle spalle la responsabilità di non avere fatto tutto ciò che dovevi per farla finire. Ma la calata di maschera della maggioranza non è limitata all’uscita di Bossi. Il ministro dell’Economia conferma quello che ancora una volta, e in questo caso da solo, il Politico.it aveva scritto (in tempi non sospetti) per primo: i conti non erano a posto, non lo erano prima della crisi della Grecia e dell’inizio della fibrillazione dei mercati e un provvedimento di aggiustamento si sarebbe comun- que reso necessario. L’esatto contrario di quanto Tremonti andava sostenendo. Una sola domanda: se non fosse intervenuto il pretesto della crisi del- l’euro, quanto avremmo dovuto ancora aspettare? E, soprattutto, avremmo ancora un’economia? Il rac- conto della giornata, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto (segnaletica?), Tremonti e Bossi

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di Ginevra BAFFIGO

Per i carabinieri non ci sono dubbi: “Cesare”, nome in codice ricorrente nelle conversazioni di Flavio Carboni, Pasquale Lombardi ed Arcangelo Martino, è Silvio Berlusconi.
«”Cesare” è lo pseudonimo utilizzato dai soggetti per riferirsi al presidente del Consiglio»: così si legge in una breve nota che segue un’informativa agli atti della Procura di Roma. Carboni, Lombardi e Martino parlano spesso di “Cesare” ed alludono a incontri da organizzare con questi, insinuando il dubbio che il premier fosse a conoscenza degli affari del trio lobbista e che in fondo traesse vantaggio dalle loro operazioni. Non per ultima l’influenza da questi esercitata sulla Consulta durante l’esame del lodo Alfano. I sospetti sono seri e le conseguenze che ne deriverebbero nel caso in cui si dimostrassero fondati sono di facile deduzione. A gettar acqua prima che l’incendio divampi ci pensa ??Niccolò Ghedini. L’avvocato non ci crede e smentisce l’Arma: «L’interpretazione data negli atti oltre che inveritiera è ridicola. Mai per queste vicende nessun contatto, diretto o indiretto, vi è stato fra il presidente Berlusconi e i soggetti indicati». Le indagini d’altra parte proseguono e le ipotesi dei carabinieri non sono state affatto scartate.
Ma al di là dell’eventuale coinvolgimento del presidente del Consiglio il caso sull’eolico in Sardegna è destinato a stravolgere il Bel Paese: la rete, di cui per ora sono state individuate solo parzialmente le trame, raggiunge tutti gli snodi del potere: dalla nostra politica alla magistratura. Mercoledì le dimissioni di Cosentino ed oggi la decisione del Csm per il trasferimento d’ufficio del presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, «per incompatibilità ambientale». I giudici coinvolti nelle indagini sull’associazione segreta denominata P3 sono infatti sotto inchiesta disciplinare per iniziativa della Procura generale della Corte di Cassazione.

Finiani all’attacco. Delegata all’avvocato Ghedini la risposta ai sospetti dei carabinieri, Berlusconi promette di riordinare il Pdl durante la pausa estiva.
Ma questo non basta a placare gli animi. Le dimissioni di Cosentino sono una battaglia vinta per la frangia che sostiene il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il suo delfino non perde tempo a rivendicarla: «Cosentino è un coordinatore balneare, nel senso che farà la stagione estiva – dice Bocchino – Quando a settembre Berlusconi rimetterà mano al partito sarà evidente che il partito in Campania non può essere rappresentato da chi dovrebbe essere interlocutore di un presidente della Regione che ha cercato di colpire così duramente con un’operazione di dossieraggio». Poi Bocchino allarga il quadro ai vertici nazionali, anch’essi coinvolti dallo scandalo P3: «Anche Verdini penso sia un coordinatore balneare. Sono convinto che Berlusconi responsabilmente troverà una soluzione alternativa, perché capisce che c’è incompatibilità sostanziale tra il periodo difficile che Verdini dovrà affrontare, dal punto di vista mediatico e giudiziario, con la guida del partito». La richiesta non piace ai fedelissimi del premier e così dalla Farnesina Frattini prova a mitigare il clima infuocato di casa Pdl: «Credo che non si debba esagerare, non possiamo assistere a un tormentone di processi mediatici».
I finiani, però, non si tirano indietro, ribadiscono la loro battaglia legale e quindi morale: «Aver costretto Cosentino alle dimissioni, dopo Scajola e Brancher, rappresenta motivo di grande soddisfazione per chi ha posto la difesa della legalità repubblicana come valore fondamentale» dice Fabio Granata.
Anche le opposizioni, quelle ufficiali ed esterne al Pdl, si esprimono tiepidamente sulle questioni del partito di maggioranza. Il capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, elenca le dimissioni di ministri, Scajola e Brancher, e di un sottosegretario, Cosentino: «Sono stati costretti alle dimissioni per la vergogna. Se non ci fosse da piangere sarebbe grottesco e ridicolo».

Bossi. «Berlusconi se la caverà e si alzerà una mattina e scoprirà di avere la spada ancora affilata e la utilizzerà per fare la guerra»: così invece il leader della Lega Umberto Bossi sulle fibrillazioni di casa Pdl.
Il numero uno del Carroccio prova a correre ai ripari, nei giorni in cui l’inchiesta sulla P3 minaccia la longevità del governo. La Lega è evidentemente preoccupata: non a caso mercoledì Bossi e Maroni sono stati i primi ad ammettere che la posizione del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, era indifendibile, anticipando le tardive dichiarazioni del premier. Anche fra i banchi leghisti sembra infatti crescere la consapevolezza che vicende come quelle che coinvolgono Cosentino azzerano qualunque successo del governo, riducono la credibilità della classe dirigente ed oscurano operazioni come quella contro la ‘ndrangheta a Milano.
Con la sempre più frequente minaccia degli avvisi di garanzia non si possono portare avanti le riforme e appare sempre più difficile portare a termine la legislatura. Bossi lo sa. Cavalca l’onda di un grande consenso, ma il quadro attuale ha delle tinte inquietanti anche per lui. Prova ad accelerare i tempi: ribadisce il suo sì al ddl intercettazioni. «La legge sulle intercettazioni si farà – conferma il leader del Carroccio – Altrimenti ogni giorno si inventano una P2 o una P6».
La legge-bavaglio diventa quindi ancora più prioritaria. Il Senatur si dice fiducioso sull’approvazione della legge sulle intercettazioni: «La gente non vuole essere ascoltata questo è sicuro e noi abbiamo sempre marciato con la gente».
Bossi poi torna nei panni del ministro delle Riforme, ed ai cronisti accorsi al Senato, subito dopo il colloquio con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sembra confermare che il futuro del federalismo sia ora. «Abbiamo già cominciato a trovare la via. Il federalismo andrà in Consiglio dei ministri e da lì partirà tutto». E Giulio: «Oggi anche le regioni hanno chiesto il federalismo».

Manovra. Le regioni non sembravano però particolarmente concilianti dopo la 35esima fiducia incassata dal governo a Palazzo Madama. La manovra correttiva passa così con 170 sì (Lega, Pdl e Mpa) e 136 no (Pd, Idv, Udc e Alleanza per l’Italia). Nessun astenuto.
Il decreto seguirà quindi il suo iter alla Camera dove dovrà essere convertito in legge entro il 30 luglio. Ed i tempi verranno probabilmente rispettati visto che il testo passa blindato anche all’esame del secondo ramo del Parlamento.
Il sì dei senatori rappresenta comunque un risultato importante. E proprio per questo Regioni e Comuni tremano all’idea di un remake in quel di Montecitorio.
25 miliardi di euro necessari per mantenere gli impegni con Bruxelles sul deficit e risanare i conti, ma soprattutto necessari per mettere al riparo l’Italia dalle oscillazioni del mercato finanziario. Le conseguenze dirette sono però i pesantissimi tagli agli enti locali, che ora vedono i neoeletti governatori sul piede di guerra. Sono arrivati a minacciare la restituzione delle deleghe, dai trasporti all’ambiente.
La contestazione non intende smorzare i toni e non vede coinvolti solo i governatori. In trincea contro la manovra troviamo i disabili, che chiedevano modifiche alla soglia di invalidità, i farmacisti, per una più equa distribuzione del peso tributario, ed i magistrati. Ma soprattutto minacciano battaglia quelle Province e Comuni che avevano creduto alla promessa di maggiori spazi per l’autonomia impositiva del federalismo fiscale.
Il fronte dei sindaci e quello dei presidenti di Regione si esprimeranno quindi in un voto contrario e dunque il governo dovrà fronteggiare un’opposizione trasversale. «Con le Regioni abbiamo governato insieme una fase, ci sono state differenze in particolare sul federalismo – spiega il sindaco di Torino Sergio Chiamparino – ma le discussioni parallele di oggi e le decisioni assunte creano tutte le condizioni per ricostruire un lavoro unitario».

Le ultime modifiche alla manovra. Malgrado la strada in discesa offerta dall’imposizione della fiducia, questa finanziaria ha avuto una storia piuttosto travagliata. Vi è stato l’imbarazzante ritrattare del governo sul requisito di 40 anni di contributi, sul quale Sacconi ha provato a glissare tacciandolo come «refuso», che poi lo stesso Giulio Tremonti ha dovuto pubblicamente smentire. A seguire lo scivolone sulle quote latte, culminato con il richiamo e la minaccia di Bruxelles. Dietrofront governativo anche sul taglio delle tredicesime per poliziotti, magistrati e altri comparti. Dal ramo Alto del Parlamento, tuttavia, sottolinea il titolare del dicastero economico, la manovra esce migliorata e con i saldi invariati.
Come? Novità a iosa sono state introdotte nel passaggio in commissione. Bloccati gli stipendi per i dipendenti pubblici, novità sulle pensioni, amari tagli per Regioni, Province e Comuni. Ed ancora, la riduzione degli stipendi dei manager, dei ministeri e dei costi della politica, nonché la ben accolta stretta sull’evasione fiscale e le assicurazioni. Troviamo anche norme per la libertà d’impresa (che nelle parole del premier promettono essere il primo passo per la riforma del art. 41 della Costituzione), rincari dei pedaggi autostradali e la sanatoria di oltre 2 milioni di «case-fantasma». Il risultato sarà quindi la riduzione del deficit dal 5% del Pil del 2010 al 3,9% nel 2011 e al 2,7% nel 2011.

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Diario. Se ora governo getta la maschera Bossi: ‘Votare subito il ddl intercettazioni o verrà fuori tutto il resto degli scandali’ Appello a Fini: adesso legge è irricevibile Tremonti: manovra necessaria comunque E’ la conferma: i conti non erano a posto

  1. Mario on luglio 16th, 2010 10.12

    “Ci appelliamo dunque alla sensibilità del presidente della Camera, che non può consentire che sia compiuto questo ennesimo sfregio all’intelligenza)”
    Io non sono intelligente questo dice la redazione di me…
    “la credibilità della nostra politica. In questo quadro alzi la mano chi sa dov’è finita l’opposizione (quella “ufficiale”)”
    Ma questo giornale non voleva essere al di sopra delle parti? Allora perchè si dichiara opposizione non ufficiale? essere al di spora delle parti e volere il bene dell’Italia non porterebbe a raccontare le ragioni dei diversi schieramenti?
    Con questo post avete confermato che appartenete a quella intellighenzia di sinistra che tanto male ha fatto a questo paese. Io parlo anche con chi è presuntuoso e arrogante, ma non sopporto di essere insultato. Penso che non abbiamo più niente da dirci.

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