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La fine di un impero (?)/2. Silvio e la responsabilità politica Donadi

luglio 15, 2010 di Redazione 

Abbiamo scritto che in qualunque altro Paese democratico a questo punto si starebbe discutendo di dimissioni del presidente del Consiglio. E’ davvero difficile ritenere che “Cesare” – questo il nomignolo affettuoso che i «quattro sfigati» che volevano sovvertire l’ordine costituzionale avevano affibbiato al Cavaliere – non sapesse. E d’altra parte si tratta di accertarlo. La certezza è che un governo la cui maggioranza è fondata su un partito il cui coordinatore tramava ai danni del Paese, ed ora viene disconosciuto da una componente di quello stesso partito che pone esplicitamente una «questione morale», in un’Italia a più alto tasso di democraticità e di senso della legalità avrebbe già lasciato, non foss’altro per sensibilità istituzionale. Ma a questo punto, ha scritto Gad prima, poco manca affinché ciò accada per forza, ovvero grazie al respingimento (è proprio il caso di dirlo?) da parte degli italiani di fronte ad un ulteriore susseguirsi di scandali. Scandali che, probabilmente, non del tutto a caso emergono alla vigilia della discussione sul ddl intercettazioni: la parte sana del Paese batte un colpo e dice, “Attenzione perché le cose stanno così, e fra poco tutto questo potrebbe venire nascosto per sempre”. Bossi che – ne parleremo nel Diario – invita a «fare presto» con l’approvazione del ddl proprio per evitare che il resto della marmellata – perché è certo che ci sia un “resto” di tutto questo – venga alla luce,  da un lato conferma ciò che il giornale della politica italiana ha scritto per primo – ben prima che cominciassero le campagne della restante parte della stampa nazionale – ovvero che il ddl intercettazioni serve ad uso e consumo del presidente del Consiglio e della cricca per nasconderci le malefatte: riflettano coloro che ancora non ne sono convinti; e dall’altro rende a questo punto democraticamente inconcepibile che, in questo contesto, una simile legge venga approvata. Per questo, il Politico.it fa appello alla sensibilità del presidente della Camera e dei finiani, affinché affossino definitivamente il velo di omertà in cui consiste, in realtà, la legge-bavaglio, perché noi possiamo, vogliamo e abbiamo diritto di sapere, cos’altro sia avvenuto alle nostre spalle e contro di noi in questo Paese. Donadi sulla responsabilità politica del capo del governo.

Nella foto, Silvio-Cesare

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di MASSIMO DONADI*

Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Chi è Cesare? A quanto pare è lui, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quarto dei tre pensionati sfigati, Pasquale Lombardi, Flavio Carboni e Arcangelo Martino che, a quanto risulta dai verbali dei carabinieri, invece di dedicarsi ad una partita di briscola o tresette, tessevano trame oscure per ottenere nuove leggi, poltrone di prestigio, nuovi incarichi, sovvertimenti di risultati elettorali, finti dossier e chissà cos’altro e quant’altro. Quanto basta per parlare a buon titolo di una rete politico-affaristica tesa a minare la sicurezza e la stabilità delle istituzioni.

Per il momento, come nei dieci piccoli indiani, ad una ad una saltano le teste di ministri e sottosegretari di chi in questa fitta rete, o in altre più o meno avvezze al malaffare, secondo le accuse dei magistrati, ci sguazzava a piacimento anzi ne era fautore e promotore. Prima Scajola, poi Brancher e oggi Cosentino. A dirla tutta, sono state tutte e tre dimissioni “spintanee”, sotto i colpi delle mozioni di sfiducia di Italia dei Valori. Se non ci fosse stata la nostra caparbietà e determinazione nel chiedere la testa di questa triade, probabilmente sarebbero ancora incollati alle loro poltrone.

Curiosi Scajola, Brancher e Cosentino. Di fronte alle accuse dei magistrati, sono come le tre scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano. Ora, tutti e tre questi signori, Scajola, Brancher e Cosentino, non passavano di lì per caso. Sono stati scelti dal premier e da lui investiti di ruoli prestigiosi, ai vertici del governo di questo Paese. Per di più, oggi scopriamo che Cesare è lo pseudonimo utilizzato dai tre allegri pensionati per riferirsi al presidente del Consiglio. Ghedini smentisce i carabinieri dicendo che l’accusa è inveritiera e ridicola. La magistratura sta valutando con attenzione il rapporto dei carabinieri. Staremo a vedere. Certo è che emerge con chiarezza non solo un quadro torbido ed oscuro che avvolge questo governo ogni giorno di più ma l’enorme responsabilità politica del presidente del Consiglio.

Per questo, noi diciamo che Berlusconi deve andare a casa e sfiduceremo l’intero governo. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: una onorata pensione, da trascorrere magari in una delle sue tante ville da nababbo. Così, tra una partita a tresette e una a briscola, avrebbe anche il tempo di affrontare i suoi processi.

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo alla Camera di Italia dei Valori

Commenti

One Response to “La fine di un impero (?)/2. Silvio e la responsabilità politica Donadi

  1. Mario on luglio 15th, 2010 19.50

    Sembra che il DDL sulle intercettazioni sia diventato un campo di battaglia di questo giornale che in alcuni articoli esalta la costituzione come intoccabile perchè perfetta e poi fanno finta che l’art 15 non esista solo perchè conviene ai loro padrini politici.
    Qui non è in gioco se è giusto o meno sapere qui sta in gioco la libertà di tutti. Chi vuole sapere ad ogni costo (anche contro i diritti) fa esattamente lo stesso ragionamento e gli stessi atti della STASI che infatti tutto sapeva sui propri cittadini. Non sorprende visto che la parte politica e questo giornale vengono da una storia che aveva molti affari in comune con Honecker.
    Anche a me piacerebbe sapere tutto ma siccome non voglio che quello che dico venga messo automaticamente sui giornali la mia onestà intelletuale mi fa applicare lo stesso ragionamento anche per i politici.
    Altro problema non secondario è che comunque non sapremo tutto perchè sapremo solo quello che sarebbe funzionale alla magistratura di parte che userebbero giornali come questo per far sapere solo quello che vogliono.
    Infine la redazione ha ragione su un punto. In qualsiasi altra nazione il governo si sarebbe dimesso.
    Ma in qualsiasi altra nazione non si sarebbe eletto un presidente che applaudì all’impiccagione di Nagy, non si sarebbe accettato di far sedere in parlamento chi si è dichiarato orgoglioso di aver preso soldi dal KGB…insomma se fossimo in un paese normale…sarebbe tutto diverso.

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