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Esclusivo. Fu il Kgb ad uccidere Falcone e Borsellino di P. Guzzanti

luglio 11, 2010 di Redazione 

Una gigantesca operazione di riciclaggio dei soldi dei servizi segreti e del PCUS. I conti della mafia in Italia come “lavatrice” del tesoro sovietico. Un misterioso finanziere italiano. Il gran rifiuto di D’Alema, ma anche, subito dopo la morte dei due magistrati, l’impegno del Pci-Pds-Ds per alzare un polverone e celare la terribile e scomoda verità. L’ex vicedirettore de “il Giornale” e deputato del Partito Liberale Italiano svela al giornale della politica italiana questo misconosciuto “mistero italiano” (e non solo): una vera e propria operazione di guerra, che non sarebbe stata nelle possibilità e nemmeno nella volontà della mafia siciliana, alla base del martirio, possiamo chiamarlo così, di Falcone e Borsellino, che stavano indagando sulla vicenda. Una storia che sfugge al controllo persino di un protagonista della nostra politica della potenza di Giulio Andreotti, che ad un certo punto ammette di trovarsi di fronte a qualcosa di «più grande di me» e invita Giancarlo Lehner a lasciare perdere il progetto di scrivere un libro-denuncia su tutto questo. A distanza di anni, Guzzanti riapre il caso. Un pezzo da non perdere, solo sul giornale della politica italiana.

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Vi spiego perché hanno ammazzato Falcone e Borsellino, e perché nessuno fiata di fronte alla messa funebre solenne approntata alla svelta dal vecchio PCI per imbalsamarli e santificarli a furor di popolo inquadrato per processioni, prima che qualcuno avesse la malsana idea di indagare sulle vere ragioni della loro inspiegabile morte: “Chi ha ammazzato il povero Ivan?”.

Ecco la vera storia che nessuno ha il coraggio di raccontare perché ancora oggi si rischia la pelle.

***

L’ambasciatore sovietico, e poi russo Adamishin andò da Cossiga e disse: Fermate questa rapina, i soldi russi del KGB e del PCUS stanno transitando in Italia per essere riciclati. Fate qualcosa.

Cossiga chiamò D’Alema e gli chiese: State per caso riciclando per conto del KGB su conti gestiti da Cosa nostra?

Ohibò, disse D’Alema, assolutamente non io, ma posso dire che un grandissimo finanziere – che se ti dicessi il nome cadresti dalla sedia – mi ha offerto l’affare del riciclaggio e io ho detto di no. Dunque il fatto esiste, ma non sono io.

Allora Cossiga disse ad Andreotti, primo ministro: Volete fermare questa porcheria che sta dissanguando la Russia?

E Andreotti rispose: NO, perché un gesto del genere sarebbe vissuto dal PCI come aggressivo nei loro confronti e io devo preservare l’equilibrio nel governo. Ma ho un’idea: chiama Falcone e digli di fare qualche passo informale che soddisfi i russi.

Cossiga chiamò Falcone e gli spiegò la situazione. Falcone disse: ma io sono ormai soltanto un direttore generale del ministero della giustizia, che cosa posso fare?

E Cossiga: incontra questi russi, tranquillizzali, fai vedere che stiamo facendo qualcosa.

Falcone incontrò i giudici russi e organizzò meeting riservati, coperto dalla Farnesina che gestì l’affare.

Poi chiamò Paolo Borsellino e gli spiegò il problema che si era creato.

Borsellino, vecchio militante del MSI e anticomunista intransigente disse: tu sei un impiegato al ministero, ma io no. Io posso indagare. Aprirò una mia Agenda Rossa su questa faccenda e discretamente cercherò di capire di più.

Bum!! Capaci.

Borsellino qualche settimana dopo si dette una manata sulla fronte e disse: cazzo, ho capito chi e perché ha ammazzato Giovanni:

BUM! Via D’Amelio.

Il PCI che sapeva perfettamente la storia, si avventò come un branco di jene sui due morti santificandoli alla svelta con un rito abbreviato e intenso di processioni popolari mummificandoli nella sua glassa mediatica affinché NESSUNO MAI potesse rivangare la verità. E’ come il “missile” inesistente di Ustica. E’ come la strage “fascista” di Bologna. Quando il partito copre la merda, tutti devono dire: che profumo di violette.

Giancarlo Lehner voleva scrivere questa storia avendo una moglie russa che aveva parlato con Stepankov, il procuratore di tutte le Russie che aveva trattato con Falcone e che si era subito dimesso per paura: “Io ho famiglia, ho visto quel che hanno fatto a Giovanni”.

Giovanni in russo si dice Ivan, e i giornali russi alla morte di Falcone avevano scherzato su “Chi ha fatto fuori il povero Ivan”, sulla falsariga di una filastrocca popolare. Tutti a Mosca sapevano chi e perché aveva fatto fuori il povero Ivan. In Italia nessuno sapeva spiegare perché fosse stato ucciso il povero Ivan. Non era un pericolo attuale per la mafia. E la mafia non uccide “alla memoria” o per vendetta a posteriori. E allora: perché e chi ha ucciso il povero Ivan.

Lehner disse a un settimanale del suo progetto di libro sulla morte di Falcone. Andreotti lo mandò a chiamare nel suo studio di piazza in Lucina e gli disse: Voglio aiutarla, spero di recuperare i fonogrammi riservati con cui la Farnesina ha preparato gli incontri segreti con i giudici russi. Quella è la prova del fatto che Falcone indagava, senza averne un mandato, ma era andato molto più avanti del semplice contatto diplomatico con i russi, tanto per far vedere che in Italia il riciclaggio del tesoro sovietico era tenuto sotto osservazione. Poi Andreotti chiamò il giornalista e gli disse: Caro Lehner, butti nel cestino il suo progetto di libro, se non vuole lasciarci la pelle.

Come sarebbe a dire?, fece quello. Sarebbe a dire, disse Andreotti, che dalla Farnesina mi hanno risposto che i dispacci si sono persi e che non si trovano più. Questo vuol dire che l’operazione è stata cancellata e le sue tracce distrutte. Dunque ci troviamo di fronte a un nemico più grande di noi due. Lasci perdere la morte di Falcone, dia retta.

Alla Camera, in un giorno di votazioni a Camere congiunte, io Lehner e Andreotti abbiamo rivangato il fatto. Giancarlo parlava, Giulio annuiva con un sorriso tirato.

Nessuno avrebbe potuto attivare il pulsante di Capaci con la certezza di fare il botto al momento giusto, se non ci fosse stato un emettitore di impulsi sulla macchina. Le due operazioni Capaci e D’Amelio sono operazioni di guerra condotte con tecniche di guerra, del tutto ignote alla mafia siciliana.

Il resto sono chiacchiere da bar dello sport.

PAOLO GUZZANTI

Commenti

8 Responses to “Esclusivo. Fu il Kgb ad uccidere Falcone e Borsellino di P. Guzzanti

  1. Mario on luglio 11th, 2010 15.10

    Se fosse vero Travaglio ci perderebbe un sacco di soldi e il PCI ancora una volta invischiato nelle storie oscure.

  2. Francesco Lucirino on luglio 16th, 2010 09.35

    La sinistra sa la verita’ ma non parla !

  3. Arianne on luglio 17th, 2010 11.17

    Letto e riletto, che la paranoia sia con Guzzanti, pensavo di aver letto male ma visto che parlo e scrivo correttamente la vostra lingua, mi sono convinta di no.

    Dopo la Commissione Mitrokin, con cui aveva cercato di far diventare Prodi lo 007 che viene dalla Siberia, ora anche Falcone e Borsellino sono vittime non della mafia che hanno combattuto, ma del KGB, avete poco affetto per i vostri eroi.
    Sarebbe più bello sapere perchè per 10 anni, ha adorato il vostro Premier come salvatore rinato, e una volta che si è sentito poco considerato abbia iniziato a insultarlo.
    La stima che ho per i suoi figli, meravigliosi e conosciutissimi anche da noi, avevano alterato il mio giudizio su quello che scriveva, ma che i meriti dei figli non ricadano sui padri.

    Arianne,
    In vacanza in Italia ma che non vede l’ora di tornare nella sua Parigi, vi raccontate in modo molto fantasioso da vi raccontano in Francia.

  4. Fluck on luglio 17th, 2010 22.57

    E’ forte Guzzanti, deve essere un tipo allegrone, da bisboccia.

    Però, mi chiedo, con tutto l’anticomunismo di questi anni berlusconiani, perchè non è andato a dirglielo a Silvio?

    Lui, al sicuro nel lettone di Putin, avrebbe potuto distruggere D’Alema e tutti gli ex PCI.

    Invece la cosa esce solo adesso che “Cesare” Silvius Imperator è nella cloaca massima.

    Bah, vedremo.

  5. Gennaro Ruggiero on luglio 18th, 2010 08.56

    Bè io l’ho scritto un anno fa circa e mi fa piacere che nopn sono l’unico folle.

    La verità sulla strage di Falcone e Borsellino: Sono stati i comunisti ad ucciderli
    Lunedì 21 Dicembre 2009 13:21 Gennaro Ruggiero
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    Geronimo, alias Paolo Cirino Pomicino, nel suo libro bomba “Strettamente Riservato”, fa alcune considerazioni. In pratica si sofferma su alcune coincidenze molto preoccupanti. Infatti, pare che Giovanni Falcone, avrebbe dovuto incontrare, qualche giorno dopo la sua morte, il procuratore di Mosca Valentin Stepankov, che indagava sull’uscita dalla Russia di grosse somme di denaro esistenti nelle casse del PCUS.

    Tutto confermato da Valentin Stepankov, il quale ha detto anche che, dopo la morte di Falcone, nessuno gli ha mai più chiesto nulla.
    Eppure Falcone aveva informato allora Andreotti che il suo interessamento era stato sollecitato dal presidente Cossiga qualche mese prima. Falcone, venne ucciso a Capaci, in una strage in cui furono utilizzati materiali abbastanza insoliti per la mafia e più consueti, invece, per le centrali del terrorismo internazionale.
    Tutte le conoscenze che Falcone aveva sui flussi di denaro sporco passarono allora a Paolo Borsellino che, a sua volta, secondo l’annuncio dato da Scotti e Martelli in Tv, avrebbe dovuto assumere la guida della Procura nazionale antimafia. Fu la sua condanna a morte. Due mesi dopo Borsellino saltò in aria
    alla stessa maniera di Falcone.
    Il Giornale il 3 novembre 2003, raccontava che Giovanni Falcone, il simbolo della lotta alla mafia, prima di morire si stava occupando dei finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano: o meglio del riciclaggio di soldi, tanti soldi, che nella fase di dissolvimento dell’Urss lasciavano Mosca attraverso canali riconducibili al Pci. Per questo motivo Falcone si era già incontrato con l’allora procuratore generale russo Valentin Stepankov che su questo stava concentrando tutta la sua attività. Falcone è stato ucciso alla vigilia di un nuovo e decisivo incontro sollecitato dallo stesso Stepankov.
    Ci sono telegrammi con oggetto : «Finanziarnenti del Pcus al Partito comunista italiano».
    L’ambasciatore Salleo comunica al Ministero a Roma: “Il Procuratore generale della Federazione russa, Stepankov, mi ha fatto pervenire lettera con cui, facendo riferimento a colloqui da lui a suo tempo avuti con i magistrati
    Falcone e Giudiceandrea (ndr, il procuratore capo di Roma) mi informa della sua intenzione di effettuare nel periodo 8-20 giugno p.ve una missione di cinque giorni a Roma nel quadro della inchiesta sui finanziamenti del Pcus al Partito comunista italiano”.
    C’era solo un motivo per cui il magistrato russo sollecitava la collaborazione di Giovanni Falcone; dopo averne apprezzato la competenza negli incontri precedenti: Falcone era l’unico in grado di accertare l’eventuale coinvolgimento della «criminalità organizzata internazionale», cioè della mafia (o delle mafie), nel riciclaggio del tesoro sovietico.
    Falcone, vale la pena ricordarlo, da poco più di un anno ricopriva il ruolo di direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia. Era stato chiamato da Claudio Martelli, allora Guardasigilli. Da quel momento attorno gli era stato fatto il deserto. Quei mesi prima della strage di Capaci, Falcone aveva visto bruciare la sua candidatura a procuratore nazionale anti mafia dai suoi nemici al Palazzo di giustizia di Palermo e dentro la magistratura: al Csm al momento di scegliere il «superprocuratore» tre membri laici del Pds gli preferirono Agostino Cordova. I due governi, vale sempre la pena di ricordare, presieduti da Giulio Andreotti dal ‘90 al ‘92, con il ministro dell’Interno Enzo Scotti e i due ministri socialisti alla Giustizia, prima Giuliano Vassalli e poi Martelli che aveva voluto Falcone al suo fianco, avevano emanato un numero
    impressionante di provvedimenti contro la mafia. Per ricordarne alcuni: dal mandato di cattura per decreto legge che riportò dietro le sbarre i grandi mafiosi del primo maxi processo istruito a Palermo dallo stesso Falcone, alle norme anti-riciclaggio, al varo della Dna, la Direzione nazionale anti mafia.
    Curiosamente gli uomini di questi due governi che più si erano esposti nella guerra dichiarata dallo Stato alla mafia, con la sola eccezione di Vassalli, saranno tutti travolti da Tangentopoli, e il premier, Andreotti, addirittura accusato di essere il baciatore di Totò Riina, il puparo della mafia e il mandante di un omicidio (quello di Mino Pecorelli).
    Da quando Falcone aveva accettato l’incarico al ministero, Martelli si era trovato a sostenere uno scontro pressoché quotidiano con il Consiglio superiore della magistratura. Questo era il clima che ha avvelenato la vita di Falcone, prima di Capaci. Racconta Enzo Scotti: «Lo aveva visto pochi giorni prima che partisse per Palermo, era giù di tono. Era stanco e avvilito.
    Finora degli incontri tra Falcone e il giudice Stepankov si era saputo per sentito dire. Il primo a parlarne è stato l’ex ministro dc Cirino Pomicino nel suo libro “Strettamente riservato” . «L’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga » spiega Cirino Pomicino «mi ha raccontato che fu lui a chiedere a Falcone
    di indagare, su quel flusso di denaro del Pcus che usciva dall’ex Unione sovietica ». Andreotti ha confermato di aver visto i «telegrammi riservatissimi» giunti alla Farnesina nel maggio del ‘92. Adesso c’è la prova documentale.
    Nel primo, quello dell’11 maggio, è indicato con precisione il periodo in cui Stepankov intendeva venire in Italia, tra «l’8 il 20 giugno», per indagare su finanziamenti de Pcus, mafia e Pci. Il procuratore generale russo rispondeva positivamente anche alla richiesta di assistenza giudiziaria avanzata dal magistrati romani che indagavano su Gladio Rossa (inchiesta poi frettolosamente archiviata).
    Per l’incontro con Falcone non ci sarà tempo, poco prima delle 18,30 del 23 maggio una gigantesca carica di esplosivo lo ha fermato per sempre.
    Del 27 maggio 1992, quattro giorni dopo la carneficina, è il secondo telegramma «urgentissimo» e «riservatissimo»dall’ambasciata di Mosca alla Farnesina, questa volta firmato da Girardo. Valentin Stepankov non può far altro che esprimere l’«amarezza» e il «profondo dolore », e prega di portare le condoglianze ai parenti delle vittime. Ma tramite la nostra ambasciata, dopo aver sottolineato come fosse stato in programma di lì a poco il loro incontro, Stepankov non rinuncia a ricordare Falcone «quale degno cittadino dell’Italia, uomo di alto impegno professionale e morale».
    Peccato che i due telegrammi «urgentissimi» non abbiano mai attirato l’attenzione della commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante e Vice presieduta dal democristiano Paolo Cabras: nel ‘93 preferirono mettere sotto processo la Dc e Giulio Andreotti.
    E oggi si vuole accusare Silvio Berlusconi e i suoi fedelissimi. Ma allora tutta la storia, perché è di storia che stiamo parlando non di leggenda, che fine ha fatto?
    Allora è vero che c’è una regia politica dietro tutta la vicenda Spatuzza & Co.
    Purtroppo stavolta non ci sono Falcone e Borsellino, magistrati veri ed imparziali, ci sono solo quelli che come allora accusarono a vuoto Andreotti; ma adesso chi saltarà in aria? E chi lo farà, visto che l’unione sovietica è morta?
    Ma non è morto anche il comunismo? O ci sono i residui bellici ancora vivi?
    Lascio al lettore analizzare le notizie storiche che mi sono permesso di riportare in questo articolo.

    Gennaro Ruggiero – http://www.gennaroruggiero.com

    (alcune fonti da “Strettamente Riservato” di Geronimo e Il Giornale Nuovo del 03/11/2003)

  6. Gennaro Ruggiero on luglio 18th, 2010 08.57

    E questo ieri fresco fresco:

    Il giudice Borsellino e la sua scorta furono uccisi per mano dei comunisti e la mafia.Onore!!!
    Sabato 17 Luglio 2010 00:00 amministratore
    E-mail Stampa PDF
    Sono passati 18 anni dalla strage di Via D’Amelio dove mori Paolo Borsellino e la sua scorta, ed i cinque Agenti della Polizia di Stato Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Claudio Traina ed Agostino Catalano e ancora la sinistra assassina specula e strumentalizza la morte agitando le piazze, dicendo che sono stati solo vittime della lotta alla mafia e di uno stato che non li ha protetti o era complice degli assassini.

    Non è affatto cosi, la verità secondo la mia analisi e non solo la mia, è un altra. Il PCI e il PCUS hanno ucciso Paolo Borsellino, cosi come Falcone, mediante una scellerata alleanza con “Cosa Nostra” perchè temevano lo scandalo del riciclaggio dei finanziamenti provenienti da Mosca al PCI e riciclati da “Cosa Nostra”, che già aiutava il braccio armato della sinistra italiana, BR e altre frange estremiste di sinistra, per creare la tensione e poter abbattere la DC e i suoi alleati, lasciando a terra morti e non con il voto popolare.

    Un pò come tenta di fare oggi per abbattere Berlusconi, con la differenza che ora insieme alla mafia, e ai falsi pentiti, all’infame Di Pietro, usa la magistratura militante e ricattata dall’ex PM ora politico, cercando la morte politica dell’avversario eletto dal popolo sovrano, e provocandone la morte fisica, magari mediante l’istigazione al suicidio o armando in questo modo le mani dei folli, come Tartaglia.

    Paolo Borsellino era iscritto al MSI, e quindi la sinistra non può assolutamente farne un proprio eroe. Paolo Borsellino è un eroe dell’Italia libera e onesta, quella che combatte il crimine dovunque esso sia, e a quei tempi i criminali più efferrati erano i comunisti e la mafia sua alleata.
    Quando Falcone ricevette il dossier sui finanziamenti occulti del PCUS al PCI e sulla probabile alleanza tra mafia e comunisti, oltre che al riciclaggio dei fondi occulti tramite “cosa nostra”, egli cominciò a indagare e passò la palla a Borsellino, poichè lui da direttore generale del Ministero, non poteva andare oltre.

    Falcone fece “bum” in un attentato tipicamente terroristico e poco mafioso, anche se fatto insieme alla mafia. E cosi dopo qualche giorno, Borsellino, che aveva capito tutto e decise di aprire un “agenda rossa (pista comunista)”, anch’egli fece “bum” in un attentato della stessa matrice.

    Secondo me gli inquirenti dovrebbero indagare in quella direzione e chiedere cosa sanno i vari D’Alema, Napolitano, Cossutta e altri vecchi PCI che in quel periodo c’erano.
    Io mi inchino all’eroe Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta i cinque Agenti della Polizia di Stato Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Claudio Traina ed Agostino Catalano. Mi inchino e li innalzo ad eroi della libertà e della giustizia, ma i comunisti che li hanno uccisi insieme alla mafia ne dovrebbero stare lontani per non offendere e sporcare la loro memoria.

    Spero che la verità venga fuori presto e chi sà parli.

    Gennaro Ruggiero http://www.gennaroruggiero.com

  7. Andrea Selleri on luglio 18th, 2010 14.52

    Fa tanto caldo…

  8. Fabrizio Cinti on luglio 19th, 2010 10.32

    Ma LOL!!! Andreotti, D’Alema, la Farnesina, agenti russi… a leggere questo imbrattacarte c’è da rischiare la pelle a parlare, e lo dice (pardon, lo scrive) mentre lui stesso ne parla. Non discuto il racconto, tira in ballo nomi e persone, magari un po’ più di rispetto per i due morti poteva metterlo, ma facciamo finta di avere anche noi il pelo sullo stomaco.
    L’unica cosa oggettiva che posso rilevare è la chiusura dell’articolo, che lo mette in ridicolo: la mafia siciliana non poteva sapere la segretissima tecnica di un “emettitore di impulsi”? (poi ci vuole anche un ricevitore di impulsi).
    Lo sa che ne vengono portati a conoscenza persino gli studenti delle scuole superiori che scelgono elettronica?
    Guzzanti, quelli come lei sono da istruire, più che da imbavagliare.
    Ed anche da ammirare, perché soltanto a voi giornalisti (alcuni, non tutti) danno un sacco di soldi per scrivere fesserie. E queste sì che sono chiacchiere da bar.

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