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***L’editoriale***
SILVIO&FINI, STRAPPARE NON (VI) CONVIENE
di PIETRO SALVATORI

luglio 10, 2010 di Redazione 

Crisi dentro il Pdl (e di gover- no?): la prima firma del giornale della politica italiana per il centrodestra analizza la rotta (di collisione) dei duecofondatori facendo emergere anche i motivi personali e concludendo che una separazione, ora, non conviene a nessuno (dei due). E se il presidente del Consiglio avrebbe comunque l’arma “fine di mondo” di elezioni anticipate subito (alle quali potrebbe cogliere in contropiede sia i finiani sia il Pd, anche se sullo sfondo resterebbe lo spauracchio, per il premier, del cosiddetto Cln anti-Berlusconi evocato per primo da Casini), per gli uomini di Fini il rischio è di una probabile evaporazione-estinzione. Di qui la convinzione che anche i continui stop-and-go tra lui e i suoi altro non siano che un gioco al rialzo, nella prospettiva comunque di voler giungere ad un compromesso. Ma se la politica vera, quella fatta di visione e scelte concrete per il futuro dell’Italia, avesse finalmente fatto capolino anche tra le fila della maggioranza e il presunto “divismo” del capo di Montecitorio nascondesse – come peraltro sospettiamo da tempo – la reale intenzione di muoversi, d’ora in poi, nel solo, reale interesse del Paese? La crisi (eventuale) di governo passata al setaccio da Pietro Salvatori, all’interno.

Nella foto, il presidente della Camera e il presidente del Consiglio

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di Pietro SALVATORI

Ci è capitato di recente, per ragioni diverse, di conversare con due noti esponenti del Pdl.

Il primo ci diceva, cordialissimo, “Sì, parliamo di tutto, volentieri, ma se l’argomento dovesse essere Fini e i finiani non ci sto”.

Con l’altro siamo scesi su discorsi settoriali: la politica culturale in Italia, il campo artistico, le linee da privilegiare nell’azione di governo. “Uno dei problemi, forse il principale, è Bondi”, ci diceva. Il quale Bondi, per i più distratti, ricopre nel Gabinetto Berlusconi proprio il ruolo chiave di ministro agli Affari Culturali.

Aree diverse, stessa testimonianza di un partito che vive un disagio. La questione che impegna analisti e notisti politici è se tali maldipancia siano epidermici, riguardino cioè una superficie divistico-mediatica, o se rischino di intaccare a fondo le radici sulle quali si sostiene il partito di maggioranza relativa. Lungi da noi proporre una soluzione al quesito. Abbiamo scritto più volte, tuttavia, che la partita che gioca Fini è interna al Pdl. Ne siamo ancora convinti. Non possiamo, però, non fare i conti con quello che sembra emergere come variabile imprescindibile, e sempre più centrale, della faccenda.

Vale a dire che la crisi che si sta determinando è, incredibilmente, una crisi di rapporti personali, al netto di qualsivoglia interesse e calcolo. Semplicemente Fini e Berlusconi non si sopportano più. Questa la variabile impazzita che potrebbe determinare qualsiasi tipo di esito nel braccio di ferro in corso. Ma anche alla luce di tale fattore umorale, il filo logico delle scelte di Fini è abbastanza incomprensibile. Appurato che negli ultimi 5/6 anni ha cambiato sostanzialmente la propria linea politica, da qui a rompere da un partito che ha co-fondato e che gli è indispensabile per le proprie ambizioni personali ce ne passa.

La nostra convinzione per la quale la crisi di governo è lungi da venire, si gioca interamente su questo punto. Vale a dire la convinzione che alla fine prevarranno argomenti di buona e solida logica politica alle schizofrenie personalistiche dei principali interpreti.

Non conviene a Berlusconi esautorare i finiani e presentarsi di fronte agli italiani con la stampella casiniana. La sua immagine di leader legittimato dalla volontà popolare, questa volta alla guida di una maggioranza raggranellata secondo i desueti metodi parlamentaristici, ne uscirebbe di gran lunga offuscata. Senza contare che il Cavaliere a più riprese si è scagliato contro soluzioni di tal genere, si pensi al governo Dini o al D’Alema del post-Prodi.

L’alternativa per Berlusconi potrebbe essere quella di andare ad elezioni subito, per non dare tempo alle truppe finiane di organizzarsi e radicarsi e per cogliere, per l’ennesima volta, impreparato il Pd.

A Fini, ma soprattutto ai finiani, con questa legge elettorale, uno strappo non conviene. La nascente formazione che ne deriverebbe uscirebbe, con tutta probabilità, stritolata da un’eventuale competizione elettorale. Se il presidente della Camera troverebbe agevolmente una nuova collocazione, per i suoi seguaci si aprirebbe un periodo molto complesso.

L’elemento nuovo delle ultime ore riguarda un’apparente scollamento tra l’ex leader di An, parco di esternazioni a mezzo stampa, ed i suoi colonnelli, le cui sortite fanno molto rumore (si pensi solo a Bocchino che “dà i numeri” nell’eventualità di una fuoriuscita dei finiani dalla maggioranza). Una lettura possibile è che Fini sia disposto a giungere ad un compromesso. Le esternazioni dei suoi fedelissimi sarebbero un modo per alzare il prezzo della posta in gioco.

Pietro Salvatori

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