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Ministro, faccia ora presentar questo ddl per far incidere i giovani nelle decisioni Nascerà così il ‘sindacato’ degli under 35 Intervista a De Napoli: “Serve il/al Paese”

luglio 8, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale dei giovani. In quanto persone a cui – cicli- camente – le generazioni precedenti consegneranno il nostro Paese. Onestà e responsabilità significa agire perché ogni successiva “ondata” di giovani possa stare sempre meglio. E dunque (far) stare meglio l’Italia. Un principio condiviso dal “nostro” presidente del Forum Nazionale dei Giovani, attualmente la principale piattaforma di rappresentanza dei giovani nel nostro Paese. «I giovani sono il presente, oltre che il futuro. Perché è attraverso il loro impegno e l’impegno per loro che (ci) si impegna per il Paese». In questa chiave De Napoli e gli oltre 4 milioni di italiani con meno di 35 anni che il Fng oggi rappresenta avanzano una proposta: istituire il Consiglio Nazionale dei Giovani, ovvero un organo ufficialmente riconosciuto di rappresentanza giovanile nel nostro Paese. Un interlocutore istituzionale per il governo e non solo. Un attore, in realtà, più che un interlocutore, che porti l’esperienza e la competenza – e la responsabilità – giovanile nelle decisioni sul futuro dell’Italia (attraverso il presente). Come un sindacato, appunto. O come Confindustria. Solo, fatto dai giovani. Tutti. Di qualunque colore. E dunque in grado di agire, per una volta, nel solo interesse del Paese. Il giornale della politica italiana dà spazio, attraverso questo colloquio con il suo portavoce, al progetto dell’attuale Forum. E lancia un appello a Giorgia Meloni: lasci perdere le “comunità giovanili”, e cominciamo ad occuparci dei giovani. Sul serio. L’intervista, all’interno, è di Carmine Finelli.          

Nella foto, Antonio De Napoli

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di Carmine FINELLI

Antonio De Napoli, come stiamo a partecipazione dei giovani, a tutti i livelli, nel nostro Paese?
«A me piace utilizzare il termine “Generazione Silenziosa” per indicare una vasta area di partecipazione giovanile che però, purtroppo, non riesce ad emergere, come sarebbe auspicabile, sui media. Una generazione che non riesce ad essere conosciuta dal Paese. Generazione che però esiste e rappresenta un fenomeno che non riguarda unicamente i giovani cittadini impegnati nell’associazionismo giovanile, ma anche una serie di profili, come studenti, ricercatori, lavoratori, che nel quotidiano danno una testimonianza bellissima di cosa può essere un Paese diverso, meno vecchio non solo nel corpo, ma anche nell’animo.
In linea generale, tutti i dati che abbiamo ci dicono che la partecipazione giovanile alla cosa pubblica è comunque scarsa. Questo è un dato di cui bisogna prendere atto. Allo stesso tempo però, sia le istituzioni sia coloro che si occupano di partecipazione e di cittadinanza a attiva, a tutti i livelli, devono essere in grado di poter sottolineare l’ampio e dinamico fenomeno che l’associazionismo in generale in Italia e particolarmente quello giovanile esprime su tanti fronti. Questo spesso non avviene ed è anche un limite degli stessi giovani italiani che non reagiscono di fronte alle presunte verità sui bamboccioni o alle trasmissioni televisive dove si invitano profili che non c’entrano nulla con il mondo dei giovani. Concludo dicendo che il piagnisteo che c’è, alimentato dagli stessi ragazzi, è sterile perché ci inserisce in un circolo vizioso all’interno del quale servono soluzioni e proposte per poter uscire fuori, aldilà di ogni provenienza politica, da una questione giovanile che deprime il Paese».

E qui entra in gioco il “suo” Forum Nazionale dei Giovani. Come vi siete mossi, finora, in questo senso.
«Il Forum, menzionato e riconosciuto dalla Legge Finanziaria 2004, che tra l’altro stabilisce anche il fondo per le politiche giovanili, è una struttura con la caratteristica fondante di essere costituita da organizzazioni giovanili su scala nazionale. Attualmente sono poco meno di ottanta le associazioni che ne fanno parte e si occupano dei temi più disparati: dalla scuola all’ambiente, dal servizio civile all’università, dalle giovanili di partito al sindacato e al volontariato. La nostra principale missione è quella di mettere a sistema una rete così importante per il Paese tutto che è la rete costituita da queste associazioni. Facendo la somma degli iscritti delle sigle che fanno parte del Forum arriviamo a poco meno di quattro milioni di under trentacinque. Promuoviamo quindi la partecipazione, principale strumento di cittadinanza attiva, attraverso le nostre associazioni e attraverso un “dialogo strutturato”, formula cara alla Ue, nei confronti delle istituzioni affinché venga recepito cosa vuol dire politiche per la gioventù, concetto che in molti casi rimane un grande punto interrogativo per molti amministratori locali».

Dunque non siete l’ennesima pletora.
«Se il Forum fosse un parlamentino di presidenti di organizzazioni giovanili italiani, per quanto importanti siano, il Forum avrebbe fallito il suo scopo. Il Forum intende porre all’interno del dibattito italiano la questione giovanile, parlando concretamente del presente e del futuro del Paese, valorizzando e mettendo a sistema tutto ciò che di positivo che proviene dall’universo giovanile. Tutto ciò non si può fare solo con le associazioni ma lo si fa con tutti coloro che intendono collaborare a questo progetto. Nel rispetto delle competenze legislative delle regioni e degli enti locali, noi intendiamo offrire modelli di rappresentanza a chi intende promuovere la partecipazione attiva sui territori essendo a disposizione dando anche concreti strumenti. Un ruolo centrale in questo discorso rivestono i Forum Regionali, realtà poco presenti in Italia, non coordinate fra loro e molto distanti fra loro».

C’è bisogno di un ammodernamento generale dei sistemi di rappresentanza giovanile nel nostro Paese?
«Urge un “pensamento” su questi organismi di rappresentanza in modo che possano essere, e a livello nazionale e a livello territoriale, dei luoghi dove i giovani effettivamente possano essere protagonisti delle politiche che in molti casi subiscono senza avere voce in capitolo e dove possano effettivamente contribuire con la loro dimensione di giovani, cioè con la loro esperienza di vita, a tutto ciò che riguarda il territorio piuttosto che il Paese. Quindi gli organismi di rappresentanza sono organismi dai quali non possiamo più prescindere: vanno costituiti con criteri chiari, attraverso metodi che siano comprensivi delle specifiche realtà. Questa generazione di ventenni e di trentenni vive delle questioni sociali, economiche e politiche che i nostri genitori ed i nostri nonni non hanno vissuto, per questo il valore aggiunto dei giovani è oggettivo. Ed è questo il motivo per cui i giovani “servono” al paese. Sono convito che l’attuale generazione giovanile italiana possa, su alcuni temi, offrire delle competenze determinate».

In questo senso il Forum ha deciso di dare inizio alle procedure per la creazione del “Consiglio Nazionale della Gioventù”. Ce lo spiega?
«Il Consiglio nazionale della gioventù è una dicitura utilizzata in Europa per identificare un organismo nazionale di rappresentanza giovanile che viene istituito con legge dello Stato. Il CNG, potremmo dire semplificando, fa si che i giovani siano parte sociale nei confronti delle istituzioni del Paese. Il Forum Nazionale dei Giovani è stato il primo a porre il tema già nel 2003, prima della nostra nascita ufficiale. Già discutevamo sulla scia delle esperienze dei nostri “cugini” europei del CNG. Tutta l’attività di rappresentanza giovanile deve trovare un compimento in un organismo che possa dare realmente voce ai giovani italiani. Sostenevamo questa posizione con il ministro Melandri e ancor prima che ci fosse il POGAS (ministero delle Politiche giovanili e delle Attività sportive, ndr). Ora sosteniamo con più forza questa posizione, anche alla luce del cammino svolto dal Forum, e stiamo presentando queste istanze al ministro Meloni.
Il Forum ha redatto negli ultimi mesi un documento, frutto di un percorso di studio, che delinea i principi guida del costituendo organismo. Abbiamo svolto un ragionamento al nostro interno ed abbiamo messo nero su bianco quello che abbiamo sempre detto. Il documento lo abbiamo presentato al ministro Meloni in un incontro che si è tenuto il 18 maggio: riconosciamo al ministro e al suo ufficio legislativo una forte volontà di collaborazione con il Forum e il suo impegno chiaro in questa direzione attraverso la presentazione di una proposta legislativa sul tema. Per noi è fondamentale che ciò non avvenga in tempi lunghi e con la strutturata condivisione di intenti con il Forum».

Con quali organi, oltre al governo, il CNG potrà esercitare il suo ruolo?
«Al di fuori dello Stato italiano, c’è tutto il contesto internazionale. Organismi internazionali, Consiglio d’Europa, Commissione Europea e tutti i circuiti di rappresentanza giovanile europea. Continuerà il rapporto solido con lo European Youth Forum (YFJ): organismo di cui facciamo parte da due anni formalmente. Vi partecipiamo con un certo peso specifico dato che il Segretario Generale ed un membro del Bureau dello YFJ sono fra le persone che hanno visto nascere il Forum Nazionale dei Giovani. In Europa, dunque, già veniamo riconosciuti come Consiglio Nazionale della Gioventù, essendo l’unica piattaforma di rappresentanza dell’associazionismo organizzato in Italia. Quindi de facto in Europa siamo un CNG, ma nel nostro Paese manca il passaggio di rilevanza istituzionale. Inoltre, in questi anni il Forum ha avviato collaborazioni e partenariati anche con diversi organismi internazionali e sarebbe stupido non trasferire questo patrimonio di esperienze all’interno del CNG».

Quale sarà il rapporto del CNG con il ministero della Gioventù? Quanto pensa possa influenzare le scelte sulle politiche giovanili del governo il CNG?
«I rapporti formali fra CNG e ministero della Gioventù li stabilirà la legge. Spero ovviamente che l’influenza del CNG sulle politiche del governo e sulle scelte del Parlamento sia incisiva. È questa la vera scommessa: mettere alla prova i giovani per capire la loro effettiva capacità di proposta e di elaborazione. Se un organismo dimostra di essere stato formato in modo serio e dimostra di essere credibile nei suoi rapporti istituzionali, è conseguenza naturale di una politica di buon senso delle autorità centrali che esso venga ascoltato e preso in considerazione. Una delle cose che noi chiediamo è quella di avere un obbligo di parere, dunque una capacità consultiva molto forte».

Crede che tutto questo possa aiutare il Paese ad uscire dall’impasse in cui si trova?
«Assolutamente sì, perché in questo modo si dà una possibilità storica all’associazionismo italiano per incidere con proposte e contenuti nell’agenda politica italiana e nello svecchiare un approccio che è frutto di schemi oramai preistorici. Ci riferiamo soprattutto ad un modo di concepire un rapporto tra responsabilità ed etica pubblica che deve essere impostato necessariamente in modo differente da come è adesso. Sia chiaro: le mie non sono parole che vogliono alimentare l’antipolitica e il qualunquismo, nemici della cittadinanza attiva. Ma è impossibile non constatare quale crisi viva la nostra classe dirigente».

Occuparsi di politiche giovanili vuol dire occuparsi di futuro.
«I giovani sono fondamentali per il presente del Paese. Lo sono per il futuro, ma lo sono soprattutto per il presente. Se intendiamo che i giovani sono importanti per il futuro del Paese, e a questo concetto associamo il modo di operare che l’attuale classe dirigente attua sulle scelte di lungo periodo, allora vuol dire che questo futuro non lo vedremo mai. Capovolgiamo lo schema: i giovani sono il presente. E lo sono soprattutto perché sono distanti da una logica del fare politica, dell’impegno civile che l’attuale classe dirigente ha sempre attuato. Quando noi parliamo di “ricambio generazionale” noi parliamo di un diritto al presente e di un diritto al futuro che viene sistematicamente negato ai giovani non solo per una questione di rendita di posizioni che è difficile che muoia, ma anche per un sistema generale che non garantisce dei principi chiari di accesso alla politica, al lavoro, alla casa, alle borse di studio. Una serie di questioni dove concretamente i giovani non hanno possibilità di essere protagonisti. L’essere protagonisti per le giovani generazioni italiane non vuol dire autotutelare le proprie posizioni. Dobbiamo farla finita di pensare che garantire le pensioni ai giovani significa garantire una vecchiaia serena ai giovani. Significa soprattutto investire in un nuovo sistema di welfare. Investire sui giovani significa investire sul Paese».

Carmine Finelli

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