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***L’intervento***
FINI, NO ALLA KADIMA ITALIANA
di SOFIA VENTURA

luglio 7, 2010 di Redazione 

Perché signifi- cherebbe inseguire «piccoli pezzi di establishment» a caccia di centralità e non continuare ad investire nella modernizzazione del Paese. Modernizzazione che solo il bipolarismo-bipartitismo può assicurare di per sé. E il Paese merita più di una nostra politica miope e autoreferenziale; l’Italia merita un progetto per il proprio futuro; una nuova prospettiva. La politologa bolognese vicina al presidente della Camera analizza per i grandi giornali della destra e il Politico.it l’ipotesi-«terzo polo» sollevata ieri per primo dal giornale della politica italiana dopo le promesse (o minacce, a seconda dei punti di vista) di rottura tra Fini e Berlusconi. Un’analisi che, lo vedranno i nostri lettori, ricalca (e ovviamente amplia) in tutto e per tutto le nostre valutazioni (di ieri, e non).

Nella foto, Gianfranco Fini

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di SOFIA VENTURA

Oggi nessuno, nemmeno i principali protagonisti della vicenda, sa in che modo si uscirà dall’attuale crisi del Pdl. Diverse sono le opzioni in campo e quale di queste alla fine sarà perseguita dipende dalle mosse e dalle contromosse dei vari attori in gioco. Tuttavia, un modo responsabile di affrontare questo momento difficile e caotico è quello di interrogarsi, oltre che su gli obiettivi di più breve termine, anche sulle prospettive di lungo periodo, sulle ricadute sul funzionamento del nostro sistema politico che certe scelte piuttosto che altre potranno produrre.

Da parte dell’area finiana, a partire dal presidente della Camera, prevale la volontà di continuare a rimanere all’interno, se non del Pdl (e questa appare la prima scelta di Gianfranco Fini), comunque del centrodestra. Naturalmente, il come dipenderà in buona parte anche dalle decisioni che saranno prese da Berlusconi e dall’influenza che su di lui avranno i falchi che non vedono l’ora di liberarsi di Fini e finiani. E dunque si evoca anche la possibilità di dare vita a una terza forza o terzo polo. Ma terza forza o terzo polo non sono la stessa cosa, ed è necessario a questo proposito fare chiarezza.

Il terzo polo è quello al quale guardano i nostalgici della Prima Repubblica. Con le parole di Follini esso comporterebbe «un’alternativa vera, sistemica», nella quale Fini si ritroverebbe a percorrere la stessa strada di Rutelli e Casini e il Pd dovrebbe smettere di «recitare la stanca litania bipolarista». Il terzo polo è quello che Rutelli, in un’intervista al Corriere, vede come via d’uscita al «fallimento del bipolarismo», laddove dovrebbe «mettere insieme le forze in grado di far riprendere la crescita».

La “litania bipolarista”, però, è quella che continuano a recitare tutte le grandi democrazie occidentali e che consente di rendere davvero responsabili i governi di fronte agli elettori, che mantengono il potere, attraverso il voto, di scegliere chi dovrà governarli e, sempre attraverso il voto, di non riconfermare chi li ha delusi, se esiste un’alternativa più promettente. L’alternativa basata su tre poli, che noi italiani conosciamo bene, che conoscevano bene i francesi che alla fine diedero il potere a de Gaulle per uscire dal pantano della Quarta Repubblica, che conoscevano bene i tedeschi che assistettero al tragico crollo di Weimar, presuppone, invece, un modo di fare politica completamente diverso. Presuppone il passaggio della facoltà di scegliere i governi dagli elettori alle oligarchie di partito e indebolisce il rapporto di delega e responsabilità tra i primi e i secondi.

Oggi, chi è rimasto legato a questo modo di concepire la politica e il gioco democratico e, soprattutto, vorrebbe – attraverso il suo ripristino – tornare a svolgere un ruolo politico decisivo, guarda con speranza a Fini. Il quale, però, non ci sembra abbia né l’intenzione di assecondare queste speranze, né la convenienza ad annegare la propria capacità di leadership in un’operazione neocentrista, fondata su accordi tra pezzi di establishment politico e che porterebbe molta delusione tra quella parte di opinione pubblica che guarda a lui come potenziale innovatore.

Altra cosa è parlare di una terza forza. Questa potrebbe essere la via obbligata di fronte a una netta indisponibilità di Berlusconi e dei vertici del Pdl a rivedere non solo alcuni passaggi della politica del governo, ma anche la struttura interna del partito. Una terza forza federata o separata dal Pdl. Quali sfide dovrebbe affrontare una tale ipotetica formazione dipenderà, naturalmente, dalla durata della legislatura, dalla necessità o meno di dovere affrontare nuove elezioni. Ma anche se la rottura del Pdl dovesse a un certo punto essere inevitabile e dovesse sorgere un tale soggetto, sarebbe fondamentale non perdere di vista l’orizzonte sistemico, la struttura bipolare del nostro sistema politico, che – con tutti i suoi difetti – costituisce la più importante acquisizione di questi travagliati e infiniti anni di transizione.

La politica, lo sappiamo, ha le proprie logiche, ma la politica è anche speranza e visione del futuro e non può essere ingabbiata soltanto nel breve periodo. E la politica, come scriveva alcuni anni fa Sarkozy, può anche essere capace di inventare il futuro, di proporre un avvenire e renderlo concreto. Qualunque forma assumerà questa realtà composita che oggi si riconosce in Fini, fatta di persone che non hanno rinunciato a volere realizzare il sogno di un grande partito liberale e popolare, per essere all’altezza delle aspettative e delle richieste di rinnovamento che provengono dal paese dovrà scommettere sulla modernità della politica e le sue potenzialità.

Dunque, dovrà rivolgersi prima di tutto all’opinione pubblica, ai cittadini e, se necessario, agli elettori, proponendo una concreta speranza per il futuro, anche sfidando chi ha tradito questa speranza; chi vorrà, poi, seguirà. Inseguire piccoli pezzi di establishment politico sarebbe solo un ripiego senza prospettiva; chi ha lavorato in questi anni per una destra diversa merita di più. L’Italia merita di più.

SOFIA VENTURA

Pubblicato sul Secolo d’Italia del 7 luglio 2010

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