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E invece guardate come ci trattano ‘loro’ Presi per ‘sciocchi’ con Scajola-Brancher Se populismo genera autoreferenzialità

luglio 6, 2010 di Redazione 

C’è un aspetto che non è ancora stato sottolineato, della vicenda del ministro dimissionario perché scoperto «con le mani nella marmellata» della strumentalità della propria nomina per difendersi (? Sfuggire) ai propri guai giudiziari. Si tratta del totale disinteresse dei nostri governanti nei confronti di tutti noi. Sì: perché se si cerca di far credere che un (altro) ministro abbia ricevuto in regalo una casa con vista sul Colosseo «a sua insaputa», primo si considera l’audience dotata di scarsa capacità critica, mettiamola così; e poi ci si è disposti a prenderla per i fondelli, dimostrando, appunto, di non avere nessun «legame sentimentale» con lei (e cioè con tutti noi). E se a distanza di poche settimane si ripete il cliché con un ministro che viene nominato, in nome nostro e con i nostri soldi, soltanto perché possa avvalersi dello scudo del legittimo impedimento, pensando che tutti noi non ci accorgiamo della relazione tra le due cose e, dunque, della strumentalità, la tentazione si è fatta, è evidente, sistema. Ed è quel sistema a due facce del quale abbiamo scritto tempo fa: tutto questo è reso possibile dalla disponibilità di tutti noi (o di una parte di noi) ad accettare, per un altro verso, di lasciarci falsamente carezzare dalle proposte allettanti, ma evidentemente mendaci, del presidente del Consiglio (populismo); per la quale, poi, è possibile la chiusura in casta della nostra politica, e la conseguente (ma non esaurente) autoreferenzialità. I nostri governanti, insomma, possono alimentare i propri privilegi in ragione della nostra disponibilità ad andare loro dietro quando ci allettano con proposte gradevoli ma mendaci. In un’ultima analisi siamo nella condizione di fare finire tutto questo. Dobbiamo solo indignarci. E a quanto pare abbiamo cominciato a farlo. Quando è troppo è troppo. Ma adesso dobbiamo smettere di accettare anche le circonvenzioni più sottili. Passa di qui l’abbattimento della casta, ed evitare in futuro altri casi Scajola e Brancher. Dei quali scrive, ora, Andrea Sarubbi.

Nella foto, Claudio Scajola guarda come ci ha trattato: a sua insaputa?

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di ANDREA SARUBBI*

Che Brancher si sarebbe dimesso, lo avevo pronosticato in tempi non sospetti. Ma non è che ci volesse un genio, perché era un copione già visto con Scajola: con l’aggravante duplice che stavolta non c’era in ballo una macchina da voti come l’ex ministro dello Sviluppo economico, che da solo controlla mezza Liguria, né si andava a colpire un dicastero importante. Brancher era solo un uomo di collegamento con la Lega – o almeno così pensava Berlusconi, prima che Bossi lo umiliasse a Pontida – e si è dimesso senza neppure conoscere le proprie deleghe, a dimostrazione che lo scopo della sua nomina era tutt’altro che politico.

Io non so davvero che cosa passi per la testa del nostro presidente del Consiglio: che abbia una concezione spropositata di sé è piuttosto evidente, ma quello che continua a stupirmi è la sua scarsa considerazione degli altri. E credo che questa visione abbia contagiato pure i suoi sodali, visto che nel giro di pochi mesi l’Italia è stata presa in giro due volte come se fosse un Paese di minus habentes: neppure la preoccupazione di cercarsi scuse decenti, perché tanto gli italiani sono una massa di imbecilli e – visto che credono a tutto – crederanno pure a questo.

In entrambi i casi, lo schema difensivo (pare che il brevetto si chiami “A mia insaputa”) è stato di una pochezza imbarazzante, con i ministri a fingere di cadere dalle nuvole: il primo non si era accorto che gli avevano regalato un appartamento al Colosseo, nonostante fosse l’appartamento in cui abitava sua figlia; il secondo era così impegnato ad organizzare il proprio dicastero da aver completamente dimenticato il processo Antonveneta, per il quale i suoi legali avevano già chiesto il legittimo impedimento.

Tutti e due i ministri, poi, sono stati beccati con le mani nella marmellata, circostanza in cui è razionalmente impossibile aggrapparsi alla collaudatissima teoria del complotto: anche perché, mentre Silvio Berlusconi è riuscito ormai a costruire le sue fortune sul personaggio della vittima giudiziaria, non ci sarebbero motivi per perseguitare un Claudio Scajola ed ancor meno un Aldo Brancher, del quale tre italiani su quattro non sanno neppure pronunciare il cognome.

Non so se per strategia o per reazione meccanica, ma il Centrodestra ha cercato anche in aula di buttarla in caciara: ancora dieci minuti e Brancher passava per un eroe, perché dimettendosi “ha dato prova di grande responsabilità di fronte alle strumentalizzazioni”.

Mettersi a polemizzare con la propaganda, onestamente, è una perdita di tempo che mi risparmio volentieri: mi limito ad osservare che in entrambi i casi c’è stata l’offerta di restituire il vasetto di marmellata (“Lascio la casa al Colosseo”, “Rinuncio al legittimo impedimento”) ma non è bastata a placare l’indignazione. Segno che gli italiani, checché ne pensi il presidente del Consiglio, non sono disposti a ingoiare di tutto e per sempre.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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