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***La riflessione***
PATRIOTTARDI
di MARCO ROSADI

luglio 1, 2010 di Redazione 

I nostri lettori sanno che sul loro giornale trovano ogni giorno, se non la verità (relativa, naturalmente) qualcosa che gli si avvicina di molto. Per due ragioni: il Politico.it ha una capacità di lettura dei fatti della nostra politica (di oggi e di domani) che non ha nessun altro; il Politico.it è onesto e responsabile, e dice solo quello che pensa veramente, per il bene del Paese. In questa chiave critichiamo a destra e a sinistra senza guardare in faccia a nessuno, e contemporaneamente la nostra politica ha nel giornale della politica italiana un consigliere prezioso, di una parte e dell’altra. Si inserisce in questo solco anche la prima parte della narrazione, che vi proponiamo oggi, dedicata alla nostra patria e al patriottismo o, nella devianza determinata dalla contaminazione da parte di interessi particolari o privati, alla sua versione “malata” con cui titoliamo. Quella che, scrive la grande firma del giornale della politica italiana, coinvolge la Lega ma anche qualche nazionalista dichiarato, che – nonostante appunto la dichiarazione d’intenti – contraddice la concezione voltairiana del patriottismo per la quale la patria non può che essere il luogo nel quale si viva felici, il che implica sia una condotta onesta e responsabile sia il riconoscimento delle patrie degli altri, per un principio di necessaria mutualità. Più tardi scopriremo la medaglia a due facce del patriottismo-patriottardo nel racconto di un episodio specifico, legato all’ultima partita mondiale della nostra Nazionale. Rosadi, intanto. Con Voltaire.

Nella foto, Marco Rosadi

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di MARCO ROSADI

Patria, patriottismo, patriota, patriottardo. È patriota chi sostiene e onora un’idea nazionale o politica. Ma un suffisso dispregiativo cambia il patriota in nazionalista retorico e fazioso, mosso in prevalenza dall’interesse. Un patriottardo, insomma. E i suffissi non sono bazzecole. Per di più, il vero patriota dovrebbe amare anche le altrui patrie, vicine o lontane.

Sì, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Talvolta anche l’oceano. Regna il caos e la notte nelle italiche menti. Ci vorrebbe un illuminista dal celebre pseudonimo per rischiararle. «Non ama che se stesso chi dice di amare la sua patria», afferma Voltaire. Un’altra glossa dell’autore di “Candido” è la ciliegina sulla torta: «Si fanno voti per la Repubblica quando se ne fanno solo per se stessi». E c’è chi insinua che il patriottismo sia l’ultimo rifugio di un briccone.

I furbastri amerebbero dunque nascondersi dietro “l’amor di patria”? No, perché l’autentica patria è dove c’è il bene, dove si vive felici… dove non regnano i marpioni.

Qual è dunque la patria degli Italiani? Quella che ancora abbraccia lo stivale e le due isole? Per Bossi e seguaci è l’amato suolo della Padania (o Padanìa?). Ciò nonostante, con i suoi ministri di sangue “celtico” ha giurato sulla bandiera che lui stesso consigliò di usare come carta igienica.

«Dieci milioni di padani sono già pronti a imbracciare il fucile». È l’ennesima minaccia dell’ancor muggente Senatur. Nondimeno c’è chi è sicuro che basti una massaia armata di battipanni per mettere in fuga le agguerrite schiere padane. Attenzione però: le parole sono aerofagia populista ma anche pietre, macigni, polvere da sparo, nitroglicerina.

L’unità del Paese sarebbe quindi minacciata dal tamtam di una sbandierata secessione? È solo un colorito fenomeno di folclore, garantiscono gli alleati di Bossi percuotendo le grancasse di un patriottismo patriottardo. Tra questi c’è anche «la porcilaia fascista» (colorita definizione bossiana), un tempo maledetta dal leader padano.

Eh, tutto cambia alla velocità dei rossi bolidi di Maranello.

L’illusione è invece immutabile: dove c’è il bene e si vive felici, là è la patria. Ma questo luogo idilliaco non corrisponde a nessuna patria conosciuta, tantomeno all’Italia dell’intolleranza volgare ed esterofoba che tutto semplifica. In cui, non di rado, l’interesse particolare s’identifica con quello generale.

Dove, a dispetto di confische, arresti eccellenti e no, vaste porzioni di territorio nazionale sono feudi e signorie di holding criminali antiche e sempre nuove di zecca. Regioni in cui non si muove foglia che il boss o la sua potente famiglia non voglia. Con molta fatica possiamo definirci un Paese unito. Bisogna quindi fare (o rifare) l’Italia e gli italiani? «Va a ramengo Italia!», risponderebbe probabilmente il ruvido tribuno del Carroccio. O direbbe qualcosa di meno elegante.

Dal guazzabuglio di patrie e patriottismi, patrioti e patriottardi, spunta ancora monsieur François-Marie Arouet. «Chi volesse che la sua patria non fosse mai né più grande né più piccola, né più ricca né più povera, sarebbe cittadino dell’universo». È un invito a meditare, anche sui 150 anni di una scricchiolante unità. La Padania (già in fìeri?) non sarà mai l’universo. E la meditazione non è un solo un ascetico svago per monaci tibetani o impenitenti scansafatiche.

MARCO ROSADI

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