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Tremonti-Guzzanti: ‘Vendiamo Sardegna!’ Il guaio è che ora la vendono davvero

giugno 28, 2010 di Redazione 

Federalismo demaniale, come raccontato – al momento dell’approvazione in aula – parte del nostro patrimonio immobiliare e territoriale viene “regalato” dal governo centrale a Regioni, Province, Comuni. Che possono farne quello che vogliono. Compreso metterlo sul mercato. E cederlo a privati. Abbiamo già avuto modo di commentare come – sul piano strettamente politico-politicistico – tutto questo rappresentasse un ulteriore passo verso la secessione leghista. Ma ora che la lista dei beni trasferiti è stata resa pubblica, a colpire è soprattutto la svendita dell’Italia (e per una volta in senso stretto): nell’elenco ci sono isole sarde, pezzi di Dolomiti, storiche ville romane. L’ennesima scelta di brevissimo periodo che ci priverà di un pezzo del nostro patrimonio, appunto, e ci renderà più poveri. E rischia – oltre a fomentare il separazionismo – di por- tare alla distruzione di parte della bellezza del nostro Paese. Il servizio, all’interno, è di Stefano Catone.

Nella foto, uno “squarcio” di Dolomiti: è proprio il caso di dirlo?

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di Stefano CATONE

Da dove cominciamo a fare il federalismo? Autonomia fiscale degli enti locali? Aumentiamo le loro competenze? Prevediamo per le Regioni autonomia nell’organizzazione istituzionale interna, in modo che vengano eliminati enti (province) inutili? No, no, forse è meglio partire dal demanio statale.

Cosa succede col federalismo demaniale? In pratica, beni del demanio statale vengono trasferiti gratuitamente, su richiesta, a enti locali – anche i Comuni – perché siano “valorizzati”. Una volta che la cessione sarà fatta, nulla vieterà però di venderli a privati, a patto che l’introito sia destinato all’abbattimento del debito pubblico. E in periodo di tagli, a Comuni e Regioni, come lo stesso Berlusconi riconosce oggi, la mossa non poteva essere tanto (in)tempestiva.

I conti se li sono già fatti: accanto ad ogni bene compare una stima del valore, per un totale di circa tre miliardi di euro (3.087.612.747).

Quali sono i “beni” del Belpaese a rischio? Troviamo il museo di Villa Giulia - che contiene, per dire, la famosa coppia di sposi etruschi – l’Archivio generale della Corte dei Conti alla Bufalotta e “un immobile a piazza delle Coppelle, in pieno centro e attualmente in uso al Senato che vale oltre 22 milioni e mezzo di euro”. Altri immobili che potranno diventare privati si trovano in centro a Bologna, Trieste, Genova e Venezia.

Spostiamoci più a nord e, incredibile ma vero, troviamo nella lista anche pezzi di montagne: “Dalle Tofane al monte Cristallo alla Croda Rossa al Sorapis, all’Alpe di Faloria, tutti nel bellunese, in zona Cortina”.

Se il colpo al cuore non è mortale nel leggere di ex campi di prigionia, ex case del fascio, ex caserme, ex aeroporti e basi missilistiche, si rischia l’infarto quando l’elenco cita gli isolotti in prossimità di Caprera, l’isola di Santo Stefano vicino a Ventotene, diversi “pezzi” – possiamo tranquillamente parlare di pezzi, di cocci, ora – dell’isola di Palmaria, “un pezzo di spiaggia a Sapri come la spiaggia del lago di Como di manzoniana memoria a Lecco”.

Poi, i fari: quello di Mattinata sul Gargano, di punta Palascia a Otranto, il faro Spignon a Venezia.

Infine, valutato circa 6 milioni e settecento mila euro a inventario, l’intero idroscalo di Ostia, dove morì Pier Paolo Pasolini.

Tutti contenti, quindi, federalismo fatto! Gettando con forza l’Italia per terra, e vendendone i cocci.

Stefano Catone

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