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***La Lega e il Sud***
MA IL “MIO” UMBERTO E’ UN PATRIOTA
di PAOLO GUZZANTI

giugno 26, 2010 di Redazione 

Perché la probità (più o meno gravida di contraddizioni), il rigore, la «buona e saggia amministrazione» leghista sono un modello da seguire e la provocazione del secessionismo delle camicie verdi è il pungolo per farle finalmente proprie anche nel Mezzogiorno, facendo leva sulle virtù e abbandonando l’autocompiacimento dei vizi. Un incontro con Bossi, un abbraccio, il «riconoscimento» (reciproco) come persone che «hanno fatto e fanno il bene dell’Italia». Il Sud non deve considerare la Lega il nemico bensì il collega ambizioso, il competitor motivante che – recuperato un buon rapporto, mettendosi nelle condizioni di una competizione sana con lui – può portare alla rinascita. Guzzanti fa poi due considerazioni il cui senso il giornale della politica italiana rilancia ogni giorno: primo: il Paese deve tornare ad investire nella propria intelligenza, cominciando a farlo con l’università e la ricerca ma nell’ambito di un cambio di sistema che trasformi la cultura da una voce del bilancio a IL bilancio; il federalismo non è la terra promessa e va valutato e ponderato al di là di ogni (presunto) opportunismo elettorale, in primo luogo dal centrosinistra che, in mancanza di idee proprie, si è ancora una volta appiattito sulla ricetta dell’avversario (ma il rapporto con il Nord si recupera offrendo un grande progetto per il rilancio del nostro Paese, convincendo e riottenendone il rispetto, non con la scorciatoia di un regalino ricevuto il quale si tornerà ad infischiarsene di Letta e Bersani e del resto – è proprio il caso di dirlo? – del Pd). Grande pezzo di Guzzanti. Buona lettura e buona politica con il giornale della politica italiana.
In settimana scontro sulla Padania di F. TEMPESTA

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Il 23 giugno uscivo dalla sede del Partito Liberale in via degli Uffici del Vicario accanto alla gelateria Giolitti (più importante per i turisti del Colosseo) quando ho sentito una voce profonda e roca, a me ben nota, che mi chiamava: “Guzzanti…. Guzzanti”. Mi giro ed era Umberto Bossi seduto a un tavolino. Non lo vedevo di persona da prima del suo devastante infarto, quando aveva un aspetto giovanile e scattante. L’uomo che mi trovavo di fronte era quello che conosciamo dalle cronache: un po’ incanutito, invecchiato. Pensai: ora Bossi mi fa una scenata, mi rimprovererà per aver mollato Berlusconi e tutta la sua ganga. Invece Bossi mi guarda e dice: “Grande, Guzzanti”. A quel punto, vedendo quest’uomo che avevo conosciuto nel fiore delle forze che mi sorride, provo nel cuore qualcosa di non meditato, non razionale, non politico nel senso di politicante: provo rispetto, provo un vecchio affetto.

I miei amici liberali del Sud, specialmente siciliani, considerano un punto d’onore arrivare in ritardo, ridere degli appuntamenti ad un’ora precisa, considerare una fatalità che la linea più breve fra due punti sia l’arabesco, arrendersi con un mesto sorriso davanti agli umori meno nobili ma eterni della natura umana: troppi (e millantati) millenni di storia, millenni di geografia, pochi millenni di educazione fisica, meno ancora di educazione civica. Io, diversamente da loro, ho sempre guardato con enorme rispetto alla Lega, anche se sono pronto alla guerra civile per salvare l’unità della mia patria, per rovinosa che sia.

Contro il secessionismo, che non ci sarà, sono pronto a staccare il fucile (che non ho) dal muro e farmi fare la pelle con un colpo in fronte gridando viva l’Italia se fosse necessario, per quanto orrore e pena e sentimenti di miseria mi ispiri my country.

Ciò non sposta di un millimetro non soltanto il rispetto, ma la gratitudine che io personalmente nel profondo del cuore provo per la Lega di Umberto Bossi e per i leghisti, proprio per quanto hanno di anti-italiano nel senso meridionale. Io sono uno che arriva in orario agli appuntamenti e che se ritarda di dieci minuti telefona per scusarsi, sono uno che considera gli impegni come punti di onore, i tempi come punti di onore, il lavoro un punto d’onore, il parassitismo e il piagnisteo pura merda.

Ho guardato Umberto e lui si è alzato dalla sedia, con un po’ di fatica e mi è venuto incontro a braccia aperte e senza giacca.

Ci siamo abbracciati fortemente, con una stretta potente piena di affetto e di memoria. Quale affetto e quale memoria? L’affetto per fare, aver fatto e voler fare tutto il possibile per cambiare il DNA di questo Paese fatalista, mafioso, camorrista, ‘ndranghetista, avvocaticchio, laureato in scienze inutili, l’Italia di Pomigliano, l’Italia di tutti i diritti e nessun dovere, delle “processioni antimafia”, dei preti antimafia, dei mafiosi antimafia, il Paese in cui si arrestano più galantuomini che criminali ma in cui si lasciano a piede libero più criminali che galantuomini.

Il Paese in cui il giornalismo è morto e sepolto ben prima della legge bavaglio anche perché molti magistrati e molti giornalisti, in un rapporto fra pusher e consumatori l’hanno già ammazzato. Un Paese di indagati promossi ministri per sottrarli alla giustizia, un Paese guidato da una jena ridens di cui tutti ridono nel mondo, un Paese in cui l’operosità del NordEst è stata fatta fuori dai cinesi, senza che una politica della ricerca scientifica rilanciasse l’economia della ricerca. Un Paese di tagli demenziali, probabilmente anche quello dei cojones: in Usa la Casa Bianca ha risposto alla crisi aumentando i fondi per la ricerca e i ricercatori; da noi la fisica, la chimica, la tecnica sono trattate come enti inutili, insieme alle compagnie di giro e al giro delle mignotte che invece stanno benissimo e si spostano su torpedoni di lusso che le recapitano nei palazzi con il loro compenso di tartarughe e farfalle. E buste piene di mazzette di banconote.

Si dirà: ma Bossi è con loro, Bossi fa parte del sistema. Non lo so, può darsi. So che Bossi e la Lega hanno scelto la via della rivoluzione federale che non mi convince del tutto, ma che ha un valore aggiunto di onestà che gli altri partiti neanche si sognano. Io ho fatto una lunga e appassionante campagna elettorale con la Lega a Brescia nel 2001 e ho trovato nelle sue file una massa di galantuomini, giovani per lo più, molti medici, molta gente comune e perbene, eccellenti amministratori, persone veramente legate alla loro terra anziché – come orrendamente si dice – al “territorio”, cioè ai piccoli padrinati locali.

Certo, i miei avi Guzzanti vengono dalla provincia di Catania, ma io sono e resto un uomo del Nord protestante (benché non sia credente) perché ammiro il Calvino che trasformò Ginevra da città mafiosa e mignottocratica in una comunità operosa e onesta, facendo un uso anche largo del rogo e della frusta. Certo, la mia origine è vicina a Cromwell, a Washington, a Lafayette, e non a Crispi o ad Andreotti. Conosco il Sud, di là vengono i miei avi: non tutti, vantando anche una bisnonna lombarda e un nonno materno romagnolo, oltre a una ascendenza romana un po’ giudìa e un po’ papalina.

Sentivo fra le mie braccia le spalle ossute di Bossi e gli ho detto quel che pensavo: Umberto, sei un grande, ti voglio bene. Non la penso come te, ma questo Paese ti deve tantissimo. Lui mi ha abbracciato a sua volta e ha ripetuto “Grande Guzzanti…”. E’ stato un incontro scattato sull’affetto, sul riconoscimento reciproco. Mi ha anche detto: “Eh, io ogni tanto faccio dei grandi errori, lo so”: Credo che si riferisse alla polemica sulla Nazionale di calcio, che poche ore dopo finiva come è finita.

Vi racconto questa minuzia perché sono convinto che al di là del suo carattere fortuito ed episodico, significhi qualcosa. Credo che io e Bossi, fatte le debite proporzioni, ci riconosciamo reciprocamente come persone perbene, come galantuomini, come – è il caso di dirlo – patrioti. Io penso che Bossi sia un grande italiano e che il suo secessionismo sia il carburante di una rivoluzione positiva, ammirevole di cui l’Italia ha bisogno.

Io spero che il Sud la smetta di pensare in termini anti-leghisti, la smetta di credere e dire a se stessa che la Lega (e non la propria natura) è la sua nemica; e che capisca che se vuole un futuro deve saper esprimere dal suo seno una nuova probità alla maniera leghista, un calvinismo meridionale alla maniera leghista, un orgoglio di buona e saggia amministrazione locale alla maniera leghista.

Io auguro al Sud italiano di saper trarre dal suo interno le forze per copiare la Lega, per ammirare la Lega, per fare della Lega un modello di riscossa. L’Italia, piaccia o non piaccia, è fatta e da quella non si torna indietro. La fusione fra i due popoli del regno di Napoli e del Lombardo-Veneto è già avvenuta con Rocco e i suoi fratelli, con le case di ringhiera, con il Lingotto. Nessuno potrà più separare questi popoli. Ma fra i due popoli, è quello del Sud che deve trovare la forza per promuovere la propria riscossa non contro la Lega ma contro se stesso, i suoi vizi, il suo compiacimento per i ritardi con la storia e con gli appuntamenti. Quando il Sud smetterà di credersi irresistibile e magnifico per i suoi vizi, come certi sciancati che riscuotono l’elemosina ai semafori, e non crederà finalmente nelle proprie virtù (quelle che tira fuori quando lavora lontano dalla sua terra), allora sarà sconfitta la sua sua povertà anche intellettuale, il servilismo furbastro e congenito, la mafiosità popolare e diffusa, l’arrendevolezza, la complicità, la sua incestuosa relazione con la morte.

Bossi ed io ci siamo liberati del nostro breve abbraccio con una pacca sulle spalle e lui è tornato a sedersi. Io ho salutato le persone che sedevano con lui e me ne sono andato. Camminando con un amico siciliano cui voglio molto bene, in silenzio, riflettevo sulla mia natura ibrida e meticcia, sulla mia vorace impurità, sulla mia fortuna di aver incontrato tante occasioni nella vita che mi hanno permesso di capire molto, non tutto, ma moltissimo. E questa è del resto anche la mia dannazione, di cui sono grato alla sorte.

PAOLO GUZZANTI

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