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Pomigliano, ciò che non vi dicono In gioco c’è la nostra democrazia

giugno 25, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana non è certo un giornale “conservatore”, nella accezione tecnica e non politica del termine. Ma il cambiamento non può essere imposto dal mercato bensì dev’essere guidato dalla (nostra) politica. La strada, per il nostro Paese – lo abbiamo indicato più volte – è quella di un cambio di sistema, sì, ma nel senso di una conversione in una società (e in un’economia) della conoscenza. Del passo fatto proprio da esecutivo, Lingotto e sindacati si va verso una sempre maggiore riduzione dei diritti, nella chiave di una «rivoluzione copernicana» che ci porta da una democrazia fondata sull’uomo, quella scritta nella prima, sempre attuale perché “definitiva”, parte della Costituzione, ad una “democrazia” fondata sul profitto, a discapito dell’uomo (sempre lo stesso, peraltro; è proprio il caso di dirlo). Nell’anno degli effetti della crisi, in cui tutti avevamo sostenuto che c’era bisogno di un ritorno della Politica, un’alzata di bandiera bianca che costerà cara non solo alle persone più deboli, di oggi e di domani, lavoratori e non – ma all’intero Paese. E colpisce ancora una volta l’indulgenza del centrosinistra: invece di rilanciare, nel senso di una prospettiva nuova, si appiattisce sulle posizioni iperliberiste e anticostituzionali della maggioranza. Non c’è opposizione in questo Paese. E la (nostra) democrazia si allontana sempre di più. E non solo, questa volta, in termini qualitativi. Ginevra Baffigo ci spiega i veri termini della questione di Pomigliano.

Nella foto, il ministro Sacconi: uh

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di Ginevra BAFFIGO

Le sirene d’allarme suonano all’impazzata in una stanza senza aria. Se ne percepisce solo la luce rossa, intermittente. Quella delle catene di montaggio di Pomigliano d’Arco, su cui si sta verificando un cambiamento epocale.

L’accordo in deroga al contratto collettivo nazionale è un apripista, un pericoloso precedente nelle relazioni industriali del nostro Paese.

Un precedente che nelle speranze del governo farà scuola, in quanto, parole del ministro Sacconi, conferisce “alle organizzazioni locali dei lavoratori e degli imprenditori la duttile capacità di definire accordi che potrebbero presto avvalersi della derogabilità di una parte dello Statuto dei lavoratori”.

Propositi inquietanti che nuove simmetrie potrebbero anche realizzare. Come è noto un contratto in deroga a quello collettivo nazionale non fa altro garantire condizioni di lavoro inferiori rispetto a quelle che la legge considera minime ed indispensabili. Ma nella società dei consumi è l’imperativo economico a dettar legge, e quindi, a fronte di un forte investimento in una delle zone più povere d’Europa, anche i più forti sindacati sono pronti a chinar la testa.

700 mln di euro su uno stabilimento italiano. E’ questo il prezzo che si mette sul piatto in cambio di alcuni inderogabili diritti, delle tute blu oggi, ma di tutti i lavoratori italiani domani.

Cosa c’è di stra-ordinario nell’accordo Fiat-sindacati? Quali sono le richieste che avanza la Fiat e che il contratto collettivo nazionale non poteva soddisfare?

La risposta della giurisprudenza è quasi unanime. I nodi con rilevanza politica sono tre: incremento delle ore di straordinario dalle 40 previste dal CCNL a 120, in deroga quindi allo stesso CCNL; introduzione della franchigia dei tre giorni non pagati in caso di astensione dal lavoro per malattia con tasso di assenteismo anomalo, con verifica della condizione affidata a un comitato interno paritetico sindacati-azienda; la clausola di responsabilità, per la quale ogni attività sindacale – collettiva o individuale – volta a rendere ineseguibili le condizioni contrattuali stabilite con questo accordo determina l’immediata risoluzione dell’accordo medesimo.

Il fatto che questi punti abbiano una forte rilevanza politica sembra confermato dalla discesa in campo, a piè pari, della politica stessa. Piuttosto che garantire la terzietà e conciliare le parti, prosegue con il solito contrapporsi delle due ali: la maggioranza sostiene le scelte del Lingotto, mentre dalle opposizioni si tenta una debole difesa dello Statuto dei lavoratori. Poi, però, di fronte alla cruda realtà del mercato, sembra passare l’idea generale del passi “per Pomigliano, ma non si ripeta”.

Secondo Pietro Ichino l’accordo infatti non presenterebbe profili di llegittimità: «Nessuna norma legislativa impedisce una deroga al CCNL in tal senso». Mentre la «clausula di responsabilità è di fatto un patto di tregua sindacale, che è oggi considerato pacificamente valido e vincolante per il sindacato che lo stipula». «Se la proclamazione dello sciopero è illegittima – prosegue ancora il senatore Democratico – per violazione di un patto di tregua validamente sottoscritto dal sindacato proclamante, deve considerarsi illegittima anche l’adesione del lavoratore a quello sciopero: mi sembra pertanto che anche quest’ultima parte della disposizione proposta debba considerarsi pienamente valida». Ma una «tregua sindacale» può durare? Ed è possibile e giusto privare i lavoratori dell’arma dello sciopero in assenza di un’alternativa che non sia perdere il lavoro?

Il diritto di sciopero è quindi il nodo della questione. Una delle più grandi conquiste della modernità si trova di fronte un agguerrito nemico. La Fiat intende infatti sanzionarlo come inadempimento contrattuale, ma secondo la gran parte dei giurisperiti la clausola vincolerebbe soltanto il sindacato stipulante, non i singoli lavoratori. La clausola di tregua, quindi, dovrebbe appartenere alla cosiddetta parte obbligatoria del contratto collettivo, cioè a quella che disciplina i rapporti tra le parti collettive firmatarie del contratto stesso, e non alla cosiddetta parte normativa, che disciplina i rapporti individuali di lavoro, e quindi i singoli lavoratori, che, per quanto iscritti al sindacato che ha stipulato la clausola di tregua, sarebbero comunque liberi di aderire a qualsiasi sciopero.

L’articolo n. 40 della Carta, in tal senso, non può districare il nodo. Manca di ulteriori indicazioni. Ma la dottrina e le interpretazioni della Corte Costituzionale darebbero avallo a quest’ultima posizione.

Evitare scioperi, imporre ritmi di lavoro di difficile sopportazione: è questo il prezzo della flessibilità del lavoro in Italia? E si può scaricare interamente sulle spalle dei lavoratori? La politica può davvero permettere che a fronte di un opzione zero (ovvero la chiusura dello stabilimento di Pomigliano) si possano lasciare i lavoratori senza le adeguate tutele?

Le domande restano sospese, ma intanto registriamo una convergenza di interessi. Tutto questo sta lasciando un profondo solco nelle relazioni industriali. Non si tratta più di una mera trattattiva fra forza lavorativa e forza padronale, fra le tute blu del napoletano e la Fiat. Qui c’è la discesa in campo di un terzo soggetto: lo Stato. Che sceglie di stare al fianco dell’Industria, ma soprattutto di un nuovo concetto del Lavoro e delle norme lavoristiche, che qui vengano senza troppe remore accantonate in un angolo buio.

Agire senza regole, ma soprattutto sovvertirle. Scardinare quel principio ricorrente nel diritto del Lavoro italiano, del nostro Statuto dei lavoratori, che al centro pone l’uomo.

E’ una rivoluzione copernicana. Non più il lavoratore come perno, ma il profitto, la produttività, la capacità d’impresa, la tenuta sul mercato. In fondo l’eco si espande dal “libro bianco” di Sacconi: il progetto preannunciato dal ministro, non a caso, del Lavoro e del Welfare ha trovato una strada secondaria dove ingranare la quinta e sfrecciare a dispetto del controllo degli autovelox della Democrazia. La strada è secondaria, ma per i lavoratori di Pomigliano è l’unica che si possa percorrere. O per lo meno per la maggior parte di questi non c’è più la possibilità di invertire il senso di marcia.

Qualcuno ancora può farlo. A contrapporsi con forza alle volontà di una parte della politica, ed all’incapacità di reazione dell’altra, c’è ancora un sindacato: la Fiom, ultimo baluardo contro la politica dell’eccezione e della deroga. Se qualche principio del diritto sindacale italiano non è ancora stato smantellato è quello dell’”efficacia soggettiva del contratto collettivo”: il contratto si applica a chi lo stipula. Gli aderenti alla Fiom (unico sindacato a non sottoscrivere l’accordo, ndr), potranno così ricorrere al giudice per richiedere l’applicazione del CCNL.

E Marchione lo sa. Da qui la trepidazione degli ultimi giorni.

Ma al di là della cronaca, il punto è politico: l’aspetto rivoluzionario dell’accordo di Pomigliano non riguarda solo il deprezzamento del lavoro. In un contesto colpevolmente silente, si sferra un attacco al cuore del diritto, non alla n.300/70, ma alla Carta Costituzionale, nella sua prima parte e, quindi, a quella gerarchia di valori che essa sintetizza e che pone alla base della nostra vita collettiva.

Quei valori sono la base del patto, sostengono il rapporto di rappresentanza e lo giustificano, sono il fine verso cui i membri della società idealmente volgono la propria azione. Ed ora vengono messi in discussione, senza che però venga conseguentemente ripensato il rapporto politico a cui danno vita.

Di qui, i vari attacchi all’articolo 41 (l’iniziativa economica privata è libera, purché non in contrasto con l’utilità sociale, ndr) ed in generale ad una Carta che lo stesso presidente del Consiglio non teme definire vetusta.

I tempi sono di certo cambiati, le regole del mercato, ora globale, non possono più rispondere alle esigenze della nostra industria che compete sullo scacchiere internazionale. Ma non è comunque pensabile che con un accordo aziendale si deroghi la Costituzione, la nostra mappa di valori, i nostri inderogabili diritti, e doveri, individuali e collettivi. Per avere delle nuove, più efficaci, regole dobbiamo anzitutto iniziare con il rispetto di quelle che ci siamo dati in precedenza.

Ma intanto nella stanza sembra essere entrata una brezza, nuova e fredda. A “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro” si sovrappone una nuova gerarchia di valori, mentre la sirena d’allarme dal profondo Sud prova ancora ad emettere qualche inutile gemito.

Ginevra Baffigo

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