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Tremonti prepara la successione a Silvio E’ lui ‘il’ nome Pdl per il dopo-Berlusconi I retroscena della corsa nel centrodestra

giugno 23, 2010 di Redazione 

Il cambio della guardia potrebbe arrivare prima del previsto. Le fughe in avanti del presidente del Consiglio vanno di pari passo con la fatica sempre maggiore che Silvio è costretto a fare per guidare la maggioranza e raggiungere i propri obiettivi. Abbiamo detto nei giorni scorsi di una tentazione, già presente, per un eventuale abbandono. E che l’unica molla che tiene Berlusconi ancora in piedi è, forse, la rivalità con Fini e la volontà di non dargliela vinta. E’ allora fantapolitica fino ad un certo punto ragionare dei possibili scenari del dopo. In un quadro, peraltro, che nel tempo si è molto semplificato. Al punto che oggi è possibile scorgere un solo profilo che si stagli nettamente all’orizzonte del Popolo della Libertà: quello del ministro dell’Eco- nomia. Che ha dalla sua il patto di ferro con la Lega. E ha già cominciato ad allargare la propria rete di consensi interna… Ci racconta tutto Pietro Salvatori.

Nella foto, Giulio Tremonti

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di Pietro SALVATORI

E’ di pochi giorni fa la notizia, rilanciata da Libero, della stanchezza del presidente del Consiglio.

Mollo tutto, avrebbe detto Berlusconi, che non tollera più che su ogni proposta di legge osteggiata dal centrosinistra si aprano discussioni infinite, che sembrano trovare di questi tempi sponde anche nel partito di maggioranza.

Un refrain forse già troppo sentito. E’ dal 2001 che il premier, a fasi alterne, esterna la propria insoddisfazione nell’essere invischiato nei meandri di una politica italiana troppo laboriosa per i suoi gusti, che lascia poco spazio alla libertà di approvare rapidamente provvedimenti che ritiene di utilità per il Paese. Ma si sa, la storia dell’”al lupo al lupo” è antica, e quando tutti ormai sembrano non crederci più, è la volta buona che la bestia arriva e si sbrana l’agnello di turno.

Per non farci trovare impreparati, proviamo a fare un pò di fantapolitica, e cerchiamo di immaginarci un possibile quadro del post-berlusconismo.

Sono due gli scenari. Il primo vede un partito, il Pdl, che, incapace di trovare una sintesi, arriva diviso in sede di Assemblea Nazionale: diverse le mozioni, diverse le candidature, si apre una conta all’ultimo voto tra le diverse anime del partito. Tale ipotesi non sembra, ad oggi, nelle corde e nella sensibilità politica del partito di maggioranza relativa.

Occorrerebbe – secondo scenario – trovare una sintesi pre-congressuale che garantisca una nomina per elezione alla guida del partito. Si fa fatica, oggi come oggi, ad individuare una personalità che possa essere identificata come trait d’union di un partito che non vuole avere correnti ma che è espressione di sensibilità spesso diametralmente opposte.

Da escludere senz’altro Gianfranco Fini. Il presidente della Camera si sta sempre più affermando come quella personalità del centrodestra che potrebbe incontrare il gradimento di settori dell’opposizione nella prossima corsa al Quirinale. Sempre che Berlusconi non ponga il proprio veto. Parlando della presidenza della Repubblica, si potrebbe togliere dai giochi anche Gianni Letta, il candidato dei pidiellini nella corsa, persa in partenza, contro Napolitano. Il braccio destro del premier gioca da sempre dietro le quinte e si è sempre dimostrato indisponibile ad assumere un ruolo di primo piano. Lievemente indigesto ai “falchi” del partito, sarebbe tuttavia, qualora sorprendentemente desse il proprio assenso, un buon compromesso.

Sicuramente con qualche ambizione, ma partono azzoppati, i capigruppo Gasparri e Cicchitto: solidi e validi colonnelli, non godono del carisma e del necessario consenso per guidare il Pdl. Stesso discorso per Sandro Bondi, troppo identificato con il presidente del Consiglio per poter incarnare quel minimo tasso di rottura con il passato necessario ad un nuovo leader, e per Gaetano Quagliariello, che si è in questi ultimi mesi costruito un’ottima fama da pontiere, ma che sembra destinato a ripercorrere le orme di Letta più che quelle di Berlusconi.

Qualche chance per Raffaele Fitto: dalla sua la giovane età e una buona dose di personalità. Di contro, la spiccata caratterizzazione meridionalista, che in una coalizione che guarda molto al nord potrebbe essere una zavorra non da poco. Qualche possibilità anche per Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, espressione dell’ala cattolica del partito. Piace molto al premier, che lo ha incaricato di accreditarsi come volto della maggioranza nelle varie trasmissioni di approfondimento politico che passano in televisione. Ormai fuori gioco i vari Pera, Pisanu, Martino, Urbani: esponenti di una guardia che cinque anni fa era in prima fila nella corsa alla successione, ma che è stata lentamente emarginata e messa in soffitta. Troppo stravagante Ignazio La Russa, che per i suoi modi concilianti e le sue idee precise sarebbe potuto essere una buona soluzione, da escludersi per limiti d’età (e molte antipatie in area forzista) il dominus della politica lombarda, Roberto Formigoni.

Rimane Giulio Tremonti, vero plenipotenziario della linea complessiva del Pdl. Il potentissimo ministro dell’Economia ha il giusto carisma e la giusta malizia per potersi candidare ad un ruolo che, nella natura delle cose, non sarebbe nelle sue corde. L’alleanza che sta stringendo con Alemanno e Sacconi, il tentativo di coinvolgere nella propria area Formigoni e alcuni deputati di origine cattolica, potrebbero essere letti come tentativi di costruirsi una piattaforma da cui partire alla conquista della leadership.

Anche per il divo Giulio, per il suo carattere spigoloso e per i tanti nemici che si è procurato da via XX Settembre, la strada non sarà semplice.

Ma se dovessimo scommettere un soldo…

Pietro Salvatori

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