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Bersani: “Siam partito di governo” Ma serve un cambio di prospettiva

giugno 20, 2010 di Redazione 

Il discorso del giornale della politica italiana è chiaro e coerente: un cambio di sistema in cui la precarietà sia sostituita dall’alternanza tra lavoro e formazione, in funzione dell’innovazione, nell’ambito di un ripensamento del Paese che torni ad essere culla della civiltà e perciò abbia la cultura non più come voce di bilancio, ma come proprio bilancio tout court, ovvero che, anche per raccogliere la lezione di Saramago, torni a «pensare» e, così, ad «avere delle idee». Abbiamo un grande patrimonio, che non è il dito ma la luna, che non sono (tanto) i nostri beni culturali quanto ciò che li ha prodotti, ovvero il nostro genio, che non si è perso nel tempo, ma solo è lì in attesa di tornare a farla da padrone. E’ questa la vera «alternativa» al berlusconismo, che non è un regalo alla sinistra perché può benissimo essere fatta propria dalla destra moderna (finiana o meno), perché fa il bene dell’Italia, tutta, rilanciando la nazione. Ma è certo l’unica speranza per i Democratici di avere un senso, e anche di riuscire ad aiutare coloro che vogliono aiutare: non è assistendo una tantum le persone deboli, che rimangano tali, che si toglie a quelle persone quell’etichetta; è coinvolgendole nel rilancio del nostro Paese, naturalmente a partire dai giovani, perché i miracoli forse non sono possibili e una scelta bisognerà pur farla. E siamo certi che padri e madri dei ragazzi di oggi saranno felici, eventualmente, di rinunciare a qualche possibile miglioramento se la prospettiva sarà di vedere per i loro figli non, un miglioramento, ma un radicale cambio di vita, in ragione di un Paese che abbia cambiato completamente pelle e faccia di ogni suo cittadino il protagonista di una grande ripartenza. Verso quell’obiettivo: rifare dell’Italia il centro (culturale, ed economico) del mondo. Quale siamo stati per secoli. E la cui possibilità è, appunto, il nostro vero patrimonio. All’interno Andrea Sarubbi ci racconta la vocazione sociale del Pd e l’idea di alter- nativa, purtroppo piuttosto “gestionale”, con la quale non cambierebbe nulla, o molto poco, del segretario.

Nella foto, Pierluigi Bersani

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di ANDREA SARUBBI*

Sarà che sulla manovra ci stiamo ormai confrontando da tempo, ma quello che mi ha colpito davvero del discorso di Bersani nella manifestazione di ieri c’entra più con la politica che con l’economia. È il modo di intendere il Pd, che ho trovato molto simile al mio, e che si riassume tutto in un’espressione di poche parole che il segretario ha utilizzato poco fa: “Un partito di governo, provvisoriamente all’opposizione”.

L’avverbio “provvisoriamente”, comincio da lì, mi fa impazzire. Perché ricorda a tutti noi – a volte anche troppo sfiduciati, perché combattere contro i mulini a vento non è mai gratificante – che il berlusconismo non è ineluttabile, non è una pandemia contagiosa di cui non si conosca la cura. E che il Pd non può accontentarsi di urlare dei no, e di urlarli più forte perché così non ci si sente abbastanza, ma è costretto a ragionare come se governasse già. Come un calciatore che, pur sapendo di non essere fra i titolari perché il mister gli preferisce un altro, non va in chiesa a pregare perché quello che gli toglie il posto si spezzi la gamba, ma si allena con più determinazione di prima e si fa trovare pronto.

Cosa che il Centrosinistra, apro parentesi, non fece nel quinquennio 2001-2006: lì l’opposizione restò vittima della sindrome di Alessandrelli, la riserva di Zoff alla Juve che ormai si era abituata a seguire le partite dalla panchina. Dino Zoff non si ammalava mai, non prendeva mai un raffreddore, e quel poveraccio di Alessandrelli non vedeva il pallone nemmeno alla moviola; così, all’ultima di campionato, Trapattoni lo fece scendere in campo a 26 minuti dalla fine, sul 2-0 per noi. Il tempo di mettersi i guanti, e facemmo il terzo goal. Cinque minuti dopo, al primo tiro in porta, l’Avellino segnò; poi ne fece un altro, poi un altro ancora, e la partita finì 3-3: in quattro anni di panchina, e chiudo qui la parentesi, Giancarlo Alessandrelli non aveva mai creduto che un giorno potesse toccare davvero a lui.

Essere un partito di governo significa fare ragionamenti di governo; significa, sulla vicenda di Pomigliano, dire quello che Veltroni ha detto giovedì al Corriere della Sera, e che lo stesso Epifani non ha potuto contestargli il giorno dopo. Significa, a volte, sposare la posizione più responsabile anziché quella più populista, indipendentemente dal fatto che il tuo elettorato ti venga dietro o meno, perché un domani – quando sarai al governo, appunto – con il populismo ci farai i coriandoli.

E tutto questo si può fare – si deve fare – senza togliere il cuore dai più deboli, da quelli che la politica normalmente lascia per strada: non è un caso che oggi Bersani si sia soffermato a lungo sulla solidarietà, proponendola come principio-guida del Pd e come ingrediente principale delle nostre ricette, fino a dire che – lo avrete sentito – “ci rimanesse un solo euro, una sola iniziativa, noi dobbiamo andare dai più deboli e dai più esposti”.

Vi riporto il commento dell’Ansa:

“Il lungo e articolato intervento di Bersani alla manifestazione democratica al Palalottomatica di Roma, dopo una rassegna particolareggiata e appassionata di tutti gli aspetti della crisi e dei provvedimenti del governo, è approdato ad una dimensione etica (laica) che partendo dai valori della Costituzione è giunta ad un messaggio che è sembrato davvero molto vicino, se non coincidente, con il più caratteristico spirito solidaristico cristiano”.

Ecco, questo è il Pd che avevo in mente quando ho accettato di candidarmi. E che ho in mente ancora.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

Commenti

One Response to “Bersani: “Siam partito di governo” Ma serve un cambio di prospettiva”

  1. Mario on giugno 20th, 2010 13.01

    E qui l’on. Sarubbi fece l’errore.
    Mi dispiace sa che ho sempre lodato la sua lucidità. Ma qui non ci siamo.
    Dire che se si ha un soldo si va dai più deboli è elemosina, prevde uno stato assistenzialista (non ci sono alternative). Tutto quello che chi vota a destra vede come un grande imbroglio e non certo per mancanza di solidarietà. La solidarietà economica e assistenziale anzi viene fatta molto da chi vota a destra ma essa deve essere individuale e volontaria non imposta. Lo stato deve invece cerare i presupposti perchè chi (e qui sta il punto chiave) chi merita, chi si mette in gioco, chi sfida se stesso e vuole migliorare con studio, lavoro, capacità, apertura mentale, voglia di cambiare lavoro, città, sia messo in condizione di farlo. Lo stato deve far suo il motto “se ti serve una mano guarda in fondo al tuo braccio”, eliminando tutte quelle difficoltà che non permettono alle persone di vedere la propria mano. Questa è vera solidarietà, il resto è elemosina. e l’elemosina di stato crea uno stato ingiusto ancora prima di uno stato non funzionante.

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