Top

Adesso Berlusconi tentato di lasciare (?) Ora non molla per non “fare vincere” Fini Che sulla bavaglio alza ancora l’asticella Ma destra non dimentichi suo garantismo

giugno 19, 2010 di Redazione 

Il ddl intercet- tazioni, lo abbiamo scritto qualche mese fa, è una delle prove che possono decidere il futuro della maggioranza. Ci torneremo nelle prossime ore, ma la nomina di Brancher a ministro – oltre a risolvere poco onestamente i suoi problemi giudiziari – appare anche come una nomina ad mediationem, ovvero Brancher svolgerà anche una funzione di - definizione del nostro Pietro Salvatori – ministro alla mediazione nel governo. E proprio la nostra prima firma per il centrodestra ci racconta cosa sta succedendo, a questo proposito, intorno alla cosiddetta legge bavaglio. Sulla quale appunto si sta spalancando quella divisione aperta ufficialmente dallo scontro in direzione nazionale. Ma è, prima di tutto, una questione di fondo. In gioco c’è, a questo punto, uno dei (pochi) fondamenti culturali del centrodestra italiano: il principio liberale per cui lo Stato non deve intromettersi (troppo) nella vita dei suoi cittadini. La ricostruzione di Salvatori.          

Nella foto, il presidente del Consiglio: contrito?

-

di Pietro SALVATORI

I timori che sollevavamo qualche giorno fa stanno dimostrando la loro fondatezza.

Il provvedimento sulle intercettazioni è sì passato a Palazzo Madama, osservavano i senatori più vicini a Berlusconi, ma è atteso al vaglio di Montecitorio.

Dove, si sa, Fini osserva dall’alto l’andamento dei lavori.

L’ostruzionismo del centrosinistra ed il timore della fronda finiana, che gode di ottima stampa, hanno reso Berlusconi più malleabile del solito. Giovedì si diceva disincentivato dal procedere con un braccio di ferro sulle intercettazioni. Ma lo sfogo, più in generale, avrebbe riguardato l’intera azione di governo, sottoposta a pressioni e a zavorre ai limiti dell’insostenibile.

Libero osservava, un po’ stolidamente, che l’unico motivo per il quale il presidente del Consiglio non ha ancora gettato la spugna sarebbe non voler dare l’impressione che Fini abbia vinto il braccio di ferro all’interno del Pdl.

In gioco c’è la difesa del principio che le conversazioni che intercorrono tra i cittadini di uno Stato devono rimanere affare privato. Se è giusto che siano ascoltate, perché si sospettano ipotesi di reato, devono rimanere materia per giudici e tribunali.

La sottotraccia è quella che spesso, per l’indolenza investigativa di alcune procure o di alcuni singoli inquirenti, si procede “a strascico”. Intercettiamo il più possibile più gente possibile, e vediamo cosa ne esce fuori. Una metodologia che non può non lasciare qualche dubbio in chi crede che lo Stato debba rimanere il più possibile al di fuori dalla vita personale dei singoli individui.

Questo il centrodestra, all’inizio della discussione, non sembrava averlo compreso, presentando un testo che andava ad intromettersi più del dovuto nelle competenze della magistratura. L’azione dei finiani è stata preziosa per riorientare il ddl nella direzione, più semplice e maggiormente condivisa, del “niente intercettazioni sulla stampa”.

Ma il presidente della Camera in queste ore sembra aver alzato l’asticella. A partire dalla calendarizzazione del provvedimento alla Camera, che dovrebbe rendere impossibile l’approvazione definitiva della legge prima dell’estate, come avrebbe voluto Berlusconi. Nel firmamento forzista hanno fatto buon viso a cattivo gioco.

Hanno mandato avanti le colombe, che hanno annunciato che il governo non procederà a forzature, e non porrà nuovamente la fiducia sul ddl. Si lascia così, di fatto, spazio a possibili ulteriori modifiche come richiesto dai sodali di Fini.

Sperando che il tema del garantismo, tra i pochi ben definiti nel bagaglio culturale del centrodestra italiano, non diventi per il presidente della Camera un boccone da contrattare sul piatto della tattica politica.

Pietro Salvatori

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom