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Turchia in Europa? Siamo ancora lontani A metà guado tra modernità e ‘tradizione’ Ma c’è sì di Berlusconi all’amico Erdogan

giugno 18, 2010 di Redazione 

Il Paese ha adottato da tempo il modello dello Stato democratico caro a noi occidentali, ma le influenze della religione nella vita pubblica restano ancora rilevantissime. E poi c’è il tema dei diritti umani: Kurdistan in testa. Fedele alla sua linea ambivalente e amicale nella risoluzione dei conflitti diplomatici, il presidente del Consiglio è a favore dell’ingresso di Ankara nella Ue. Ma anche a tutto ciò che i turchi si ostinano a negare: come il pieno riconoscimento di Israele (recentemente il governo turco ha stiputato un accordo per lo scambio di uranio arricchito con l’Iran). Ci racconta a che punto siamo Andrea Ambrosino.

Nella foto, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan

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di Andrea AMBROSINO

La Turchia, nell’immaginario collettivo e non solo, rappresenta uno snodo cruciale tra oriente ed occidente, la linea di confine tra modernizzazione e tradizione, tra laicità ed integralismo religioso.

Una nazione tuttavia rinchiusa fino al secondo decennio del XX secolo in quella che Max Weber definì una gabbia d’acciaio, ovvero una struttura statale soffocante capace di spegnere ogni barlume di capitalismo e di libera iniziativa economica.

Uno Stato impregnato di caratteri religiosi in cui il sultanato ed il califfato dettavano i tempi ed i modi dell’agire politico.

Mustafa Kemal riuscì ad avviare dal 1923 quel processo di secolarizzazione e modernizzazione che portarono gradualmente la Turchia a condividere quell’idea di Stato democratico tanto cara a noi occidentali.

Ma le tradizioni culturali ed il senso di storica appartenenza all’Islam sono evidentemente sopravvissuti nella memoria collettiva di buona parte del popolo turco.

Negli ultimi anni, la possibilità di ammettere la Turchia nell’Ue ha rappresentato uno dei temi che più di ogni altro hanno suscitato differenti prese di posizione all’interno dell’opinione pubblica europea.

Tra i favorevoli all’ingresso del governo di Ankara nell’Unione, vale la pena ricordare il nostro presidente del Consiglio, da sempre propenso all’annessione turca e Obama.

Più prudenti, invece, le posizioni di Germania e Francia, timorose di un potenziale grande afflusso di cittadini turchi nei rispettivi paesi.

Tra le varie perplessità nel dare il via libera all’ingresso turco spicca senza ombra di dubbio la capillare questione del rispetto dei diritti umani.

Troppo spesso, infatti, si sono verificati episodi di palese politica discriminatoria nei confronti del popolo curdo, la più grande minoranza etnica presente in Turchia.

Nonostante Ankara abbia approvato le convenzioni Onu contro la tortura, Amnesty International sostiene che questa aberrante pratica sia tuttora diffusa, seppur moderatamente, nei confronti dei dissidenti politici e dell’etnia curda.

Altresì di grande importanza è la libertà di espressione che, spesso, è lungi dall’essere garantita a causa di leggi, eufemisticamente definibili dubbie, promulgate negli anni passati.

Ultimamente il processo di avvicinamento sembra aver subito alcune battute d’arresto, forse a causa di certe prese di posizione del governo Erdogan in merito alla politica estera.

Alcuni esempi a riguardo sono l’intesa stipulata recentemente tra Turchia, Iran e Brasile per lo scambio di uranio scarsamente arricchito con combustibile nucleare.

Un’apertura commerciale all’Iran di Ahmadinejad salutata senza troppi entusiasmi dai vertici dell’Ue.

Non meno rilevanti sono state le dichiarazioni fortemente anti israeliane rilasciate ultimamente da Erdogan, che definisce Israele come “la principale minaccia per la pace regionale”.

In sostanza, oggi, la Turchia sembra essere un paese cristallizzato in una dimensione politica difficilmente descrivibile, nella quale emerge una forte necessità di modernizzazione vincolata, però, ad un passato di evidenti contrapposizioni con il sistema occidentale.

Andrea Ambrosino

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La vignetta è tratta dal Financial Times

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