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Quando sinistra era a favore del bavaglio 08, Veltroni: ‘Divieto assoluto pubblicare’ Oggi invece tutti all’attacco del governo Liberali, sì. Ma solo a corrente alternata?

giugno 18, 2010 di Redazione 

Campagna elettorale per le politiche che sarebbero poi state vinte dal centrodestra, l’allora leader del Pd e candidato premier del centrosinistra lo ha ripetuto per tutte e 110 le province (va detto, a onor del vero, che l’ex sindaco di Roma non è intervenuto nel dibattito di queste settimane). Ma non è il solo. Anche Prodi era contrario alla diffusione dei testi: «Non dimostrano nulla». Ma il caso più eclatante è quello di Franceschini, che oggi parla di «battaglia durissima» contro il ddl intercettazioni, ma nel 2007 considerava la pubblicazione «contraria ai diritti civili delle persone». Erano i mesi della telefonata di Fassino a Consorte, di cui poi si sarebbe saputo il presidente del Consiglio sarebbe venuto in possesso per primo della registrazione. Che poi fu pubblicata dal Giornale. Cosa per la quale oggi il premier viene accusato di tenere alla libertà dei cittadini solo quando suoi sodali. Ma a quanto pare anche i Democratici hanno lo stesso atteggiamento. E’ questa l’onestà e la responsabilità della nostra politica? Ce ne parla Pietro Salvatori.

Nella foto, Walter Veltroni

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di Pietro SALVATORI

C’è un punto sul quale la politica italiana sembra convergere, sin da quando si è aperta la querelle relativa ai provvedimenti contro l’abuso delle intercettazioni.

Vale a dire che la pubblicazione indiscriminata dei testi che emergono dalle inchieste sia inopportuna, se non proprio sbagliata.

In particolar modo se gli interessati sono estranei alle vicende giudiziarie di cui tratterebbero gli eventuali articoli. Insomma, il principio squisitamente liberale della riservatezza delle comunicazioni private rilanciato dal Foglio con un appello in questi giorni sembra un principio, in linea teorica, unanimemente condiviso. Lo testimonia anche l’analogo provvedimento messo in cantiere dal governo Prodi durante il suo breve mandato.

Poi però è subentrata la contingenza della politica day by day, la necessità mediatica di contrapporsi ad un provvedimento che era nato male ed è finito, nella sua prima approvazione al Senato, meglio, l’eterno sospetto che nell’impianto della legge potessero essere stati determinanti le implicazioni giudiziarie del premier.

E lo scontro si è infiammato.

Ma tanti tra i dirigenti dell’opposizione, si sono mostrati negli anni tutt’altro che contrari ad una regolamentazione del comparto.

Veltroni.
Nel 2008 così si esprimeva Walter Veltroni:

“Il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali. E’ necessario individuare nel Pubblico Ministero il responsabile della custodia degli atti, ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali, per renderle tali da essere un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati”.

Prodi.
Anche Romano Prodi si diceva preoccupato che la mancanza di vincoli sulla diffusione delle intercettazioni avrebbe potuto contribuire ad invelenire il clima della discussione politica:

“Pagine intere di giornali e ore di trasmissioni televisive dedicate alla trascrizione e alla diffusione di intercettazioni telefoniche, che nulla mostrano e dimostrano, rischiano di alimentare un clima di scontro e di disagio verso le istituzioni e la politica che è inopportuno e pericoloso”.

Franceschini.
Dario Franceschini, tra i più accesi sostenitori della necessità di stoppare il provvedimento del governo, nel 2007 era contrario tout court alla possibilità di pubblicare testi di conversazioni private:

“Le intercettazioni rese pubbliche sono una violazione dei diritti dei cittadini e delle persone, di chiunque esse siano. La loro pubblicazione è inammissibile”.

Erano i giorni dello scandalo Unipol, del “abbiamo una banca”, infaustamente pronunciato da Fassino.

Il sospetto che la differenza tra le due posizioni, di ieri e di oggi, sia determinata esclusivamente dall’identità dei soggetti che rischiano di vedersi la camicia schizzata di fango, e non da una coerente linea politica, è forte.

Tanto più che lo stesso Franceschini attacca ora duramente il centrodestra sul tema:

“La battaglia che faremo sulle intercettazioni sarà durissima. Vediamo se c’è davvero in Italia una destra che ritiene che la libertà dei cittadini ad essere informati sia superiore a qualsiasi altro interesse”.

Di Pietro. L’Italia dei Valori oggi occupa i banchi del governo come estrema drammatizzazione di una battaglia politica volta a bloccare la “legge bavaglio”. Cosa direbbero oggi i parlamentari dipietristi, rileggendo quel che scriveva il loro leader nel 1996 nel suo manuale di educazione civica, edito da Larus?

“In questo clima di asfissiante ricerca dello scoop, della notizia clamorosa da sbattere in prima pagina, ogni indiscrezione, vera o presunta, circa le attività dei magistrati è da anni strumento di lotta politica, di esaltazione o di affossamento di singoli o partiti. Per questa ragione le intercettazioni telefoniche riguardanti numerosi cittadini italiani che, per una ragione o per l’altra erano considerati personaggi di attualità, sono state a più riprese utilizzate dalla stampa e consegnate agli occhi di tutti con lo scopo immediato di ‘informare’ ma anche con un intento, spesso non celato, di delegittimare i propri avversari. In questo modo milioni di persone hanno potuto conoscere le conversazioni private di privati cittadini che nulla avevano a che vedere con le indagini in corso e che comunque si prestano ad equivoci o interpretazioni dettate dalla evidente differenza che esiste tra lo scritto e il parlato, specie telefonico. Ma il problema di cui ci occupiamo ci pare sia solo una conseguenza di un’altra questione ben più grave. A quale scopo le conversazioni intercettate devono diventare di pubblico dominio, tutte indistintamente? E’ giusta una legislazione che consente a chiunque di accedere a notizie circa la vita privata del cittadino? Infatti, se la Costituzione prevede, in determinati casi, che sia violata la libertà e la segretezza delle comunicazioni, è anche vero che concede questa facoltà solo a pubblici funzionari per fini di indagine, non certo per mettere in piazza i discorsi privati dei cittadini. Le recenti notizie sui telefonini clonati, sulle valanghe di intercettazioni e sull’uso di microspie rendono sempre più necessario un intervento legislativo che riveda con serietà tutta questa delicata materia”.

Pietro Salvatori

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