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Che fine ha fatto il testamento biologico? Messo in soffitta per non dividere Pdl (!) Ma ora l’Italia aspetta una legge dal 1984

giugno 17, 2010 di Redazione 

Tirato fuori dal cassetto due volte, in entrambi i casi purtroppo strumentalmente – “per” Eluana e dopo l’esplosione dell’affaire sessuale che ha visto coinvolto il presidente del Consiglio – giace ora abbandonato in commissione Affari Sociali della Camera. Il centrodestra ha già abbastanza gatte da pelare: su questo la linea di frattura con i finiani è ancora più marcata. E si rischia di implodere. Ma onestà e responsabilità vorrebbero che finalmente il nostro Paese, e quindi la nostra politica, si dessero una normativa. Il giornale della politica italiana vi racconta a che punto siamo arrivati (è proprio il caso di dirlo?) con la sua nuova firma per i temi etici, Simone Luciani.

Nella foto, Eluana Englaro: rispetto vorrebbe che non si tirasse più in ballo. Ma anche che si prendesse una decisione sulla questione che la sua vicenda ha contribuito a porre al centro dell’attenzione del dibattito pubblico. Ma fino a quando (lo è stata)?

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di Simone LUCIANI

A passo di bradipo. E’ questa la velocità con cui procede la discussione della proposta di legge sul testamento biologico. Ovvero, di un provvedimento che solo un anno e mezzo fa occupava righe e colonne dei giornali, scatenava risse in tv e spingeva i nostri uomini politici e illustri intellettuali ben oltre i confini del buon senso. Oggi l’incartamento, dimenticato dai più, giace in commissione Affari Sociali della Camera. Dopo quasi un anno di discussione, il lavoro sarebbe quasi terminato, ma i componenti sono in attesa dei pareri delle altre commissioni, che affluiscono a ritmi non certo arrembanti.

Per Eluana. Fu per evitare che alla donna di Lecco fossero sospese la nutrizione e l’idratazione artificiali, dopo 17 anni di stato vegetativo, che la maggioranza si avventurò su un terreno tutt’altro che amato dal presidente del Consiglio. Il testo che ne uscì dal Senato (il celebre ddl Calabrò) risentì, e molto, dell’obiettivo per cui era nato. Ma lo fallì. Anzi. Nei giorni più drammatici della storia di Eluana, l’intervento per decreto da parte del governo fece sfiorare lo scontro istituzionale con il Quirinale. Quando, il 26 marzo 2009, Palazzo Madama diede l’ok, la proposta, ritagliata su misura per vincere una partita già finita, parve essere nata morta. E sul testamento biologico si spensero i riflettori.

Silvio, Noemi e Patrizia. Furono le vicende private del premier a “rianimare” un iter che sembrava sepolto dalla polvere dei cassetti della Camera. Lo furono quando don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, ruppe il silenzio dei media cattolici sulle boccaccesche avventure del premier parlando di limite della decenza “superato”. Uno dei primi a rispondere fu il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, protagonista del dibattito sul biotestamento, ricordando l’impegno del governo nel difendere i “valori della vita”. Così, nel giro di qualche giorno venne assegnata la relazione al cattolicissimo Domenico Di Virgilio e partì la discussione. Un tema, quello del fine vita, con il quale lo stesso Berlusconi disse di voler ritrovare la sintonia con le gerarchie ecclesiastiche.

Di quale morte morire. Il dibattito in commissione Affari Sociali ha rovesciato gli schieramenti rispetto al Senato, dove la maggioranza aveva marciato a ranghi serrati e l’opposizione in ordine sparso. Tra i Democratici, infatti, l’addio di alcuni esponenti cattolici ha portato a una posizione se non unitaria quantomeno più definita. Nel Pdl, invece, la fronda finiana ha iniziato a pesare. Tanto che il capogruppo in commissione Lucio Barani (socialista craxiano, fervente anticomunista e antidipietrista) ha chiuso la porta all’ex radicale Benedetto Della Vedova, cui è stata negata la possibilità di votare dopo aver partecipato a gran parte dei lavori. Intanto, Di Virgilio fa approvare alcune modifiche, che Pd e Idv considerano poco più che una presa in giro. In particolare, viene concessa la possibilità di sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiali quando divengano futili, ma viene lasciata intatta l’impossibilità di scelta per il paziente. Quanto alla vincolatività delle volontà del paziente, in caso di contrasti fra medico curante e fiduciario l’ultima parola spetterà a una commissione medica. Non, dunque, al malato. In più, alcune piccole modifiche, in un tema dove ogni parola ha il peso specifico del piombo, potrebbero rendere la proposta di legge ancora più dura. Ad esempio, si ammette la validità del biotestamento solo in forma scritta e autografa, e ciò apre un punto interrogativo sui disabili e malati gravi. O si restringono i margini di scelta per minorenni, interdetti e inabilitati. E se il testo del Senato prevedeva che il testamento biologico entrasse in funzione solo in caso di stato vegetativo (condizione che riguarda, in Italia, un migliaio di persone l’anno), ora si fa riferimento a un’incapacità “permanente” di intendere e volere. Definizione che, se interpretata in maniera zelante, potrebbe rendere questa legge inutile.

La strada è ancora lunga. Sui tempi definitivi di approvazione nessuno si sbilancia. Di certo l’aula è ingolfata fin dopo l’estate dalla manovra e dal ddl intercettazioni. E in alcuni ambienti Democratici c’è chi si dice convinto che l’occasione sarà sfruttata per insabbiare il provvedimento ed evitare ulteriori contrasti con la minoranza interna. “Si sa che vi sono pareri diversificati nella maggioranza”, risponde il presidente della commissione Affari Sociali Giuseppe Palumbo, “colomba” Pdl, “ma ciò non toglie che il provvedimento possa essere portato in aula e votato in piena libertà di coscienza: il voto prima o poi si dovrà fare”. Già: prima o poi. Ed è scontato che, semmai la Camera darà l’ok, sarà necessaria la seconda lettura al Senato. Dunque, aumentano le possibilità che il ddl Calabrò vada a rimpinguare la collezione dei tentativi falliti di arrivare a una legge sul fine vita. Il primo è datato 1984. Un’era fa.

Simone Luciani

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