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Ddl intercettazioni, vince la Resistenza(? Il premier: ‘Si può discutere a settembre’ Ora Fini fa valere la propria golden share E poi assicurerà le modifiche (con Bossi)

giugno 17, 2010 di Redazione 

Il leader della Lega apre alla discussione sugli emendamenti. Cavaliere isolato. E, alla fine, cede. Ieri la tentazione di una forzatura fino al punto di uno scontro istituzionale con il presidente della Repubbli- ca in caso di respingimento del ddl. Con, sullo sfon- do, l’ipotesi-showdown. Il racconto, in questo Diario speciale, è di Ginevra Baffigo e Carmine Finelli.

Nella foto, il presidente del Consiglio

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di Ginevra BAFFIGO e Carmine FINELLI

Mercoledì, in serata, il presidente del Consiglio apre all’ipotesi di discutere il ddl intercettazioni dopo agosto, com’è nella tempistica originale dell’iter parlamentare, nonché ad eventuali modifiche su alcuni punti controversi. Il ddl intercettazioni, dunque, non è più blindato.
All’assemblea di Confcommercio Berlusconi non era sembrato disposto a concedere nessuna apertura: «In Italia siamo tutti spiati. Ci sono in Italia circa 150 mila telefoni sotto controllo: considerando 50 persone per ogni telefono, vengono fuori così 7 milioni e mezzo di persone che possono essere ascoltate. Questa non è vera democrazia, è una cosa che non tolleriamo più». «Non c’è la tutela della libertà di parola», sostiene il capo del governo. «Così non può essere in un Paese civile. Ditemi se è possibile essere spiati in questo modo. C’è una piccola lobby di magistrati e giornalisti che è contro» il disegno di legge del governo. «Noi abbiamo preparato il provvedimento in quattro mesi. È stato undici mesi alla Camera, dodici mesi e mezzo al Senato, e ora alla Camera si parla di metterlo in calendario a settembre. Poi bisognerà vedere se il capo dello Stato lo firmerà e poi, quando uscirà, ai pm della sinistra non piacerà e si appelleranno alla Corte costituzionale che, secondo quanto mi dicono, la boccerà» prevede lo stesso.

Martedì intanto anche l’Osce aveva invitato l’Italia a rinunciare al disegno di legge o a modificarlo in sintonia con gli standard internazionali sulla libertà di espressione. “Sono preoccupata che il Senato abbia approvato una legge che potrebbe seriamente ostacolare il giornalismo investigativo in Italia – sostiene Dunja Mijatovic, responsabile Osce per la libertà dei media – I giornalisti devono essere liberi di riferire su tutti i casi di pubblico interesse e devono poter scegliere come condurre una indagine responsabile”. La Farnesina aveva giudicato “inopportuna” la presa di posizione. “Da parte italiana, attraverso i canali diplomatici, è stata fatta notare con fermezza l’inopportunità di tale intervento – fa notare il portavoce Maurizio Massari – Un intervento su una misura legislativa, il cui iter non è completato, che rischia di interferire e turbare il dibattito democratico in Parlamento”.

Prima della frenata di Berlusconi, il ddl continuava ad agitare il Popolo della Libertà. Le parole di Gianfranco Fini secondo cui “non c’è fretta, meglio cercare un testo condiviso”, e le indiscrezioni sulla prima reazione del premier: “Adesso basta ricatti”, avevano rianimato il dibattito nella maggioranza. Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma aveva avvertito: “Se non rispettiamo un punto saliente del programma come la legge sulle intercettazioni, facciamo prima ad andare a casa che a proseguire la legislatura”. Posizione sostenuta anche da Gaetano Quagliariello per il quale “saremmo di fronte all’atto di nascita di un partito all’interno di un altro partito, se si volesse cambiare la decisione assunta all’unanimità dall’ufficio di presidenza del Pdl”. Il vicepresidente dei senatori Pdl temeva che “si voglia scaricare su altri la necessità di rivedere il testo: il Parlamento, la Corte costituzionale e perfino il Capo dello Stato”. Per il finiano Carmelo Briguglio “meglio mantenere il cantiere aperto piuttosto che chiuderlo definitivamente. Il Pdl – ritiene Briguglio – è a un bivio: trovare alla Camera le soluzioni ai problemi innegabili che il testo licenziato dal Senato ancora presenta, prevenendo le obiezioni che potrebbero essere manifestate dal capo dello Stato al momento della firma. Oppure, come sentiamo dire dai grandi strateghi della soluzione finale, prepararsi a uno scontro istituzionale col capo dello Stato, il che passerebbe per una riapprovazione del medesimo testo eventualmente non promulgato da Napolitano”. Per Briguglio si tratta di “uno scenario di guerra che nelle intenzioni degli strateghi che l’hanno pensato, porterebbe al redde rationem delle elezioni anticipate. Non ci vogliamo credere, ma è bene parlarne, sia pure per scongiurarlo”. Scenario evocato anche da Italo Bocchino: “Non vorrei che qualche falco berlusconiano volesse lo scontro istituzionale e accarezzasse l’idea di farsi respingere la legge dal Capo dello Stato per riapprovarla nello stesso testo e avviare uno scontro costituzionale”.
Parole stigmatizzate dal coordinatore Pdl Sandro Bondi: “In un partito si può esprimere liberamente e senza alcuna censura il proprio pensiero, salvo rispettare nel voto le decisioni assunte democraticamente negli organismi dirigenti. È riprovevole ricorrere, come fa l’onorevole Bocchino, ad argomenti risibili e inappropriati sia quando chiamano in causa il Pdl che ancor più le libere e insindacabili decisioni del capo dello Stato”. Ma alla fine, come abbiamo visto, la polemica rientra.

Come già aveva fatto, il presidente del Consiglio torna poi a rimarcare la presunta differenza, in termini di potere, con i suoi colleghi europei. «Quando un imprenditore come me pensa alle cose da fare, si scoraggia – confessa Berlusconi – perché per arrivare a un risultato concreto bisogna passare le forche caudine di tante difficoltà che a volte uno pensa “chi me lo fa fare, torno a fare quello che facevo prima o me ne vado in pensione”». Secondo il Cavaliere il problema è tutto «nell’architettura istituzionale», che «risente del timore dei padri costituenti che potesse tornare una dittatura», per questo sono stati spartiti «i poteri tra i diversi organi: Parlamento, capo dello Stato, Corte costituzionale, e tolto ogni potere al Consiglio dei ministri e al presidente del Cdm». Dunque: «Bisogna riformare la Costituzione».
Il premier poi parla ai colleghi di come bisogna «cambiare il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Basta calvario, bisogna finirla con le decine di autorizzazioni» necessarie per aprire un’attività commerciale. «Si potrà fare tutto ciò che non è vietato dalla legge. Si vuole aprire una pizzeria? Si aprirà senza chiedere autorizzazioni», annuncia il premier. Ed ancora: «Lo Stato, a sessanta giorni dall’inizio dell’attività, effettuerà una visita di controllo da parte di un solo ente che dirà che cosa va cambiato per la legge». Si darà quindi il via ad «una vera rivoluzione liberale. Lo faremo – è quindi l’annuncio del Cavaliere – prima con una legge ordinaria e poi con una riforma della Costituzione dell’articolo 41».

Restando in tema di riforme, o per lo meno degli annunci che le precedono, «stiamo preparando una grande riforma della giustizia penale» svela poi il Cavaliere e l’auspicio è che «sia approvata entro la legislatura».
Una legislatura in cui sembra infine giunto il momento di tagliare i rami secchi. Secondo il premier, infatti, «abbiamo troppa gente che vive di politica, non solo in Parlamento, ma nelle province e nei comuni. Bisognerebbe dimezzarla». L’intenzione del governo è quindi di ridurre anche a livello territoriale le persone che fanno politica. Nel suo intervento all’assemblea di Confcommercio Berlusconi spiega che nella manovra varata sono previsti «dei piccoli sacrifici» per le amministrazioni pubbliche. «La manovra non comporta sacrifici al mondo delle imprese, ma alle amministrazioni pubbliche che devono lavorare per ridurre le spese improduttive e i troppi sprechi».
«So che la crisi è stata dura, ma sono sicuro che la ripresa esiste e si fonda soprattutto sul fattore psicologico». «Bisogna avere fiducia nel futuro e non lasciarsi prendere dal pessimismo che certe parti della sinistra e della informazione diffondono a piene mani» sostiene il presidente del Consiglio, sottolineando inoltre che l’Italia ha cominciato l’anno «meglio di Francia e Germania». «La produzione è aumentata, siamo nella direzione giusta»!

Bersani: «Siamo in presenza di affermazioni scomposte e propositi pericolosi. Mi fa impressione la strana contabilizzazione delle intercettazioni che ha fatto Berlusconi, fino a dare l’idea che noi saremmo in una sorta di Grande Fratello, in uno stato di polizia. Questo terrorismo ad personam non va bene, perché non si può prendere a pretesto il problema per mettere dei limiti alle investigazioni e alla libertà di informazione. Questo è terrorismo e lascia il tempo che trova». Dalle file dell’Idv si procede sulla falsa riga di questi giorni: «il ddl sulle intercettazioni, nonostante tanti mesi di discussione, non è ancora stato emanato non per il motivo che adduce Berlusconi ma perché si tratta di un provvedimento immondo, che la sua stessa maggioranza si vergogna ad approvare» sono le parole di Antonio Di Pietro. «Il fatto che se ne discuta tanto e che non si sia ancora trovato un punto d’incontro – prosegue Di Pietro – dovrebbe indurre persino una persona faziosa e in cattiva fede come Berlusconi ad abbandonarlo, piuttosto che costringere il capo dello Stato a non firmalo e la Corte Costituzionale a bocciarlo».
Più circostanziata è invece la replica dei magistrati che, sorvolando sull’accusa di lobbismo, smentiscono le cifre presentate da Berlusconi: «Le utenze telefoniche intercettate sono state 119.553, le cimici piazzate in ambienti pubblici e privati sono state 11.119, mentre le altre tipologie di bersaglio sono state 1.712, per un totale di 132.384 intercettazioni. Il tutto al costo di circa 272 milioni di euro, un dato di poco superiore alla media di spesa degli anni 2003-2009». «Le spese – ricorda inoltre il vicepresidente dell’Anm, Gioacchino Natoli – vengono anticipate dallo Stato, ma in caso di condanna vengono recuperate a carico dei condannati». Quanto alla riforma, l’associazione dei magistrati paventa «conseguenze gravissime» sulla lotta al crimine: non si potrebbero più fare intercettazioni ambientali in moltissimi luoghi come i bagni delle scuole, dove «tale strumento investigativo ha spesso consentito di individuare gli autori di reati di pedofilia». Inoltre, conclude l’Anm, «con la nuova legge non sarebbero stati individuati gli autori dell’omicidio D’Antona».

Ginevra Baffigo
Carmine Finelli

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