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Diario politico. Presidente, (ora) non firmi Se ddl può pure essere cambiato (prima) Ma se passa (così) resta una sola strada Prodi: “Sì, vogliono controllare il Paese” Le derive vanno fermate (finché si può)

giugno 11, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. C’è il passaggio alla Camera, e tutto può ancora accadere. Un barlume di speranza (della quale tuttavia abbiamo imparato a diffidare, e per questo diremo ciò che stiamo per dire) lo offre ancora Gianfranco Fini, sia come presidente di garanzia del ramo del Parlamento che ha il compito di vagliare per ultimo e di approvare, eventualmente, definitivamente il provvedimento, sia come leader della destra matura, europea, che vive sottotraccia a questa maggioranza, minoranza nei gruppi parlamentari, non si sa quanto (davvero) nel Paese, perché ad essa possono essere iscritte ragionevolmente personalità come Beppe Pisanu e Marcello Pera e questa destra non coincide affatto con i (più o meno angusti) confini dell’ex An. E dunque stiamo a vedere. Ma se il provvedimento dovesse passare così come è stato definito al Senato, ci sarebbe una sola cosa da fare: Giorgio Napolitano dovrebbe rimandarlo alle Camere. Assumendosi la responsabilità di tutto ciò che questo potrebbe comportare. E, anzi, (anche) proprio per questo. Il provvedimento non «ci mette alla pari alle grandi democrazie europee», contrariamente a quanto sostiene il ministro Bondi, e non è quanto di necessario si poteva (ulteriormente, perché esistono già norme in materia) e forse doveva fare «a tutela della privacy», come dice il ministro Alfano, ma qualcosa di molto più grande e di cui conosciamo le sicure conseguenze: mani libere alla criminalità, di qualunque rango essa sia. E un provvedimento del genere non può che tradire la Costituzione materialmente, perché nega la sicurezza, la giustizia e la libertà, ma la tradisce probabilmente – non siamo nelle condizioni di esprimere certezze in questo senso – anche formalmente, laddove la Carta parla di diritto alla privacy ma garantendo alla giustizia il pieno diritto-dovere di fare il proprio corso. Dunque ci sono tutte le ragioni per cui il capo dello Stato possa (diciamo possa perché, naturalmente, non ci permettiamo di sindacare sulle sue possibili decisioni) dire di no. E fin qui ciò che è stato sostenuto finora (da Di Pietro) o pensato ma non detto, per non mettere in difficoltà Napolitano (dal resto dell’arco costituzionale che non si riconosce in una legge del genere). Il giornale della politica italiana si assume la responsabilità di fare un passo ulteriore e di dire una cosa in più. Secondo l’ex presidente del Consiglio la strategia di Berlusconi è chiara. E sono gli stessi concetti che abbiamo espressi nei giorni scorsi e nelle scorse settimane. Di fronte a questo, anche alla luce di ciò che ci insegna la Storia, ciò che di peggio un Paese può fare è stare a guardare finché la situazione non sia irrecuperabile. Se dunque dal passaggio alla Camera non dovessero giungere segnali almeno confortanti da parte di Fini, Napolitano dovrebbe non firmare. Non firmare e costringere così la maggioranza o a fare un passo indietro – a cui ne potrebbero seguire altri, in occasioni successive, di fronte alla stessa fermezza del capo dello Stato – oppure a scoprire le proprie carte, determinando a quel punto un bivio: o le parti sane della destra italiana emergono – anche nelle sedi in cui hanno il potere di incidere sul decorso al quale stiamo assistendo – anche grazie al coraggio infuso da Napolitano e allora la situazione può rientrare anche attraverso successive elezioni; oppure ci sarà uno strappo. Ma quando le condizioni sono ancora tali da garantire una reazione. Dopo, potrà essere troppo tardi. E’ una situazione delicata, ma quale sia la strada che abbiamo imboccato pare fin troppo chiaro. Attendere che la situazione si aggiusti da sé – magari per ragioni “naturali” – è un modo per assumersi la responsabilità di non avere fatto tutto quanto fosse nelle nostre possibilità. Il momento, a nostro modo di vedere, è adesso. Ci pensi la politica italiana. Il racconto, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

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di Ginevra BAFFIGO

Prime pagine in bianco, altre listate a lutto. Piazze in cui si levano cori di protesta. Il ddl intercettazioni ha ottenuto giovedì sera il via libera del Senato.
Nella tarda serata il popolo viola si è radunato per un sit in davanti a Palazzo Grazioli, la residenza di Silvio Berlusconi, subito blindata da transenne e da un cordone di agenti delle forze dell’ordine. «La Costituzione non si tocca, la difenderemo con la lotta» gridavano alle finestre del premier. Su cartelli e striscioni si poteva leggere: «La mafia ringrazia», «Partigiani del terzo millennio», «La libertà nasce con la Resistenza». «Bella Ciao», infine, ha fatto da colonna sonora alla mesta serata di politica e di piazza.
All’indomani del voto di palazzo Madama, la protesta procede dunque in una climax ascendente. La cosiddetta “legge-bavaglio” per l’informazione non piace nemmeno varcati i confini nazionali: la stampa estera dedica le prime pagine alla contestazione, e perfino la Ue si pronuncia in un cauto avviso: «La Commissione è molto vigile su qualsiasi situazione che possa creare problemi».
Malgrado le polemiche, il discusso ddl ora si sposta alla Camera, dove il Pd promette battaglia: «C’è da combattere alla Camera. Questi giorni saranno l’occasione per far comprendere meglio all’opinione pubblica l’enormità di quello che è accaduto» attacca Bersani, mentre Franceschini avverte il presidente Fini: «Forzature sui tempi sarebbero inaccettabili». Secondo il regolamento di Montecitorio, infatti, il provvedimento non potrà approdare in aula prima di settembre. «Fini distingua il suo ruolo politico dentro il Pdl e il suo ruolo di garanzia come presidente della Camera – è l’appello del capogruppo Pd – Il disegno di legge è alla Camera in terza lettura; è stato 14 mesi a Montecitorio in prima lettura, un anno e 15 giorni al Senato, dove ha subito delle modifiche rilevanti che lo hanno peggiorato. Per esaminarlo occorrono i tempi regolamentari – scrive Franceschini – In base al regolamento il provvedimento non può arrivare in aula prima di settembre. Scriverò al presidente Fini e alla presidente Buongiorno chiedendo di evitare ogni forzatura e di rispettare gli articoli 24, 49 e 81 del Regolamento della Camera che assicurano precise garanzie; e cioè che il provvedimento stia due mesi in commissione; che ci sia il voto segreto, come è avvenuto in prima lettura; e che il contingentamento dei tempi possa avvenire dopo un mese di discussione. Sono evidenti – insiste ancora il capogruppo del Pd – le esigenze di rispettare il regolamento; non si può soffocare il dibattito in commissione a giugno, per portare il provvedimento in Aula a luglio. Il calendario di giugno e quello trimestrale – osserva Franceschini – sono stati già approvati, e noi siamo contrari a cambiarlo; a questo punto lo può modificare solo una decisione monocratica del presidente Fini».
Rosy Bindi: «Come opposizione sentiamo il dovere di modificare questa legge, che è contro la sicurezza dei cittadini perché lega le mani alla magistratura e contro la libertà di informazione perché mette il bavaglio alla stampa e a tutto il sistema informativo. Non accettiamo diktat da nessuno – continua – tanto più da un presidente del Consiglio che continua a fare le leggi per sé e per i suoi amici, non certo per risolvere i problemi del Paese».
Ancora più duro il vicesegretario Democratico, Enrico Letta, che minaccia: «Per la maggioranza sarà un Vietnam». Ironizza in risposta il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto: «Malgrado la sua enfatizzazione verbale, francamente, non riusciamo a vedere l’On. Enrico Letta nei panni di un vietcong».
Ma al Pd replica anche il ministro della Giustizia Alfano: «La sinistra pratica tecniche dilatorie e metodi perditempo che hanno un solo scopo: ignorare il diritto alla riservatezza e alla privacy dei cittadini. Per la sinistra l’art. 15 della Costituzione, semplicemente, non esiste». Non entra in polemica ma professa ottimismo il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri: «Mi aspetto un percorso in pianura». E potrebbe essere altrimenti dopo il diktat di Berlusconi («A Montecitorio non voglio cambiamenti»)? Di certo non ha dubbi a riguardo Ignazio La Russa, che dalla sua non solo ribadisce il concetto, ma rincara la dose ipotizzando il ricorso alla fiducia anche alla Camera.
Ed in vista di questa eventualità l’Idv incalza: «Il passaggio alla Camera è l’ultima spiaggia che hanno di mostrare la loro coerenza». ??E se Di Pietro richiama il presidente a non firmare la legge, a riportare ordine ci pensa Renato Schifani: «Il capo dello Stato non va mai coinvolto quando il Parlamento legifera in richieste di non firma. A lui guardiamo tutti come punto di riferimento per le garanzie costituzionali».

La risposta degli editori. Gli editori sono i più preoccupati perché il ddl, come è noto, li colpisce con pesanti sanzioni, e limita fortemente il giornalismo d’inchiesta. La Fieg in una nota lo contesta apertamente: «Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa. Ne sono dimostrazione le pesantissime sanzioni agli editori».? ?La maggioranza, d’altra parte, non ha la minima incertezza. Il ministro della Cultura Sandro Bondi ritiene di contro che quella che sta avvenendo sui giornali sia una «campagna mediatica e politica che tradisce la Costituzione. Dopo l’approvazione della legge che disciplina l’uso delle intercettazioni siamo un Paese più moderno, più civile e più europeo».

La preoccupazione di Prodi. «Sono preoccupatissimo. La prima pagina vuota di Repubblica di oggi esprime anche lo stato del mio animo», è il commento di Romano Prodi. «Soprattutto – si chiede l’ex premeir – ci rendiamo conto che sono mesi e mesi che si va avanti su questi temi, e solo su questi temi? Il resto è periferico, il resto passa». ??«La continuità – continua Prodi – è il tentativo di controllare il Paese. Io sono personalmente molto, molto preoccupato perché è la democrazia che entra in sofferenza, che respira male».
Romano Prodi oggi si esprime su molti fronti ed apre l’ennesimo contenzione in casa Pd. Il professore è dell’idea che, per rinnovare la classe dirigente del partito, i giovani dovrebbero farsi strada da soli, perché nessun politico di professione ha mai lasciato spazio ai giovani. E dunque devono essere questi a “cacciare a calci gli attuali leader”. Poco meno di un’ora più tardi arriva la risposata indiretta del segretario del Pd: «Io credo che ci sia un’esigenza di rinnovamento», conferma Bersani, ma «abbiamo segretari regionali che nell’80% dei casi sono dei quarantenni, abbiamo diecimila amministratori: ottomila sono tra i 30 e i 40 anni. Tutto questo, ad esempio, credo sia molto difficile farlo vedere nel mondo della comunicazione. E allora – chiude il leader Pd – cominciamo da settembre, quando ricominceranno i talk show televisivi, a fare in modo che chi dirige i grandi meccanismi dell’informazione cominci a lasciar fuori un po’ della vecchia generazione e a fare vedere un po’ di facce nuove, così ci diamo una mano tutti».

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Diario politico. Presidente, (ora) non firmi Se ddl può pure essere cambiato (prima) Ma se passa (così) resta una sola strada Prodi: “Sì, vogliono controllare il Paese” Le derive vanno fermate (finché si può)

  1. Mario on giugno 12th, 2010 10.37

    L’art.15 è chiaro…
    Si legga e se ne può evincere solo un fatto.
    La magistratura non deve far uscire le intercettazioni e la stampa non deve pubblicarle.
    Tutto il resto sono opinioni di chi non trova conveniente il ddl (ma che nulla ha a che fare con il bene del paese) o di chi semplicemente vuole calpestare la costituzione (e poi fa la romanzina agli altri…ma si sa l’ipocrisia) .
    Quello che è inaccettabile nel decreto è che solo la stampa ne paghi il peso….sinceramente un giornalista che abbia a conto solo la costituzione e non la convenienza dovrebbe chiedere le stesse pene anche e soprattutto ai magistrati responsabili del procedimento delle intercettazioni.
    Se non altro per il bene del paese.

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