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Un anno fa, Crespi: ‘Tremonti fa la fronda E’ il mandante degli scandali del premier’ Ora i sospetti sul suo ruolo in Appaltopoli E intanto il ministro si avvicina a FiniVerso un cambio d’equilibri dentro il Pdl?

giugno 8, 2010 di Redazione 

Lo hanno scritto e detto, oltre a noi, quasi tutti i grandi quotidiani. Maurizio Crozza fa la sintesi: «Complimenti Giovanni (Floris) per lo scoop di avere in studio il nuovo presidente del Consiglio». Provocazioni, boutade. Ma poi ci sono i fatti: da mesi il Parlamento è semibloccato per un cordone della borsa stretto da Tremonti; gli stessi altri ministri si lamentano perché il plenipotenziario di via XX Settembre (e, appunto, a quanto pare non solo) fa il bello e il cattivo tempo (anche, indiretta- mente, con le loro competenze). Appare insomma chiaro a tutti come il ministro dell’Economia sia oggi il perno della politica italiana (attuale): quale che sia il giudizio che si possa dare (…). In questo contesto assumono contorni diversi, quasi drammatici, e da un certo punto di vista spaventosi, i sospetti circa il ruolo di Tremonti nella (scorsa) estate calda di Berlusconi, quella degli scandali sessuali. E ora di una sua regia dietro le inchieste della magistratura. Il ministro avrebbe insomma in mano le redini del nostro Paese. A tutto ciò si aggiunge ora una tessera ulteriore: Giulio è uno strano animale politico; ex predicatore liberista, poi protezionista, oggi attua in politica economica una linea che si può ricondurre ai modelli di welfare State nord-europei, e dunque a modelli laburisti. Se qualcuno arriva ad azzardare che in un futuro rimescolamento delle carte Tremonti potrebbe addirittura trovarsi vicino o alleato con i Democratici, il giornale della politica italiana può anticipare un incontro (in senso figurato) che starebbe maturando con il presidente della Camera. Per un nuovo patto di ferro che determini un ribaltamento degli equilibri interni al Pdl e favorisca la fronda (appunto) contro il presidente del Consiglio. E prepari magari il terreno ad un confronto indolore per la successione. Ce ne parla, come sempre per il centrodestra, il nostro Pietro Salvatori.

Nella foto, Giulio Tremonti: alla finestra (?)

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di Pietro SALVATORI

Giorni fa, nell’ambito dello sport nazionale più praticato, quello denominato “Chiacchiere da bar”, è saltata fuori una boutade che recitava più o meno così: “Pensa che bello quando, fra sei o sette anni, avremo Bersani e Tremonti nello stesso partito”. L’interlocutore è stato sommerso da una salva di dissociazioni. Gli argomenti a contrastarne la vana speranza, si possono riassumere in due assunti: Tremonti non passerà mai a sinistra; Tremonti non passerà mai a sinistra, al massimo potrebbe avvicinarsi ai finiani, se già non è, politicamente, da quelle parti.

Le risposte, prodotte da un uditorio che segue mediamente la nostra politica informandosene su telegiornali e carta stampata, mette in evidenza alcune cose.

La prima è che l’elettorato italiano si è sostanzialmente abituato al regime di bipolarismo di fatto che esiste in Italia e che è stato imposto dai media. Non ha assolutamente la percezione che una lieve modifica alla legge elettorale, o un crack all’interno di uno dei due partiti principali, potrebbe condurre in breve tempo ad un rimescolamento delle carte sempre possibile in un sistema parlamentare qual è il nostro.

La seconda è che sfugge chiaramente che il ministro dell’Economia stia attuando, almeno in questo momento e al netto delle circonvoluzioni di cui si trova succube qualunque provvedimento in Italia, una politica che ricalca sicuramente di più i modelli di welfare State propri del labour nord-europeo che non il populismo latino del quale tanto spesso si taccia il governo Berlusconi. Tanto che quando si azzarda a proporre qualche norma di stampo liberale – vedi la proposta di riformare l’articolo 41 – la stampa, anche quella amica, parla di “svolta”, di “rivoluzione”. Il che porta a non annoverare nemmeno come lontanissima possibilità che ci possa essere un terreno di intesa tra il leader di via XX Settembre ed il segretario del Pd.

La terza, più sottile e legata al contingente, è la percezione di un Tremonti che non giochi in coppia con Berlusconi, che se ne discosti attraverso i suoi silenzi e i suoi continui richiami al rigore, è diffusa.

E laddove si parla di opposizione a Berlusconi, ormai non si parla più di Pd, nemmeno della strabordante protervia dipietrista, messa per il momento al guinzaglio da qualche scandaletto che sembra tuttavia destinato a rientrare. No, il presidente del Consiglio ha oggi, per l’opinione pubblica, un solo manipolo di fieri oppositori: i finiani.

Le speculazioni di un ministro dell’Economia che si avvicina al presidente della Camera e ai suoi sodali si rincorrono copiose, anche se sembrano premature. Il rapporto con la Lega è ancora solido, e ciò basta per dissipare qualsiasi ipotesi di frondismo.

Eppure c’è chi fa notare una cosa: il mondo finiano chiede estremo rigore per quanto concerne le indagini di appaltopoli. I rumors che sono finiti sulla stampa riguardavano documenti in possesso esclusivo di controllate del ministero dell’Economia.

Ma non sempre, in politica, 2+2 fa 4…

Pietro Salvatori

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