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Il dato. Ma ora per tutti i sondaggi il premier è al 50% di Luigi Crespi

giugno 7, 2010 di Redazione 

La telefonata di Berlusconi a Ballarò, le polemiche dei giorni successivi. Quanto è alta (o no) davvero la fiducia nel presidente del Consiglio? Il grande sondaggista è in grado di dimostrare che tutti gli istituti di ricerca, compresi Euromedia che dà Berlusconi oltre il 60% e Demos che lo indica al 42%, al netto dei differenti metodi di rivelazione offrono dati omogenei, che si attestano più o meno sul livello che indichiamo nel titolo. Unica eccezione, Ipr di Antonio Noto il cui 41% che risulta, per Crespi, «inspiegabile». Dunque un apprezzamento ancora tutto sommato elevato, per il presidente del Consiglio, anche se non al punto del 62% che il premier brandisce in televisione che è “gonfiato” dalle diverse modalità di calcolo delle percentuali che, nello specifico, non tengono conto della parte di popolazione che non esprime giudizio, come del resto avviene per i sondaggi sulle intenzio- ni di voto pre-elettorali e per la definizione delle percentuali al momento dello spoglio. Mentre tutti gli altri istituti calcolano la percentuale sul totale del campione. Crespi ci spiega perché e cosa cambia.

Nella grafica, Luigi Crespi

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di LUIGI CRESPI

Il confronto è il sale della democrazia. Ergo mettere a confronto i sondaggi è spesso il sistema per intuire dove sta la verità. La verità democratica.

I sondaggi in questi giorni hanno fatto arrabbiare il presidente del Consiglio e consumare chilometri di inchiostro, tra cui anche il mio nell’ultimo commento su queste pagine.

Per dare un ulteriore contributo alla formazione delle opinioni ho messo in fila i risultati dei sondaggi dei principali istituti di ricerca che hanno pubblicato i dati nelle ultime settimane.

Nello specifico, Euromedia, Alessandra Ghisleri con il 62%. Crespi Ricerche 52%. Nando Pagnoncelli, Ipsos, 48%. Ipr-Antonio Noto 41%. Demos-Ilvo Diamanti 42%. Ipso di Renato Mannheimer 50%.

Appaiono evidenti le disparità. Ma se analizziamo tecnicamente i risultati possiamo individuare alcune possibili spiegazioni.

I campioni che utilizzano gli istituti sono più o meno omogenei, intorno o sopra i 1000 casi. Cambiano però le domande e i metodi di elaborazione. Tutti gli istituti, tranne Demos di Ilvo Diamanti, pongono la stessa domanda: “Lei ha fiducia in Silvio Berlusconi?”.

Nel caso invece di Diamanti la domanda è: “Dia un voto al presidente del Consiglio”. E il 43% che ne emerge è il risultato di coloro che hanno espresso un voto superiore a 6. E questa è una differenza metodologica che può causare delle discrepanze, ma certamente non può stravolgere il senso della rilevazione.

La grande differenza che invece può evidenziare risultati distanti tra loro, è relativa al metodo di elaborazione. Ad esempio, nel caso di Euromedia, il 100% è costituito da coloro che rispondono, sia affermativamente sia negativamente. Ovvero Euromedia esclude dalla percentuale complessiva coloro che non esprimono una opinione. Esattamente come si fa nell’elaborazione dei dati preelettorali. Dove gli indecisi e il non-voto non contribuiscono alla formazione delle percentuali. Come del resto accade nelle urne. Euromedia infatti crea in questo una forte relazione tra la Fiducia e l’espressione di voto.

Questo metodo, l’istituto che io rappresento, non lo utilizza da parecchi anni. Poiché si ritiene che la fiducia non debba essere necessariamente legata al consenso elettorale, ma per sua natura possa addirittura coinvolgere parte di opinione pubblica non vincolata dal voto.

Per questo Ipsos con il 48%, Crespi Ricerche con il 52%, e Ipso 50% (che utilizzano lo stesso metodo) offrono un dato sostanzialmente omogeneo ma, aggiungo, anche quello della Ghisleri di Euromedia è probabilmente coerente.

Di Demos abbiamo chiarito che la domanda è diversa; rimane il mistero misterioso dell’arcano del dato Ipr di Noto con il 41%, del quale non mi è… noto, né la natura né la ragione.

Tutto questo per dire e sottolineare che la discussione intorno ai sondaggi spesso cade nella rissa tra avverse tifoserie, facendo perdere di fatto il profilo di professionalità (e di senso di responsabilità!) che gli istituti di ricerca italiani hanno sempre dimostrato in questi ultimi anni. Non certamente perché non hanno commesso errori, come ben sa chi fa questo mestiere, ma certamente ne hanno commessi meno di quanto abbiamo visto accadere nel mondo. Anche considerato che la realtà italiana è tra le più complesse da rilevare correttamente.

LUIGI CRESPI

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