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Monicelli: ‘Riscoprire senso della libertà’ La cultura non sono solo i nostri “beni” E’ (ri)fare dell’Italia un Paese che pensa Rimetterla al centro del nostro cammino Donadi: “Bondi inadeguato, si dimetta”

giugno 7, 2010 di Redazione 

Le buone idee, almeno quando vengono proposte a persone che sanno giudicarle, hanno sempre un grande successo. E i nostri lettori sono tra i più maturi e preparati. Non è un caso che ogni qual volta il giornale della politica italiana, con il carattere che gli è proprio, dice la sua sul futuro del nostro Paese gli accessi schizzino, e registriamo i migliori risultati di quel periodo (mentre la curva è sempre in crescita: maggio è stato il miglior mese in assoluto per noi). Peraltro si tratta – ovviamente – di idee che appartengono ad un universo coeso, ovvero sono figlie di un progetto organico e non (sono) frammenti disordinati e senza un senso unitario. L’ultimo elemento lo abbiamo messo in campo, in tutta la sua estensione, venerdì. E’, in realtà, il filo conduttore del nostro discorso. La politica culturale del nostro Paese. Che, abbiamo scritto – e qui sta il punto – non dev’essere più concepita come tale. La cultura deve diventare la chiave della politica italiana. La competitività cresce con gli investimenti nella cultura, e in particolare nell’università e nella ricerca perché essi producono un beneficio concreto in termini di innovazione, e consentono di rilanciare nel confronto con le economie emergenti sul piano della produzione (delle idee) e della produzione avanzata. E quindi è necessario cambiare prospettiva in questo senso. Ma gli investimenti nella cultura determinano competitività anche perché un Paese che pensa, legge, studia, si forma, conosce è un Paese che ritrova il suo carattere e la sua vitalità. E quindi la sua libertà. Il grande autore della commedia all’italiana dice che gli italiani devono recuperarne il «senso». Si riferisce alla capacità di essere liberi – ovvero di imporre (naturalmente nella propria vita, e in un regime di confronto democratico nella vita pubblica) la propria sensibilità, le proprie idee, e la percezione, la consapevolezza di questa possibilità. L’Italia oggi non è libera perché è un Paese deficitario sul piano culturale, che non significa strettamente o solo sul piano della “conoscenza” tout court, ma conoscenza, quasi, come effetto “collaterale” e insieme motore della libertà intesa, appunto, come piena disponibilità di sé, nella propria totale espressione. Il cambio di prospettiva a favore della cultura che il giornale della politica italiana propone e sollecita è dunque funzionale a restituirci la nostra libertà e a rifare, così, nel tempo, grande l’Italia. E’ esattamente l’opposto di quello che sta facendo – ci duole dirlo – il governo, che riduce i tempi e i contenuti della scuola, taglia i fondi alla cultura, imbarbarisce il Grande Educatore, ovvero la televisione. Da queste colonne faremo quanto nella nostra possibilità per ridare all’Italia, invece, la sua sola speranza, la sua sola prospettiva. Che non è – come si usa dire – né di destra né di sinistra: è di chi non vuole assistere al declino del proprio Paese. Massimo Donadi attacca, su questo punto, in particolare il ministro dei beni culturali.

Nella foto, Mario Monicelli

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di MASSIMO DONADI*

Tra i compiti del ministro della Cultura, oltre a quello di lavorare per valorizzare e rilanciare il patrimonio artistico del nostro Paese, c’è quello non meno importante di farsi carico delle istanze degli esponenti del mondo della cultura e tutelarne gli interessi. Interessi generali e pubblici della cultura, intendiamoci bene, non certo quelli personali.

Ebbene, dopo quello che è accaduto con la manovra finanziaria, ci domandiamo seriamente cosa ci stia a fare il ministro Bondi sulla poltrona di via del Collegio Romano. Sì perché – come sapete – sotto la scure del ministro dell’Economia Tremonti sono finiti 232 enti culturali, di ricerca e fondazioni senza che lui abbia battuto ciglio, salvo poi strapparsi le vesti il giorno dopo. Enti, istituti, scuole che tengono alto il buon nome dell’Italia nel mondo e che diffondono e difendono il nostro patrimonio. Roba da pazzi.

Una cosa è sicura. Questa manovra è la più pasticciata della storia, la più incasinata che si ricordi da quando l’uomo inventò la finanziaria. E’ evidente che siamo fuori da ogni regola istituzionale. Detto questo è pur vera un’altra cosa. Se uno lancia un grido d’allarme, se uno che fa il ministro ammette pubblicamente di contare come il due di picche quando regna bastoni l’unica azione conseguente sarebbe dimettersi. Ma vabbé, così è il governo Berlusconi.

Detto questo, siamo di fronte allo sconquasso, dove ognuno va per conto suo e nessuno sa quello che succede. A rimetterci, ovviamente, sono i più deboli, pensionati, famiglie, disoccupati e precari, e in questo caso anche la cultura di cui in Italia diciamoci la verità non è mai fregato niente a nessuno.

Ma qui c’è qualcosa di serio che non va. E’ inconcepibile che la scure di Giulio Tremonti si abbatta indiscriminatamente ed ingiustificatamente sul mondo del sapere e della ricerca senza nessun tipo di discussione, senza uno straccio di concertazione, senza addirittura che il ministro dei Beni culturali ne sia informato.

A questo punto, Bondi si deve dimettere perché non solo non è più credibile come interlocutore ma perché è lo stesso ministro dell’Economia ad averlo messo nelle condizioni di doversene andare. A poco serve la pezza che il ministro Bondi ha messo in seguito: “Spetta a me decidere dove e come tagliare. Ne parlerò con l’intero mondo della cultura su come e in che modo ridurre le spese inutili salvaguardando le eccellenze e le testimonianze più alte della nostra cultura”. La frittata ormai è fatta. Bondi o non ha letto la manovra o non l’ha capita. Visto che non riesce ad occuparsi del ministero di cui è a capo, può gentilmente dimettersi?

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera

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