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Diario. E dopo Annozero il dibattito è qui Bersani: ‘Manovra figlia errori governo’ Guardate infatti il Pil con i vari esecutivi Tremonti riconosca le proprie ‘mancanze’ L’opposizione però sostenga l’impianto Nello specifico è una finanziaria di parte

giugno 4, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidia- na de il Politico.it. Su Raidue il confronto tra il leader Democratico e il ministro dell’Economia. Che nega qualsiasi responsabilità sua o del governo per il cattivo andamento dei conti, che ha imposto appunto la manovra correttiva. Noi denunciammo per primi che Tremonti non la raccontava giusta, quando ancora il Pd partecipava al coro di elogi. Ora Bersani si accorge: meglio tardi che mai. Il capo di via XX Settembre riconosca che si doveva e poteva fare di più e meglio, sia nella stessa azione di contenimento del deficit, sia per lo sviluppo (come detto completamente assente anche da questa finanziaria; ne abbiamo parlato martedì). I dati che ci mostra theHand, tributando un giusto riconoscimento a Romano Prodi, sono lì a dimostrarlo (anche se è vero che le ultime due legislature di centrodestra sono coincise con i momenti più acuti delle difficoltà dell’economia mondiale). Onestà, dunque. Contemporaneamente, il giornale della politica italiana chiede al centrosinistra di assumersi le proprie responsabilità in un momento delicatissimo per il nostro Paese: il segretario del Pd vuole che tutto questo sia subordinato all’ammissione da parte di Tremonti, ed è giusto, ma i Democratici hanno alzato le mani in segno di resa tante volte quando non era né necessario né opportuno (ed è per questo che oggi sono nella condizione – di subordinazione – in cui sono e il Paese non vede, come ha scritto oggi Crespi, alcuna alternativa); non è precisamente il confronto sulla finanziaria l’occasione in cui mettersi a fare la voce grossa (non su questo, mentre si riprende o continua a fare su tutto il resto). Responsabilità, insomma. Se le due cose – l’onestà di Tremonti; la responsabilità del centrosinistra, che peraltro, va detto, in questo caso non mancherebbe e non sarebbe mai mancata – vanno insieme, l’Italia ricomincia ad essere un Paese normale e fa un passo lunghissimo in avanti verso la risoluzione dei propri problemi prima e (quindi) una (forte) ripartenza poi. Ciò non impone un placet dell’opposizione per ciò che riguarda i contenuti della manovra: come dice anche la protesta di oggi dei magistrati, che minacciano uno sciopero nazionale, il modo in cui vengono ricavati i 25 miliardi necessari a vararla (leggi: i tagli e i contenimenti) risponde agli interessi della parte di Paese che il centrodestra, al momento, rappresenta. Questa finanziaria è dunque in primo luogo la finanziaria di una parte degli italiani, e peraltro quella più ricca, che meno avrebbe bisogno di questo livello di “attenzione” nei propri confronti; il tutto a discapito, naturalmente, di quella più povera che si dovrà invece sobbarcare – anche in termini di mancata ripartenza per l’assenza di risposte per lo sviluppo – il peso della correzione. Nella migliore delle ipotesi (e questo la dice lunga), e vale naturalmente soprattutto per ciò che riguarda i tagli alla giustizia, si può parlare di manovra ideologica. Non esattamente ciò che rimanda all’ideale di un Paese nel quale la (nostra) politica agisca nel solo interesse di tutti (gli italiani), superando i cartelli di rappresentanza di specifici interessi e lasciando alle spalle le motivazioni parziali e le lotte di classe, che ormai si perpetuano solo a livello di classe dirigente (che rischia però, così facendo, di riaccenderle nel Paese, come ancora una volta abbiamo denunciato noi per primi, con Lerner). Il racconto, all’interno, è di Ginevra Baffigo.

La vignetta è di theHand

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di Ginevra BAFFIGO

La manovra finanziaria varata dal governo non piace ai magistrati. Le “toghe”, ora sul piede di guerra per le misure considerate «ingiustamente punitive», minacciano lo sciopero nazionale. Volano parole pesanti, alle quali però non tardano a seguire i fatti: il “parlamentino” del sindacato stabilirà in questi giorni tempi e modalità dell’astensione dal lavoro dei tribunali di tutta Italia. Il pacchetto, che i vertici dell’Anm esporranno questo sabato al comitato direttivo centrale, prevede giornate di protesta e mobilitazione con «sospensione delle attività di supplenza».
Alea iacta est: i togati promettono battaglia, ma per il momento Palazzo Chigi si preoccupa di dissipare solo i rumores di possibili tensioni tra il premier ed il suo ministro del Tesoro: «Fuori dai giochi e dagli intrighi di palazzo – si legge in una nota – Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno lavorato insieme e continueranno a lavorare insieme legati, oltre che dall’impegno di governo, da una leale ed antica amicizia personale». Una legge scritta quindi a quattro mani, in cui si è puntato su due punti essenziali: la «manovra di stabilizzazione finanziaria» e «su ciò che è necessario e possibile per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita, a partire da un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche». Una finanziaria su cui, precisa ancora la nota della presidenza del Consiglio, pesa ancora la crisi economica internazionale e per questo va basata «sull’impegno europeo e poi sviluppata attraverso un comune e intenso lavoro di preparazione. Nell’ambito di una grave crisi finanziaria, la più grave nel mondo dopo quella del 1929, il governo Berlusconi è fermamente convinto di avere fatto la cosa giusta, nel tempo giusto, nell’interesse dell’Italia. Il governo – scrivono ancora nella nota – la presenterà in Parlamento forte delle sue convinzioni, certo del senso di responsabilità della sua maggioranza».
Convinzioni che sappiamo non tarderanno a tradursi in tagli. Ed i pm non ci stanno. Alzano la testa e gridano a gran voce: «Siamo una risorsa, non uno spreco». «I magistrati – dicono in una nota dell’Anm – sono consapevoli della crisi economica in cui versa il Paese e non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti, ma devono denunciare che le misure approvate dal governo sono ingiustamente punitive nei loro confronti e di tutto il settore pubblico. È inaccettabile essere considerati non una risorsa, ma un costo o addirittura uno spreco per la giustizia». L’Anm ricorda inoltre come questi sacrifici richiesti a gran voce dalla maggioranza siano sostanzialmente inefficaci nel ristabilire l’equità sostanziale fra i contribuenti. Come è possibile, quindi, accettare una manovra che «incide unicamente sul pubblico impiego, senza colpire gli evasori fiscali, già beneficiati da numerosi condoni, i patrimoni illeciti, le grandi rendite e le ricchezze del settore privato»? Come si può accettare una legge che di fatto «paralizza l’intero sistema giudiziario e scredita e mortifica il personale amministrativo – scrivono ancora le toghe – svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura; incide in misura rilevante sulle retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, soprattutto dei più giovani che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento. Questo significherà allontanare i giovani dalla magistratura»?
Così si «colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e casuale. Ad esempio, un pubblico dipendente magistrato o altro funzionario, con uno stipendio lordo di 150.000 euro subirà un taglio di stipendio di 3.000 euro lordi l’anno (cioè il 2% dello stipendio), mentre un magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40.000 euro subirà tagli complessivi per circa 10.000 euro lordi l’anno, circa il 25% dello stipendio». L’Anm chiede quindi al governo, «interventi strutturali che consentirebbero di ridurre le spese nel settore giustizia e di recuperare risorse per lo Stato, secondo le proposte più volte avanzate dalla magistratura associata: la soppressione dei piccoli Tribunali, delle sezioni distaccate di Tribunale e della metà degli Uffici del Giudice di pace; misure che consentirebbero di risparmiare, a regime, decine di milioni di euro». L’analisi è pubblica, ora sta al governo prenderla in considerazione o procedere alla discussione in Parlamento incurante di tutto questo.

Sul ddl intercettazioni. Mentre la protesta contro la cosiddetta “legge-bavaglio” incalza, il Pdl sembra in procinto di rivedere la norma che fissa a 75 giorni la durata massima delle intercettazioni. La notizia arriva da Palazzo Madama: il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ne dà conferma subito dopo la conclusione del vertice tra i tecnici della giustizia della maggioranza ed il Guardasigilli Alfano. Una riunione dedicata all’esame dei cambiamenti che la maggioranza può ancora apportare al discusso ddl.
La modifica, sulla quale si discuterà anche nei prossimi giorni, riguarda la possibilità di concedere al pm la proroga delle intercettazioni di 48 ore in 48 ore, una volta trascorsi i 75 giorni, se la situazione lo richiede e dietro esplicita motivazione da parte del magistrato. Ma, e su questo punto il governo non intende tirarsi indietro, solo in caso di accertamento di reato. Il pm dovrà chiedere di volta in volta la ratifica della proroga al tribunale collegiale. Per quanto concerne invece le intercettazioni ambientali sarà possibile effettuarle anche se non si sta consumando il reato, convergenza ben difficile da realizzare. Ma di fatto con la nuova normativa le indagini verranno penalizzate, poiché resta ancora il divieto di intercettazioni ambientali in luoghi privati. «Per quanto riguarda le intercettazioni ambientali – spiega Berselli – preciseremo meglio che queste si potranno fare anche se nel luogo che si intende mettere sotto controllo non si starà compiendo un reato. Bisogna trovare una formulazione esatta del principio, ma abbiamo deciso di rendere più elastica l’attuale disposizione contenuta nel ddl. L’unica certezza è che non si potranno svolgere in luogo privato».

Intanto, nel tentativo di placare le proteste il relatore del ddl, Roberto Centaro, assicura: «Verrà anche rivista la norma transitoria nel senso che si specificherà che tutti gli atti compiuti fino al momento dell’entrata in vigore della legge saranno comunque validi». Si salvano quindi le intercettazioni fatte prima dell’entrata in vigore della legge e, a detta dei magistrati anche le indagini in corso.
Il vertice di stasera riprende inoltre fra le mani la cosiddetta norma Radio Radicale (sulla ripresa audio video dei processi), nonché l’emendamento sulla ricusazione automatica del pubblico ministero che si ritiene responsabile di rivelazioni di segreti d’ufficio. Infine, sul segreto di Stato a Palazzo Madama sembrano alle prese con uno sbalorditivo dietrofront. Le intercettazioni degli 007 potrebbero infatti finire in un ddl ad hoc. Governo e Pdl aprono infatti sulla norma riguardante il segreto di Stato, opponibile dalla presidenza del Consiglio per le comunicazioni inerenti i servizi segreti. «Faremo una valutazione – chiosa Gasparri – e vedremo se mantenere l’emendamento del governo oppure se affrontare questa materia con altra legge».

Ginevra Baffigo

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