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***Il retroscena***
PERCHE’ AL PD NON PIACE QUESTA MANOVRA
di ANDREA SARUBBI*

maggio 29, 2010 di Redazione 

Scriviamo “retrosce- na” non a caso: chi ha capito quali sono le specifiche contestazioni che i Democratici muovono alla finanziaria di Tremonti alzi la mano. Ci pensa il deputato del Pd a spiegarlo al giornale della politica italiana. E se è vero che Bersani è in Cina, e questo spiega in parte il low profile del principale partito di opposizione, è anche vero che, a non saperlo, sarebbe stato difficile da immaginare: perché di solito le cose non vanno molto diversamente. Il Pd fatica a capire che nella società della comunicazione – e nella politica italiana di Berlusconi – il dibattito pubblico determina la “psicologia” della nostra politica, ovvero come gli italiani percepiscono chi. E l’opposizione non può che essere percepita come subordinata alla maggioranza. Una premessa dura, ma necessaria per introdurre il bel pezzo di Sarubbi che, con la grande efficacia che come sempre, al contrario, caratterizza l’ex conduttore del programma di Raiuno A sua immagine, smonta perno per perno (naturalmente secondo il piano di montaggio del centrosinistra) la manovra. Sentiamo.

Nella foto, Giulio Tremonti: osserva divertito le difficoltà di linguaggio del Pd, che gli evitano un’opposizione incalzante sulla manovra

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di ANDREA SARUBBI*

Prendo la rincorsa e parto da quattro giorni fa, quando la manovra non era ancora uscita: nessuno – neppure il governo – sapeva quali misure sarebbero rimaste nel testo definitivo, ma il Pd era già sotto accusa. Da sinistra, scambiavano la nostra attesa per latitanza: e giù battute sul viaggio in Cina di Bersani, e giù accuse più o meno velate di consociativismo, mentre Di Pietro e le sinistre extraparlamentari gareggiavano nelle cannonate preventive. Da destra, poi, ci accusavano del contrario: non avendo ancora detto nulla sulla necessità della manovra, passavamo nella stampa di regime per i soliti inaffidabili comunisti, quelli che pur di fare un dispetto a Berlusconi sarebbero disposti ad affossare l’Italia.

Nel frattempo, a Palazzo Chigi, accadeva di tutto: province del nord che scomparivano e riapparivano sotto minaccia della Lega; l’Ice, l’Istituto per il commercio estero, che veniva abolito, ripristinato, di nuovo abolito e di nuovo ripristinato; l’Istituto per l’alta matematica che, invece, risorgeva una prima volta ma crollava dopo la seconda sforbiciata. Se chiedevi ai ministri, ti dicevano testualmente – e i giornali lo hanno riportato – che neppure in Consiglio erano state rese note le cifre e che Tremonti stava facendo il gioco delle tre carte. In più, e credo che sia importante farlo sapere, il governo non ha mai cercato alcun contatto con le opposizioni (non ci ha mai chiesto un parere su questa o quella misura, né messo al corrente di nulla): atteggiamento legittimo, per carità, ma allora non ci trattino come se stessimo violando chissà quale patto repubblicano.

Tanto per fare chiarezza, allora, vale la pena ribadire un concetto: il Partito democratico non è contrario ad una manovra in generale, perché si rende conto della situazione difficile ed è una forza politica responsabile; è contrario, invece, a questa manovra, di cui apprezza alcuni singoli punti (come la lotta all’evasione, che in questi due anni sarebbe stata più efficace se non avessero abolito le misure del Centrosinistra sulla tracciabilità) ma non l’approccio complessivo, che presenta parecchi difetti: li riassumo brevemente, per chi non li avesse già sentiti elencare da Enrico Letta.

Innanzitutto – come ha notato pure Confindustria, che a questo governo non aveva finora lesinato simpatie – si tratta di misure più contingenti che strutturali; inoltre, manca quasi completamente la parte relativa alla crescita, e non è un difetto da poco, visto che disavanzo e debito vengono sempre calcolati in rapporto al Pil. L’unica misura in direzione della crescita sarebbe quella dell’Irap zero per il sud, ma anziché essere finanziata dal governo viene messa in capo alle Regioni, che non hanno neppure i soldi. Parentesi sulle Regioni: quasi metà della manovra grava sulle autonomie locali. Chiusa parentesi.

Altri tre punti, infine, vanno denunciati con forza: il primo è che pagano sempre gli stessi, ossia le fasce più deboli, e siamo lontani anni luce da quell’equità che il presidente Napolitano aveva richiesto. Il secondo è che si ricorre, per fare cassa, al condono edilizio, nonostante un’abile operazione di marketing lo definisca “regolarizzazione catastale”. Il terzo, sempre in tema di marketing, è che lo slogan adottato da Berlusconi (“Lo Stato costa troppo”) può anche fare colpo sull’elettore medio, ma dimentica di dire che, proprio in questi due anni di governo, la spesa pubblica è aumentata di 51 miliardi di euro, che le spese di Palazzo Chigi sono quadruplicate, che è stato messo il segreto di Stato sui voli blu.

Direte: sì, ma provateci voi a fare di meglio. A parte il discorso dell’equità, che magari si poteva perseguire tassando rendite e patrimoni, ci sono almeno due proposte che il Pd voterebbe volentieri, se Berlusconi le inserisse nella manovra. Perché non si mettono all’asta le frequenze per il digitale, come avviene ad esempio in Germania, anziché regalarle? E perché abbiamo un programma di investimenti nella difesa come se fossimo in guerra con tutto il mondo? Fare di meglio, insomma, non sarebbe impossibile: basterebbe lasciare al Parlamento almeno una mano libera. Ma l’aria non mi pare questa.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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