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***Il futuro dell’Italia***
SE I NOSTRI ANZIANI AIUTANO I GIOVANI
di MATTEO PATRONE

maggio 27, 2010 di Redazione 

Il presidente del Consiglio lo ha detto anche ieri: la nostra spesa sociale è troppo alta. E va tagliata. Per ora non è avvenuto, ma la prospettiva sembra ineluttabile. Eppure se l’Italia ha retto, sul piano sociale, meglio di altri Paesi l’impatto della crisi è proprio grazie alla nostra rete di protezione. Come Berlusconi stesso ha, in parte contraddittoriamente, riconosciuto. Il giornale della politica italiana offre allora un punto di vista diverso, per il quale questa parte della spesa può diventare produttiva e, in questo modo, cessare di essere un costo ed autoalimentarsi. Lo fa con il proprio direttore, puntando, come sempre, a dare il proprio contributo – onesto e responsabile – al dibattito sulla costruzione del domani del nostro Paese. Eccolo.

Nella foto, una signora anziana aiuta una giovane: madre e figlia, ma non necessariamente

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di MATTEO PATRONE

L’Europa sociale si prepara dunque a fare così: ridurre il peso degli Stati. Nel sociale. Tagliare la spesa pubblica. Quella che va in servizi e rete di protezione. Il rischio è che i guasti di un mercato lasciato troppo libero si moltiplichino a causa di questo ulteriore passo indietro della politica europea.

I bilanci non sono più in grado di reggere il peso dell’Europa sociale. O quanto meno questa è la voce più ricca sulla quale l’Europa governata (in larga parte) dalla destra si prepara ad intervenire. Dopo averlo anticipato proprio a Bruxelles, ora il presidente del Consiglio annuncia che l’Italia farà la sua parte.

Ma c’è una possibile chiave diversa con la quale interpretare la necessità di ridurre la spesa e la volontà-necessità di intervenire sul sociale: legare l’assistenza alla produttività. Ovvero trasformare la spesa in investimento. In grado di produrre nuova ricchezza. E di autoalimentarsi.

Il tema principale è, per ciò che riguarda la rete di protezione, quello del lavoro. Nella competizione con Cindia l’Italia è destinata ad un declino ineluttabile se, come abbiamo scritto più volte, non trasforma la propria economia in una economia delle idee che integri l’economia della produzione. Ovvero, l’Italia deve attrezzarsi per diventare il luogo nel quale si concepisce ciò che poi si andrà a realizzare (anche) altrove (in virtù dei minori costi della manodopera).

A questo si accompagna, necessariamente ma virtuosamente, la possibilità di attivare un sistema di formazione permanente che offra alle imprese le risorse umane necessarie a tenere il passo dell’innovazione (delle idee) sul piano della produzione. La rete di formazione permanente, alla quale compartecipino il pubblico e le aziende stesse, può offrire una via d’uscita al problema della disoccupazione e della precarietà del lavoro e – ecco il punto – trasformare le necessarie spese sociali per sostentare chi prima perdeva il lavoro in un investimento.

Legare l’indennità di disoccupazione alla formazione è un modo per continuare a garantire il sostegno economico al lavoratore (ora di nuovo occupato) e contemporaneamente preparare nuova specializzazione, alimentare lo sforzo di innovazione e così assicurarsi maggiore competitività subito e in progressione.

Lo stesso meccanismo può essere applicato, pari pari, alle pensioni di anzianità: oltre ai necessari interventi di adeguamento delle età e tutto il resto si renda comunque necessario per la gestione ordinaria, tutto questo può cessare di essere (solo) un “costo” e trasformarsi in investimento.

I nostri anziani – naturalmente finché le condizioni lo consentono loro – possono diventare una risorsa, nel sostegno ai giovani, innanzitutto, ai quali possono fornire un supporto gratuito sul piano dell’assistenza familiare (quando già non avvenga nella dimensione dello scambio privato). O direttamente nella prima linea del sociale. O, ancora, possono diventare una delle chiavi di volta della stessa formazione. E tutto ciò ridando linfa e significato anche a quella stagione della nostra vita.

Si tratta di una ulteriore rivoluzione copernicana sul piano culturale, prima che sociale ed economico, che può offrire una via d’uscita al problema dei nostri conti senza privarci della rete di protezione sociale.

MATTEO PATRONE

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