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Caro Bersani, no, ancora non ci siamo
Se Pigi frena su innovazione (e primarie) “Il Paese (non le) chiede conservazione” Il “Paese” o cambia prospettiva o muore

maggio 22, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale della ricerca e (appunto) dell’innovazione, come chiave di volta del(la costruzione del) futuro dell’Italia. Come abbiamo scritto più volte, il nostro Paese è destinato ad un declino inarrestabile se non sostituisce (o, meglio, integra) la realizzazione delle idee degli altri con la produzione delle idee (per sé e per gli altri). Una duplice occasione per l’Italia: attraverso (anche, ma non necessariamente) il modello che questo giornale propone (il Paese come grande campus a cielo aperto, fondato su un sistema che abbia al proprio vertice appunto la ricerca e l’innovazione, come lati una (buona) scuola da valorizzare e la formazione permanente, chiave sia per accompagnare-alimentare l’innovazione sia per risolvere, o quanto meno puntellare fortemente, il (problema del) lavoro (precario) nel nostro Paese. Con un’alternanza tra periodi di impiego “classico” e la formazione, appunto, per cancellare completamente la “disoccupazione” e legando allo “studio” l’indennità, che non ha senso venga “regalata” quando può costituire un investimento), attraverso questo modello, dicevamo, ma non solo, l’Italia può vivere anche una profonda «renovazione» culturale, sostituendo i dis-valori di oggi (anche grazie al contributo di una televisione di nuovo pedagogica, come suggerisce lo storico direttore dell’”esplosione” di Raitre Angelo Guglielmi) con (una) cultura (diffusa). Tutto questo porta alla modernizzazione dell’Italia. Tutto questo è ciò di cui il segretario del Pd dice oggi, sostanzialmente, che non è non solo l’obiettivo strategico ma nemmeno una (vera, convinta) priorità del suo partito (o, meglio, della sua segreteria); per una semplice ragione: che il Paese «non lo chiede». La realtà è un po’ diversa, certo la richiesta può non venire dalla stragrande maggioranza degli italiani ma ciò accade solo perché ne manca la cultura (politica) e la consapevolezza (del ruolo decisivo): qualcosa, cioè, che proprio un partito e un suo leader devono offrire, non limitandosi a registrare lo status quo. Perché, Bersani, lo ripetiamo, questa è la via attraverso la quale l’Italia può non solo evitare il declino, ma rilanciarsi come grande Paese, tornando ad essere, magari, nel tempo, la culla della civiltà. Pigi, ascolta il partito, ascolta la base (e anche le forze esterne ai filoni di provenienza: non possono che essere leali, perché sono intimamente Democratiche; ma per dare loro l’occasione di dimostrarlo – per indurle ad esserlo – devi tendere loro la mano). Fallo anche per quello che ci racconta ora Stefano Catone sull’acqua, sul referendum per l’abrogazione della legge che privatizza la gestione del bene pubblico più importante e vitale (è proprio il caso di dirlo) della politica mondiale.

Nella foto, PIerluigi Bersani

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di Stefano CATONE

Ci eravamo lasciati con una serie di amministratori locali del Pd scesi in campo a sostegno del referendum per l’acqua pubblica, mentre la segreteria parlava – e parla tuttora – di una legge di iniziativa popolare (come a prenderne le distanze) e di “simpatia” per i referendari. Beh, a questo punto della storia sembra però che la base stia prendendo il sopravvento, rovesciando la piramide di partito.

In Sicilia, la giunta Cuffaro anticipò addirittura il decreto Ronchi, costituendo nove ATO (Ambito Territoriale Ottimale), dei quali sei sono in mano privata, e che hanno registrato/fatto registrare considerevoli aumenti di tariffe. Il gruppo del Partito Democratico ha sfidato chiaramente il Consiglio regionale proponendo degli emendamenti alla finanziaria, per tornare alla gestione pubblica dell’acqua nella Regione. E ora Lombardo sta andando in questa direzione.

In Puglia, il movimento referendario è già oltre le aspettative, avendo raccolto più firme dell’obiettivo che si era prefissato (117%); una forte spinta, in questa direzione, è stata operata da “Cambia l’Italia Puglia”, i mariniani del Pd, che hanno annunciato l’adesione “in toto a quanto esplicitato dal Comitato regionale ‘Acqua Bene Comune’”, e incalzano la segreteria regionale (a maggioranza dalemiana) perché “rispetto all’acqua e sul referendum sull’acqua pubblica esprima ufficialmente la propria posizione, considerato che molti iscritti al partito, alcuni circoli, parlamentari ed assessori pugliesi aderiscono alla campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua”.

“Ho firmato il referendum contro la privatizzazione dell’acqua - dice del resto lo stesso Ignazio Marino – perché al di là della contingente situazione italiana ho sempre ribadito con forza e convinzione questo concetto, assumendo una posizione netta e precisa”.

Ma, ancora una volta, è la rete a offrire le migliori possibilità, attraverso il tam tam e i blogger. Su Facebook, il gruppo “Anche il PD a favore del referendum sull’acqua pubblica”, fondato solo due settimane fa, conta già più di 4000 iscritti. Uno dei fondatori, Giuseppe Rotondo, sostiene che stia crescendo sensibilmente “la presenza di chi, all’interno del Pd, chiede di cambiare la posizione del partito a livello nazionale sul referendum in difesa dell’acqua pubblica. Moltissimi circoli territoriali di tutta Italia hanno aderito attivamente al referendum, rilevante è il numero di militanti impegnati ai banchetti per la raccolta delle firme”.

E ai banchetti di raccolta delle firme saranno presenti anche i Giovani Democratici, che attraverso un ordine del giorno approvato dalla direzione nazionale hanno invitato il segretario Raciti a sostenere la partecipazione alla campagna referendaria promossa dal Forum “Acqua Bene Comune” attraverso la realizzazione di un’autonoma campagna politica nazionale sul tema dei Beni Comuni”.

I blogger, su tutti Giuseppe Civati (che è anche un autorevole dirigente Democratico, oltre che consigliere regionale in Lombardia e papabile per la leadership nazionale del futuro), che fa sapere avrebbe preferito “si sostenessero i referendum e si precisasse la propria proposta in un breve documento, senza duplicare la raccolta di firme (per la legge di iniziativa popolare promossa dal Pd, ndr). Si è costituita anche una rete di circoli che spingono dalla base e alcune federazioni, come Monza e Pavia, per citarne solo due “dalle mie parti”, hanno promosso ufficialmente la raccolta di firme per i referendum”.

Le iniziative dei dirigenti locali – radicati nel territorio? – la rete, i giovani, una battaglia da sostenere. Se l’altra volta parlavamo di “spaccatura”, questa volta parliamo di “movimento” e di partecipazione. Sarà la volta buona, per gli stanchi elettori Democratici?

Stefano Catone

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