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Diario. L’europeismo della destra (- Lega) Barroso: “Euro, Berlusconi già decisivo” E lui: “L’Europa è la nostra patria futura” (Una) garanzia di apertura e democrazia Isolare le camicie verdi facendo(vi) leva

maggio 21, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. E se a questo punto della Storia, il ritorno dell’Udc nella coalizione di centrodestra – come puntello e futuro (ma non troppo) piede di porco per estromettere dall’alleanza il partito di Bossi, ed isolarlo – fosse auspicabile da parte di tutta la politica italiana (meno i nordisti)? Gli elettori Udc, lo abbiamo visto, sono per il 60% di orientamento conservatore, il che significa che in una coalizione che non fosse di “salvezza nazionale” con Democratici e loro alleati non seguirebbero i propri leader; il terzo polo non avrà spazio ed è in grado di restituire al nostro Paese solo una stagione di consociativismo. Per le stesse ragioni il ritorno dell’Udc a destra può accelerare il processo di maturazione del bipolarismo (verso anche l’approdo finale del bipartitismo, al quale i centristi dovranno arrendersi se non vorranno esserne schiacciati). E ciò determinerebbe un progressivo isolamento e ridimensionamento della Lega che, lo sappiamo, va forte solo quando è in coalizione con il Pdl. E’ una prospettiva che dovrebbe essere cara anche al centrosinistra, che avrebbe modo di recuperare le proprie schegge (impazzite) e accelerare a sua volta verso la nascita del grande Partito Democratico all’americana di cui abbiamo (ri)parlato (nell’era bersaniana) noi per primi, in grado di esercitare una vera vocazione maggioritaria e di aspirare ad essere compiutamente il partito del Paese.

Il giornale della politica italiana è il giornale della politica vera, fatta di visione e scelte concrete per il futuro dell’Italia; ma questa non è politique politicienne. Anche perché per arrivare a tutto questo può essere decisivo (appunto) il fattore-Europa: che è maldigerito dalla Lega, che potrebbe sfruttarne il traino per avere più carte da giocare per ottenere una sempre maggiore autonomia della «regione più ricca (o quasi)» del Vecchio continente, il nord del nostro Paese, come tessera (appunto) del puzzle europeo, ma è schiacciata dalla contraddizione tra la volontà di governare un’area a vocazione continentale e globale e il proprio estremismo regionalista, localista e identitario. E allora, anche alla luce della sensibilità del presidente del Consiglio che conferma le grandi doti di pontiere (almeno al di fuori dei nostri confini; per quanto non si possa ridurre la politica estera ad un gioco diplomatico individuale, questo è vero, e per quanto la diplomazia non possa reggere ad una estremizzazione (para)”servilistica”) e si dimostra, oggi, il capo di governo di destra più europeista dello scacchiere, ne si faccia la prospettiva che mette d’accordo tutti (gli altri) e isola definitivamente il radicalismo leghista. L’Udc, ma anche i finiani, stiano all’ascolto. Il racconto, a partire dalla giornata intorno al ddl intercettazioni, all’interno è di Baffigo.

Nella foto, il presidente del Consiglio (europeo?)

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di Ginevra BAFFIGO

Santoro sta per lasciare la Rai. La Busi abbandona la conduzione del TgUno.
Un popolo in cui convivono tutte le sensibilità della politica italiana trova spazio sulla rete e si costituisce in comunità per gridare forte il proprio “no” ad una legge che definisce “bavaglio”. Scende in piazza, si materializza, perdendo così la sua genetica inconsistenza virtuale, per difendere l’articolo 21 della nostra Costituzione.
A palazzo Madama intanto si continua a discutere il ddl intercettazioni. Il governo procede. Quello che per molti è considerato l’ennesimo giro di vite di questa legislatura, s’ha da fare e si farà, come dimostrano le parole di Angelino Alfano: il ddl garantisce «il diritto a un’informazione ufficiale e trasparente e non il diritto all’acquisizione e divulgazione illecita di atti riservati». Alfano per «ripristinare la verità sugli effettivi contenuti del ddl dato che troppe cose tra quelle che vengono annunciate, dette o temute, non corrispondono al testo in esame al Senato», ribadisce come il provvedimento sia in linea con la raccomandazione del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, il quale « ha ribadito che i giornalisti devono riferire ed effettuare commenti sul sistema giudiziario penale, ma nel rispetto del principio della presunzione d’innocenza, che fa parte integrante del diritto a un equo processo». «Di conseguenza – aggiunge il Guardasigilli – opinioni e informazioni relative ai procedimenti penali in corso, dovrebbero essere diffuse attraverso i media solo se ciò non è lesivo della presunzione d’innocenza dell’indagato o dell’imputato; inoltre, nella raccomandazione, si auspica una informazione regolare nell’ambito dei procedimenti penali di interesse pubblico. Ma questa informazione deve essere fornita dalle autorità giudiziarie e dagli organi investigativi purché ciò non rechi pregiudizio al segreto istruttorio e non intralci i risultati dei procedimenti».
Il ministro, mentre pacato si appella al Consiglio d’Europa, non sembra però sentire la sirena d’allarme di Freedom House, che senza indugi diplomatici oggi alza il cartellino rosso: «La previsione di pene così dure nei confronti dei giornalisti va in direzione opposta all’orientamento prevalente di decriminalizzare i reati a mezzo stampa». E se a questo si aggiungono «i crescenti tentativi del governo di interferire con le politiche editoriali», soprattutto per quel che riguarda le emittenti televisive, possiamo anche abituarci all’idea che i giornalisti ed i lettori di Tonga, la Slovenia, il Mali, l’Uruguay godano di maggiori libertà rispetto a quelli italiani. Il grave punto debole dell’Italia, sostiene da sempre Freedom House, è la concentrazione delle emittenti televisive, possedute o non troppo indirettamente influenzate dal premier: «L’Italia soffre di una concentrazione inusualmente alta – si legge nell’ultima edizione del rapporto – della proprietà dei media, rispetto agli standard europei. Un livello così alto di concentrazione soprattutto nel settore televisivo è fonte di preoccupazione, perché è proprio attraverso la televisione che gli italiani ricevono la maggior parte delle notizie e delle informazioni in genere».

La critica dell’amministrazione Obama. E se la maggioranza si stringe a coorte in difesa della legge, ci sono illustri signori d’oltreoceano, come Lanny Brauer, sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega per la lotta alla criminalità organizzata, che non la pensano allo stesso modo. Brauer, qui nel Bel Paese per la commemorazione di Falcone, spezza una lancia non troppo diplomatica a favore delle intercettazioni, “strumento essenziale delle indagini”, da non indebolire. “Non vogliamo che succeda niente che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l’ottimo lavoro fatto finora”, afferma ancora il vice-sottosegretario Breuer, per poi ricordare l’”ottimo livello di cooperazione” con la giustizia italiana. “Sono cosciente del fatto che contro la criminalità possiamo e dobbiamo fare di piu’”.
Nel pomeriggio queste parole avevano causato un certo disagio, ma in serata é lo stesso Alfano a smorzare la tensione: «C’è piena intesa con Washington su modalità e obiettivi della cooperazione contro il crimine organizzato, come testimoniano i numerosi contatti e incontri a tutti i livelli tra le competenti autorità dei due Paesi. Come confermato da una successiva nota stampa dell’ambasciata americana a Roma, l’esponente Usa non ha inteso in alcun modo entrare in valutazioni di merito sulla legislazione italiana in materia di intercettazioni che ha esplicitamente dichiarato di “non conoscere”».

Le critiche delle opposizioni. Non si può certo dire lo stesso per il Parlamento, dove non solo lo stridere di maggioranza e opposizione è in perenne ascesa, ma dalle file del Pd si promette il ricorso a vecchi stratagemmi: «È doverosa ogni pratica ostruzionistica – tuona Pier Luigi Bersani all’assemblea nazionale – La giusta esigenza di eliminare l’abuso delle intercettazioni e la loro conseguente diffusione, si sta ribaltando in norme che danneggiano gravemente le indagini e mettono un bavaglio all’informazione sconosciuto a ogni Paese democratico». Che questo possa realmente incidere su una monolitica maggioranza quale è l’attuale lascia i più interdetti e dubbiosi. Ma le critiche delle opposizioni mutano in promesse ben più forti se ci si sposta sul fronte Idv: «Se passerà il ddl sulle intercettazioni comprese le norme che prevedono il carcere per i cronisti – dichiara Leoluca Orlando – ci autodenunceremo tutti e chiederemo di essere incarcerati. Siamo tutti giornalisti. Questa è dittatura. Faremo una durissima opposizione senza se e senza ma, comprese azioni eclatanti, ma sempre nel rispetto della legge. L’Europa deve sapere costa sta accadendo in Italia».

E veniamo (proprio) all’assemblea nazionale Pd. Il segretario lancia un appello all’unità. Dopo le varie dispute interne, Bersani sprona il suo partito ad uscire dall’introspezione di questi anni per affrontare i problemi del Paese: “La domanda centrale – dice aprendo alla Fiera di Roma – per me è una sola. Sappiamo metterci all’altezza del nostro compito? Sappiamo metterci in sintonia con i problemi del nostro Paese e organizzarne la riscossa?”. “Per quante sfumature possiamo usare – denuncia con forza – per interpretare le recenti elezioni Regionali, il fatto incontrovertibile è che non siamo ancora riusciti a interpretare il disagio e l’inquietudine profondi che il Paese vive e che si esprimono piuttosto in disamoramento o in radicalizzazione impotente. Da dove prendiamo questo problema? Io dico che non ci aiuterebbe fare dei girotondi su noi stessi. Non ci aiuterebbe discutere solo di noi e con parole che solo noi comprendiamo e che ci allontanano dal senso comune”. “Credo – risponde quindi il leader Democratico – che noi riusciremo a rispondere a quella domanda centrale, credo che troveremo quello che cerchiamo dall’inizio della nostra storia (cioè una più precisa identità, una vera coesione, un radicamento forte, una strada buona per l’alternativa) se ci porteremo direttamente al cuore dei problemi degli italiani e se porteremo lo sguardo all’altezza delle responsabilità che competono ad una delle più grandi forze progressiste europee, quali noi siamo”. Sulla disastrosa dialettica parlamentare di questi mesi Bersani è pronto a voltar pagina e a collaborare. Ma non cede sui presupposti del dialogo: il Pd è pronto a discutere della manovra economica, “a patto che il governo faccia sul serio e ci metta la faccia”. Non basta raggiungere il rapporto deficit-Pil previsto per il 2011, “bisogna alleggerire rapidamente il lavoro, l’impresa e le famiglie e mettere il carico sulla rendita e sulle ricchezze, così come avviene in tutti i Paesi del mondo avanzato, nessuno dei quali, aggiungo, esclude il patrimonio dalla responsabilità collettiva”. Bisogna poi “recuperare evasione” fiscale, ridurre la spesa per beni e servizi della pa, “aprire e regolare i mercati” e “puntare sui piccoli cantieri e sull’efficienza energetica e le reti tecnologiche”.
Sull’aggiustamento dei conti pubblici il segretario Democratico chiede quindi al governo “una vera manovra economica e non l’ennesimo tirare a campare”. Un intervento focalizzato sulla crescita del Pil, “senza la quale non si tengono a posto i conti pubblici”. “Caro Berlusconi, caro Tremonti – invita Bersani – bisogna che vi convinciate che senza un po’ di crescita in più non terremo i conti a posto e alla lunga non convinceremo i mercati perché a ritmi di crescita così bassi il debito non si assorbirà mai”. E di qui la denuncia: “Il Paese ha un problema serio, ben al di là del raggiungimento al 2012 del parametro di deficit. Un problema che riguarda la nostra struttura economica e sociale”.
Il primo ad apprezzare il discorso di Bersani Walter Veltroni: soprattutto la prima parte, quella contenente “l’appello all’unità del partito”. “Una buona base di partenza” chiosa Veltroni. L’appello all’unità “vale per ieri e per oggi. E’ un richiamo sempre valido”, a contrario della conflittualità interna e i personalismi “storico difetto della sinistra e del centrosinistra. Noi abbiamo consumato, in pochi anni, sette leader, mentre quelli del centrodestra sono sempre gli stessi dal ’94 ad oggi. C’è sempre stata una specie di personalizzazione conflittuale alla quale, almeno per quanto mi riguarda, non voglio partecipare”. “Per me contano le idee politiche – rimarca Veltroni, guardando al palco dal quale ha appena finito di parlare Bersani – contano le ispirazioni di un partito che ho contribuito a fondare e che deve essere un partito capace di raccogliere un Paese deluso da Berlusconi e a portarlo al cambiamento, non del governo, ma dell’Italia. Quindi, il richiamo finale all’unità e assolutamente giusto e, lo ripeto, valeva ieri e vale oggi”.

Barroso a palazzo Chigi. Come sanare i bilanci europei minacciati dalla crisi? Bisogna «eliminare l’eccesso di spreco della spesa pubblica». Questa la soluzione proposta dal presidente della Commissione europea Barroso, che in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio lo ringrazia per il ruolo svolto: «L’Italia e il presidente Berlusconi hanno difeso con forza la decisione di dare una risposta unitaria, europea, a questa situazione». Quindi guardando con speranza ad una prossima stagione di riforme delle pubbliche amministrazioni: «Questo è il momento che l’Unione europea e i Paesi membri dell’euro affrontino le problematiche strutturali facendo le riforme che per anni sono state rimandate». Il premier in risposta sottolinea che «è in corso uno sforzo di tutti i governi per ridurre le proprie spese, c’è la piena consapevolezza di tutti di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità». Il premier ricorda la Grecia: «Tutti i Paesi d’Europa hanno dei debiti importanti, e invece di chiudere i bilanci con un margine che consentisse una graduale riduzione del debito, hanno sempre chiuso con un margine di deficit in più che ha aumentato il debito”. In risposta alla febbrile paura del contagio greco “noi abbiamo ritenuto di dare il nostro contributo all’aiuto alla Grecia, da parte di tutti i Paesi dell’euro”. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione europea, l’Eurogruppo, la Bce e le 50 banche private dell’Unione europea “hanno deciso di andare nella direzione dell’aiuto multilaterale”. Di qui la necessità di difendere la moneta unica: per questo, conclude Berlusconi, è necessario «un coordinamento delle nostre politiche economiche tutte tese alla riduzione della spesa pubblica». Infine il premier si diletta in professioni di europeismo: se l’Italia è la nostra patria “di oggi”, l’Europa sarà “quella di domani”.

Ginevra Baffigo

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