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Fini vara i propri (sotto)gruppi (nel Pdl) “Sul programma (virgola) niente agguati” Il sottosegretario Viespoli: “E Berlusconi (ci) lasci in eredità il partito degli italiani”

maggio 13, 2010 di Redazione 

Lo chiamano “comitato di Generazione Italia”, in realtà altro non è che quel coordinamento tra (31) parlamentari (più 4 europei) che fanno riferimento al presidente della Camera che, di fatto, costituisce la concretizzazione della “minaccia” – e il preludio – dei gruppi separati alla Camera e al Senato di cui Fini aveva parlato con il presidente del Consiglio nella settimana dell’esplosione dello scontro. Tuttavia i finiani assicurano: «Non ci saranno sorprese».

Lo dice a il Politico.it anche il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali ed esponente della corrente che fa riferimento all’ex leader di An, intervistato da Attilio Ievolella. Viespoli anzi rilancia, facendo proprio il nostro appello al premier del 23 aprile: «Accetta la dialettica interna e passerai alla storia come colui che ha costruito il partito del centrodestra italiano nel bipolarismo». Prima di tuffarci nell’intervista al sottosegretario, la chiosa, come sempre, del nostro Maurizio Di Bona, nella vignetta di theHand. Buona politica con il giornale della politica italiana.            

La vignetta è di theHand

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di Attilio IEVOLELLA

Per Pasquale Viespoli, 55 anni, una lunga militanza nel Movimento sociale italiano prima e in Alleanza nazionale poi, la costruzione del Popolo della libertà è ancora in corso.


La buriana dello scontro Berlusconi-Fini sembra passata, con una sorta di tregua armata. Lei si è schierato al fianco del presidente della Camera, firmando anche il documento di solidarietà nei suoi confronti. Adesso che si fa?
“Mettiamola così: ho partecipato alla costruzione del Popolo della libertà con convinzione, perché la costruzione di un ‘partito degli italiani’ è da sempre l’obiettivo della destra politica. E oggi, con coerenza, è necessario fare il possibile, anche con momenti serrati di dialettica e di confronto, perché il Pdl sia all’altezza dell’obiettivo”.

L’impressione, però, è tutt’altra, ovvero che la rottura tra Fini e Berlusconi sia sempre dietro l’angolo.
“Le rispondo che stiamo attraversando una fase di tale rilevanza, economica e sociale, per il Paese, che il minimo livello di responsabilità richiede un rafforzamento della stabilità del governo. Di conseguenza, il gruppo finiano sarà sempre leale e non farà agguati, se mi passa il termine, al governo”.

Durerete dunque fino al 2013?
“Sì, il governo deve durare per poter governare fino alla fine del mandato. Se poi non riesce a governare, allora è un altro discorso…

Ma sino ad ora il governo ha governato e ha il diritto-dovere di continuare a farlo per tutta la legislatura. E il percorso, in questo senso, sarà più incisivo soltanto se più incisiva sarà la capacità di accompagnamento del Pdl. Perché un partito debole non aiuta il governo”.

Tuttavia la questione rimane aperta. Quali saranno, d’ora in poi, i rapporti all’interno del Pdl? Il caso Bocchino, “costretto”, a suo dire, alle dimissioni da vicecapogruppo alla Camera, non promette nulla di buono.
“Se davvero c’è qualcuno che crede di utilizzare, all’interno del partito, l’attuale posizione dominante… beh, sappia che avrà solo la capacità di rafforzare le motivazioni della richiesta di maggiore confronto, maggiore dibattito e maggiore qualità politica del (e nel) Pdl”.

Che ruolo giocano in tutto questo gli ex colonnelli di Fini, oggi berlusconiani?
“Guardi, in molti casi si è trattato semplicemente di una presa d’atto, ma resta comunque una circostanza amara, soprattutto di fronte a certe punte di cinismo”.

Quindi, le mosse di alcuni suoi vecchi compagni d’avventura non l’hanno sorpresa?
“Le posso solo dire che le cose, quando accadono, non diventano più belle perché le si immaginavano…. D’altra parte è vero, c’è stato un punto di rottura, che, però, a mio avviso, coincide con una ripartenza, con l’apertura di una nuova fase politica, che può consentire di realizzare pienamente il Pdl come partito nazionale”.

Cosa deve cambiare, dunque, perché ciò accada?
“L’ho già detto in altre occasioni, e lo ribadisco ora: la fase che si è avviata può dare un maggiore radicamento territoriale e strutturale al partito, e questo è l’unico elemento indispensabile per far sì che il partito non coincida con una leadership. E poiché conosco Berlusconi come un politico lungimirante, mi auguro che lui stesso voglia accompagnare questo radicamento proiettando il partito verso il futuro. Peraltro, ogni grande uomo politico ha sempre voluto lasciare un segno, un’eredità, e ciò vale anche, anzi soprattutto, per Berlusconi: ecco, Berlusconi deve pensare alla storia, in maniera da non farsi irretire da quei berlusconiani che badano solo alla cronaca stretta…”.

Veniamo alla politica vera. Fini ha chiesto maggiore attenzione per il suo Mezzogiorno.
“Fini ha posto una questione fondamentale per il Pdl come partito degli italiani: il valore della coesione nazionale come stella polare, un valore che non può essere tradito. E ciò è nell’interesse di tutto il Paese. Per essere più chiari: se non cresce il Sud, non può crescere l’Italia”.

Ma quando si parla di federalismo fiscale, ad esempio, Fini si ritrova su posizioni di nettissima minoranza.
“Guardi, il problema non è Fini, il problema è chi determinate questioni, come la coesione nazionale, non le capisce”.

In ballo c’è anche, anzi soprattutto, la governance della politica economica.
“Da questo punto di vista, la tenuta dei conti pubblici e le scelte di maggiore rigore sono e saranno essenziali, in questa fase. Ciò non può significare, però, che non si debba migliorare nell’azione, con tagli selettivi, con azioni che puntino a una qualità più alta, in campo economico, utilizzando risorse importanti per i settori della ricerca e della innovazione, che rappresentano i cardini per pensare di dare una ripresa all’Italia. E questa è una riflessione che, non a caso, lo stesso Fini sta chiedendo di sviluppare”.

Che voto dà, finora, al ministro dell’Economia e al governo?
“Beh, 8 a Tremonti e 7 al governo”.

Ma a Fini, invece, non ha da muovere alcuna critica?
“Credo meriti un voto eccellente come presidente della Camera. Sul piano politico, mi passi la battuta, deve scusarsi per il ritardo… Perché alcune valutazioni, alcune scelte, alcune iniziative, avrebbe fatto meglio ad assumerle prima”.

Forse anche rispetto alla fondazione stessa del Pdl. Perché, è doveroso ricordarlo, mentre Berlusconi saliva sul predellino per annunciare la nascita del Popolo della libertà, Fini parlava di “comiche finali”.
“Bisogna ricordare che all’interno di Alleanza nazionale c’è sempre stato un retroterra di confronto e di riflessione sulla ‘forma partito’ e sulla necessità di costruire un partito degli italiani. Questo per dire che la valutazione di Fini rispetto alla scena del predellino e le sue scelte successive vanno interpretate in due ottiche diverse: la prima, quella relativa alla forma, al metodo e al gesto; la seconda, quella relativa alla capacità di cogliere l’attimo fuggente, in quella fase, anche tenendo conto che, all’epoca, la forza propulsiva di An non era al massimo”.

Oggi all’ordine del giorno c’è la “rete” di Anemone e il riemergere di una corruzione diffusa. Lei ha vissuto gli anni di Tangentopoli. Oggi la sensazione è che, rispetto ad allora, la differenza la faccia una minore capacità di indignazione.
“Per me, come uomo di destra, il valore della legalità è senza tempo, valeva ieri come vale oggi. Per questo le posso assicurare che esiste, in Italia, il rischio di un affievolimento della tensione morale e della cultura istituzionale, ma, sia chiaro è un rischio legato non solo alla politica italiana ma anche alla società italiana”.

Attilio Ievolella

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