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Diario politico. Se Casini rompe gli indugi Cesa: ‘Oggi azzerati gli incarichi nell’Udc’ Pier: “Sì, nascerà il Partito della Nazione” Ecco spiegato il silenzio post-Regionali
E Fini ora su governo di salute pubblica?

maggio 11, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Il giornale della politica italiana ama la politica vera. E nella partita a scacchi che il leader centrista sta giocando da prima delle Regionali di tutto questo sembra esserci poco. Tuttavia la nascita di un partito (di cui peraltro abbiamo scritto noi per primi) che ha l’ambizione di scardinare il bipolarismo – che, al contrario, il nostro giornale considera necessario per la modernizzazione del Paese – merita l’attenzione che gli dedichiamo. Casini che dunque comincia a sciogliere l’Udc per dare vita, nei prossimi giorni/settimane, al Partito della Nazione. Che coinvolgerà presumibilmente i libdem all’amatriciana di Rutelli. E che originariamente – sin dal nome – era stato pensato per piacere al presidente della Camera. Alcuni osservatori si chiedevano a cosa preludesse l’assenza dal dibattito pubblico del leader Udc dopo il voto di marzo; ora lo sappiamo. Ora noi ci chiediamo che cosa possa significare il silenzio di Fini di fronte alla proposta, evidentemente combinata a questo nuovo passo, di Casini, di ieri, di un «governo di salute pubblica». Ovvero una grande ammucchiata che o preluda all’apertura di trattative a destra e a sinistra per le alleanze in vista del 2013, oppure favorisca proprio la nascita del Pdn, passo successivo al ritorno al centro del baricentro della politica italiana e alla partecipazione alla grosse koalition e magari all’esecutivo di chi poi ci dovrebbe stare. E Monteze- molo sarà in prima persona della partita? Sapremo nelle prossime ore. Il racconto, all’interno, di Baffigo.

Nella foto, Casini e Fini: insieme nel nuovo Partito della Nazione?

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di Ginevra BAFFIGO

Il piano di salvataggio dell’euro, varato nella notte tra domenica e lunedì, incassa i primi positivi risultati – un balzo in avanti delle borse che dà fiducia per il prosieguo, anche se non rappresenta certo la soluzione a tutti i mali -. L’esecutivo italiano ne rivendica il merito. «Il governo italiano esprime piena soddisfazione per la positiva conclusione del vertice di Bruxelles a sostegno dell’euro. Un impulso fondamentale allo sblocco dei serrati negoziati sul piano di salvataggio dell’euro domenica all’Ecofin – recita il comunicato della presidenza del Consiglio – l’ha dato il presidente Berlusconi quando, poco prima dell’1 di notte, ha chiamato al telefono il cancelliere Merkel. Fino a quel momento le trattative a Bruxelles si stavano arenando sulle diverse proposte presentate che non riuscivano a raccogliere il necessario consenso».
Poi il clima, a detta del governo, è cambiato. E «i primi test arrivati questa mattina dai mercati asiatici ed europei dimostrano che l’euro è in ripresa e che il piano di salvataggio è stato ben accolto dagli operatori. Spagna e Portogallo hanno annunciato, come era stato loro richiesto, le addizionali misure anti-crisi. Anche su questo aspetto il presidente Berlusconi ha giocato un ruolo determinante nei suoi contatti con i primi ministri Zapatero e Socrates, sin dal vertice dell’eurogruppo di venerdì scorso a Bruxelles. Continueranno – rimarca palazzo Chigi – i contatti del presidente Berlusconi con gli altri leader europei per monitorare attentamente la situazione dopo il fondamentale accordo di ieri notte a Bruxelles».
Di Pietro non è d’accordo: «Berlusconi oggi, nell’ennesimo delirio di onnipotenza, si è attribuito il merito dell’accordo salva-euro. In realtà l’Italia è la prima mela marcia tra i Paesi membri, ed ha contaminato la stabilità monetaria ed economica dell’Unione europea».

Una linea, quella della presidenza del Consiglio, non contraddetta invece da Giorgio Napolitano: «Nel momento culminante della crisi solo ora arginata, l’Italia ha fatto la sua parte e l’ha fatta nel senso giusto, secondo il ruolo che l’ha storicamente caratterizzata: proporre e sollecitare più Europa, più unità, più integrazione, contro ogni ripiegamento su meschini, indifendibili egoismi nazionali», è il commento del capo dello Stato. «Le decisioni finalmente prese a Bruxelles e a Francoforte per sconfiggere l’offensiva contro l’euro e a prestare valide garanzie a tutela non solo della moneta unica ma dell’economia europea e delle sue esigenze di sviluppo – prosegue Napolitano – costituiscono un importante motivo di fiducia nel futuro dell’Europa e delle sue istituzioni comuni. Dopo molte esitazioni e resistenze, che hanno provocato dannosi ritardi e pesanti perdite di prestigio si è aperta una strada di più efficace integrazione lungo la quale c’è ora da procedere speditamente».
Anche dalla Farnesina arrivano parole di «grande soddisfazione per il ruolo, la leadership Ue e il buon lavoro fatto e quindi anche per le conseguenze immediate, con le borse europee che sono volate in alto». «La Ue – dice Frattini – ha giocato da protagonista, come ci aspettavamo, chiedendo rigore sui conti pubblici a tutti gli stati, dal primo all’ultimo», e «l’Italia, la Francia e la Germania», rimarca ancora il capo della diplomazia italiana, «hanno lavorato in modo perfetto, in stretto coordinamento fra loro, incoraggiando gli altri Paesi a fare passi avanti». Un passo considerevole lo ha di certo fatto il Fondo monetario internazionale versando un contributo pari al 50% di quello europeo, «che ha portato il pacchetto a 750 miliardi di euro». «È una cifra ragguardevole», la giudica il nostro ministro degli Esteri. Dello stesso parere Emma Marcegaglia. Ma «siamo arrivati molto vicini al baratro, noi vediamo con grande soddisfazione i risultati di ieri notte, è importante che alla fine per quanto in extremis i capi di governo abbiano trovato un accordo nell’andare avanti a sostenere l’euro. Se non ci fosse stata questa decisione avremmo rischiato moltissimo la dissoluzione dell’euro e dell’Europa, questo sarebbe stato pagato moltissimo dai cittadini e dalle imprese».

Cei: nì al federalismo fiscale. Nessun pregiudizio nei confronti del federalismo, «previsto tra l’altro dalla Costituzione», ma bisogna ripensare, secondo i vescovi italiani, a «come vivere la solidarietà all’interno del Paese».
Nessun pregiudizio, ma molta preoccupazione dunque: il sistema fiscale «è l’architrave» del processo federalista ma così come è stato pensato rischia solo di aggravare il centralismo, dimenticando ancora una volta la sussidiarietà ed il decentramento dei poteri sul territorio nazionale. La critica, esposta nel documento preparatorio delle prossime “Settimane sociali”, è stata oggi divulgata nelle sedi di Radio Vaticana dal presidente del comitato organizzatore delle Settimane sociali, monsignor Arrigo Miglio. Già nel documento sul Mezzogiorno, pubblicato in febbraio, la Cei aveva espresso le proprie perplessità in merito al federalismo, in specie quello fiscale. Ora il documento. «Abbiamo a che fare con politiche di riforma caratterizzate da elementi di incertezza a metà strada tra un funzionale compromesso fra principi di uguale valore e la produzione di decisioni-manifesto, spendibili sul piano del consenso ma fragili sul piano dell’architettura istituzionale e del tasso reale di innovazione». E’ perciò «opportuno» meditare su «dualismi e differenze territoriali del Paese» evitando «effetti perversi» quali «il federalismo da abbandono». “Abbandono” è una parola che ricorre nel documento, dove non manca il tema dell’integrazione: «Il riconoscimento della cittadinanza da parte dello Stato italiano è solo una condizione, certo necessaria ma non sufficiente, per una piena interazione/integrazione delle seconde generazioni nella società italiana – scrivono i vescovi – Riconoscere e far rispettare i diritti dei figli dell’immigrazione è infatti una responsabilità collettiva che investe tutte le istituzioni e tutti gli individui».

Moratti: «Clandestinità è reato». Immigrazione e integrazione sono temi che oggi tornano nelle università, non solo nelle sedi di Radio Vaticana. “Per un’integrazione possibile”: questo il convegno all’Università Cattolica di Milano durante il quale Letizia Moratti è tranchant: «I clandestini che non hanno un lavoro regolare normalmente delinquono». Il sindaco è categorico: «La clandestinità è un reato: un clandestino colto in flagranza non può essere espulso se ha altri processi in corso. Per rendere efficace il reato di clandestinità occorre assorbirlo in altre fattispecie di reato» in modo tale da rendere effettiva l’espulsione.
Moratti cita il caso di via Padova, quartiere multietnico infiammato da uno scontro tra immigrati: «Casi come via Padova a Milano – ricorda – ci sono e ci possono essere anche in altre situazioni». Il rispetto della legalità è il presupposto, ma poi non mancano politiche di sostegno all’integrazione, sostiene ancora il sindaco: «Noi sosteniamo tutti gli stranieri regolari che intendono avviare percorsi di integrazione».
Poi la precisazione: «Io non ho detto che chi è clandestino è criminale – è la versione della Moratti – ho fatto presente che il Comune di Milano sta portando avanti una politica fatta di assistenza, solidarietà, integrazione, con tantissimi fondi dedicati a questo percorso di sostegno e aiuto a chi nel nostro Paese ha scelto di vivere in maniera regolare».
Poi è la volta di Roberto Maroni: «Ci sono dei rischi anche nelle nostre città che avvenga ciò che è avvenuto nelle banlieue parigine. È per questo che è importante avere effettuato questa ricerca. È utile perché dà dei suggerimenti su cosa fare per prevenire questi rischi». La soluzione che propone il ministero dell’Interno è quella di un maggior rigore. «A Verona il rigore contro l’immigrazione clandestina è massimo. Rispetto delle regole e rigore significa anche possibilità di integrare meglio».
Integrare meglio, integrare di più. Un monito che riecheggia nelle parole di monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti: «In un Paese come l’Italia, che ormai conta un buon numero di immigrati e si confronta con una forte pressione immigratoria è sempre più urgente l’attuazione di progetti per l’integrazione». «I tristi fatti di via Padova, così come altre vicende, accadute in Italia negli ultimi mesi – aggiunge il prelato – pongono grandi interrogativi sulla gestione dell’immigrazione in zone periferiche già a rischio».
L’integrazione deve passare sui banchi di scuola, fondamentali sono i principi, quali la democrazia la giustizia la legalità, da trasmettere alle generazioni, «ma – aggiunge Vegliò – sono importanti anche nuovi investimenti sul tema della cittadinanza e della partecipazione, sulla preparazione di educatori, sulla mediazione culturale e su quella sociale. Vi è necessità di una nuova politica fiscale, della casa, dell’accompagnamento e della sicurezza sociale, della tutela della salute e della vita di tutti».

Fede contro Saviano. «Ci sono state polemiche anche su Roberto Saviano. Sempre lui. Ma non è lui che ha scoperto la lotta alla camorra, non è lui il solo che l’ha denunciata, ci sono registi e giornalisti come lui… e che sono morti. Lui invece è ancora protetto, superprotetto». Emilio Fede attacca così l’autore di Gomorra.
Dopo quello di Berlusconi arriva ora l’affondo del direttore del Tg4. «Non se ne può più di sentire che lui è l’eroe – continua Fede – Qualcuno gli ha pure offerto la cittadinanza onoraria… di che cosa? Non si capisce. Ha scritto libri sulla camorra e l’ha fatto tanta altra gente, senza andare sulle prime pagine, senza fare tanto clamore. Senza rompere… Senza disturbare la riflessione della gente. Un Paese come il nostro è contro la mafia, non c’è bisogno che ci sia Roberto Saviano».

Partito della Nazione. Annullati gli incarichi in casa Udc. Lorenzo Cesa lo ha annunciato oggi: azzerati gli incarichi dell’esecutivo nazionale del partito in vista della nascita del Partito della Nazione. «Non potrà essere il restyling dell’Udc – spiega invece Casini – Deve essere qualcosa di profondamente diverso. Il gesto di oggi di Cesa di azzerare gli incarichi è la dimostrazione che si vuole fare sul serio per interpretare un sentimento nazionale diffuso. C’è bisogno di ricostruire un sentimento nazionale».?? E Gianfranco Fini? Aderirà? Caustica la risposta di Casini: «Chiedetelo a lui, non a me».

Ginevra Baffigo

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