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Casini: “Ora governo di salute pubblica” Ma è sano solo un bipolarismo moderno

maggio 10, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale dell’onestà e della responsabilità. La responsabilità, in particolare, consiste nella capacità di agire nell’interesse del Paese, possibilmente di tutti gli italiani – nello stesso momento (il che non significa, naturalmente, non riconoscere un – inevitabile – ordine prioritario agli interventi, che deve però discendere da questo obiettivo e non dall’obiettivo di favorire gli interessi di una data parte). E’ evidente che oggi tutto questo è completamente assente dal nostro scenario: la politica italiana è del tutto autoreferenziale, ovvero non solo rappresenta specifici interessi ma, spesso, addirittura il proprio, venendo meno anche alla funzione di rappresentanza (appunto) popolare. E tuttavia, a ben guardare, siamo sulla strada che porta a quella possibile opzione: il bipolarismo, oggi mal funzionante, grazie ad un progressivo consolidamento, alla futura uscita di scena del presidente del Consiglio (oggettivamente fattore di destabilizzazione o di deviazione della nostra politica e del bipolarismo stesso, che pure ha contribuito in modo decisivo ad avviare) e alla comune reazione (a questo)-tensione alla responsabilità di parti (o della totalità) di entrambi i partiti maggiori (a destra è evidente che il riferimento è alla proposta di Gianfranco Fini), il bipolarismo, dicevamo, per tutto questo tende naturalmente (e in maniera imprevista) alla propria maturazione, ed è possibile che nel (prossimo) futuro potremo avere anche nel nostro Paese una dialettica appunto matura tra due parti che, seppure da punti di partenza e con qualche interesse specifico differenti, tenderanno a fare il bene di tutti. Una condizione naturale, in qualsiasi Paese democratico occidentale, che tuttavia noi non abbiamo ancora avuto la fortuna di conoscere. Un autorevole osservatore faceva notare, nei giorni scorsi, come in Inghilterra stia finendo, o comunque sia in crisi, proprio questa fase-modello che noi dobbiamo ancora addirittura cominciare. In questo quadro ogni tentativo di fuoriuscita dal bipolarismo, come quella surrettiziamente proposta da Casini, non va nell’interesse dell’Italia ma in quello di una parte, seppure terza, seppure centrista, che non ha oggi nel nostro Paese lo spessore – che ha avuto altrove, ma anche da noi, in altre fasi storiche – che le consentano di rispondere a questo bisogno al di fuori della concorrenza tra due poli, conditio sine qua non per arrivare a quella tensione, comune, alla responsabilità, e per evitare il consociativismo e la stagnazione di una politica italiana ferma e non dina- mica. Ci dice la sua, a questo proposito, Massimo Donadi.

Nella foto, Pierferdinando Casini

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di MASSIMO DONADI*

Un governo di salute pubblica. Certo, bisogna ammettere che nei titoli Pier Ferdinando Casini ci sa fare. Riesce sempre a trovare nomi molto suggestivi a idee che definire strampalate è poco. Strano che l’abbia fatto ieri che era il 9 maggio. Di solito, Casini, perfetto erede della scuola Dc, spara queste idee meravigliose ad agosto, quando il dibattito politico langue, per via dell’afa ferragostana, e serve uno scossone di quelli utili, però, a inchiostrare i titoli dei giornali del giorno dopo.

La salute che ha in mente Casini, in realtà, è quella sua, non certo quella dell’Italia. Perché si dovrebbe, secondo il leader dell’Udc, dar vita ad una mostruosità del genere? La spiegazione è kafkiana. Un governo di salute pubblica è l’unica via d’uscita, secondo il leader dell’Udc, all’egoismo dei partiti i quali, per interessi personalistici e di bottega, non metteranno mai da parte il proprio tornaconto personale, per fare le riforme che servono al Paese. Se Casini riflettesse anche solo per un istante su questo, capirebbe da sé che Kafka gli fa un baffo. Casini è palesemente affetto dalla sindrome dei due forni, quella rara malattia che, per via di uno stato di coscienza alterato da una concezione ipertrofica di se stessi, lo porta a non guardare oltre il suo naso e a confondere il bene della nazione con quello del suo orticello personale. Solo chi non ha davvero a cuore l’interesse del paese ma il proprio tornaconto personale può pensare di tirare fuori dal cassetto una ricetta che puzza di naftalina e di vecchi arnesi lontano un miglio.

Pensare ad una soluzione del genere, antiquata ed anacronistica, significa non solo tradire gli elettori ma svuotare di senso la democrazia, che si fonda su un Parlamento e su una maggioranza democraticamente eletti e che, finché ci sono, hanno il diritto ma soprattutto il dovere di governare e di fare le riforme. Se vengono meno governo e maggioranza, non ci sono governi ogm da costruire in laboratorio, o nelle segrete stanze dei palazzi. Ci sono nuove maggioranze da stabilire chiamando i cittadini ad esprimere la loro preferenza. I trucchetti per tenersi la poltrona o averne una più grande e comoda non fanno rima con democrazia.

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori

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