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Castagnetti, oggi si ricorda Aldo Moro
Lui avrebbe “conciliato” per i giovani

Da franceschiniani ‘minacce’ di scissione Ma il Pd non è né vostro né di D’Alema

maggio 8, 2010 di Redazione 

La due giorni di Area democratica, corrente veltronian(?)-popolare del Partito Democratico, ha avuto il merito di elaborare proposte «moderne e coraggiose» per il futuro dell’Italia prima che per loro stessi. In particolare attraverso la relazione del suo leader attuale (che il giornale della politica italiana vi racconta, ora, con Andrea Sarubbi). Che non ha mai minacciato (ci mancherebbe, da ex segretario) di lasciare il Pd. Ma qualcun altro lo ha fatto (per lui? Non va dimenticato quanto Castagnetti sia vicino, anche come ex competitore e poi nuovo mentore alla guida dei Popolari, al segreDario). E l’aria che si respirava era quella di chi è davvero determinato ad andare fino in fondo. Se. Il punto sta proprio qui. La gestione di D’Alema, prima che di Bersani, del Pd risente probabilmente della vecchia concezione dalemiana del Partito Democratico (allora ancora di là da venire), un partito che unisca tutti i socialismi prima che i riformismi. Aveva provato a farlo con Giuliano Amato, salvo fallire. Perché il progetto non aveva respiro e non era lungimirante. L’esatto opposto di quello (vero) del Pd, che tiene conto della specificità italiana e guarda al futuro. E’ una gestione che non fa bene ai Democratici. E quindi al Paese. Ma è, appunto, una gestione. Può darsi sia condita di prove muscolari e di conventio ad excludendum che irritano (apposta o meno, non è dato sapere) la componente di minoranza (? Rappresenta, se si sommano i voti della mozione Marino, rispetto alla quale quella franceschiniana è per molti aspetti sovrapponibile, il 48% dei Democratici). Ma resta una gestione. Ovvero il modo in cui la parte di Pd che ha ricevuto il mandato di governarlo per i prossimi anni sceglie di condurla. Non è il Pd. E non fa finire il Pd. Non dovrebbe farlo finire. Perché le gestioni, come i risultati delle elezioni, si accettano. Chi perde non può rimettere in discussione l’intero progetto. Fa la sua battaglia ma non mette in discussione le fondamenta. Questo è un vizio delle componenti della politica italiana che hanno una visione autoreferenziale, per certi versi poco responsabile delle necessità del Paese, come, per dire, nel caso di altri che hanno lasciato quel partito. Serve a chi lo fa, forse – forse – ma non al Paese. Anche perché tutto questo è figlio solo del mancato rinnovamento dentro un partito nuovo che è però nato con classi dirigenti vecchie. Ancora – tutte – legate al ’900. Ma siamo nel nuovo secolo. Che è dei giovani (di oggi). Che si sentono tutti – a parte quelli che costituiscono le corti delle leadership(?) attuali – Democratici. E basta. E governerebbero (governeranno) il Pd senza guardare alle tessere novecentesche di ciascuno. E’ di queste persone il Partito Democratico. Né D’Alema né Castagnetti hanno il diritto di mettere in gioco una cosa che non appartiene loro. Se lo faranno, si prenderanno la responsabilità di tradire, e non di confermare, l’eredità storica di chi li ha preceduti, che molto prima di loro aveva concepito questa prospettiva, e non comprenderebbe mai venisse messa in discussione per qualche (politicamente sciocca, perdonateci) forma di autoreferenzialità. Il racconto della relazione di Franceschini, nella sua parte di (grande) valore, quella propositiva, per il Pd, per il Paese (e non per il nuovo partitino del 4% e per i suoi “protagonisti”), firmato Sarubbi. All’interno.

Nella foto, Aldo Moro

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di ANDREA SARUBBI*

Vista da fuori, la riunione di Area Democratica a Cortona può sembrare il sindacato di chi ha perso il congresso, ma vista da dentro è la speranza di un Pd ancora vivo. Non che quello attuale sia morto, ma sarei disonesto se dicessi che è il Partito democratico che sognavo quando ho accettato la candidatura in Parlamento. C’è un passaggio della relazione di apertura di Dario Franceschini che spiega molto bene le mie perplessità attuali: è quello in cui chiede di cambiare passo, perché non si può vivere in difesa.

“Non dobbiamo dimenticare mai di essere un partito nato per avere dentro le speranze e le attese della società italiana nel suo complesso, senza antichi ed esclusivi blocchi sociali di riferimento, senza delegare a nessuno la rappresentanza di interessi, ceti o segmenti elettorali, verso il centro o verso la sinistra. (…) Non è tempo di ordinaria amministrazione e di tranquillità. Viviamo un tempo che richiede visione e coraggio. (…) Purtroppo dalle elezioni politiche del 2008 in poi, da quando è sembrato che si smarrisse la spinta propulsiva delle primarie del 25 ottobre e che inesorabilmente tornassero vizi e pigrizie, abbiamo perso grande parte di quelle energie fresche ed entusiaste, sia tra gli elettori che tra i militanti, che avevano creduto in un partito nato per cambiare tutto. (…) Questo è il tempo di un riformismo coraggioso. Perché senza coraggio non ci può essere cambiamento. E sappiamo tutti che nessun cambiamento vero può essere indolore. (…) Quando dimostreremo di voler cambiare davvero questo paese, la forza di scontrarci con poteri e interessi forti, di rimettere in discussione tutto, anche ciò che per i nostri mondi di antico riferimento è comodo e rassicurante? (…) Non possiamo dare l’impressione di essere quelli che giocano solo in difesa, nemmeno aspettando la possibilità di un contropiede, ma sperando solo in un autogol degli avversari che ci faccia vincere. Noi difendiamo tutto. Sempre battaglie nobili e giuste ma difendiamo sempre: la Costituzione, l’articolo 18, la stampa, l’autonomia della magistratura, i sindacati, il parlamento e così via. Non dobbiamo rinunciare a queste battaglie, ma o riusciamo a spiegare che noi siamo nati non per difendere l’esistente ma per cambiare il paese o non avremo più con noi le truppe per vincerle, quelle battaglie nobili. (…) Cambiare l’Italia, non difenderla dai cambiamenti. (…) Dobbiamo liberare la società italiana, sprigionare energie, non proteggere rendite di posizione. (…) Anche qui dobbiamo essere capaci di fare battaglie giuste senza chiederci troppo se ci costeranno in termini di consenso, se verranno capite dai nostri tradizionali mondi di riferimento, se sono troppo moderate o troppo di sinistra”.

Franceschini ha fatto diversi esempi: dal lavoro alla mobilità sociale, dalle pensioni a quell’idea di un Erasmus interno che io vorrei tradurre in un progetto di legge. Se vi interessano, e sono davvero interessanti, vi consiglio di leggere il testo integrale; io mi soffermo solo un attimo sull’idea di fondo, quella di giocare all’attacco. Perché la difesa migliore del campionato, lo dice la parola stessa, ce l’hanno i conservatori: noi, che ci definiamo riformisti, siamo condannati a fare gioco, a provare schemi, a tirare in porta. Se no, ragazzi miei, lasciamo perdere.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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