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Napolitano fa suo allarme lanciato da noi “Se ora la crisi può generare terrorismo” Rosadi ci ricorda stragi nere di 30 anni fa

maggio 8, 2010 di Redazione 

Lo ha scritto per primo il giornale della politica italiana. La fine della coesione sociale, avevamo detto con Lerner, rischia di alimentare nuove forme di tensione e di violenza, sulla falsariga di quello che – nell’eccezionalità di una crisi di Stato e dunque con le peculiarità del caso, anche alla luce della storia (più) recente del Paese – sta avvenendo in Grecia. Oggi, nella giornata della memoria per le vittime, appunto, del (nostro) terrorismo il capo dello Stato dice le stesse cose: la crisi economica può generare nuove tensioni, e «bisogna (dunque) tenere sempre alta la guardia contro il riattizzarsi di nuove possibili tentazioni di ricorso alla protesta violenta, e di focolai non spenti di fanatismo politico ed ideologico». Il giornale della politica italiana fa come sempre un’operazione (anche) culturale, scegliendo di anticipare questo rischio e contemporaneamente di ricordare le persone cadute per il furore ideologico di pochi (?) raccontando con la sua grande firma – profondo conoscitore e studioso delle nostre vicende storiche – due di questi “episodi” che si verificarono, peraltro, proprio in maggio. «Un lontano maggio di trentasette anni fa»: le stragi di via Fatebenefratelli e di piazza della Loggia. “Buona” (si fa per dire) lettura.

Nella foto, il presidente della Repubblica

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di MARCO ROSADI

Accadde un lontano maggio di trentasette anni fa. Era il tragico seguito delle cosiddette stragi di Stato: una storia di corpi dilaniati, di primi attori e di comparse fin troppo visibili, fin troppo nascosti; una macelleria programmata dall’intreccio di Stato e Antistato. Due attentati fascisti su cui, da subito, scese l’ombra inquietante di coperture politiche e depistaggi.

Furono l’agghiacciante proseguimento della strategia della tensione, dei foschi “ludi gladiatorî” aperti dalla bomba di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, e chiusi dagli attentati del 1993, sempre a Milano, in via Palestro, e a Roma, a San Giovanni e San Giorgio al Velabro. La sanguinosa spirale nera aveva lo scopo di arrestare l’avanzata elettorale delle sinistre, vero incubo dell’estrema destra e di quella moderata e presidenzialista.

Si commemorano le dodici persone che, tra il maggio 1973 e il maggio 1974, persero la vita negli attentati di Milano e di Brescia. Campi lunghi e medi, carrellate e primi piani d’orrore tornano da un passato che grida verità e giustizia. È un flashback declinato al presente.

Milano, 17 maggio 1973, via Fatebenefratelli, ore 11 del mattino. Di fronte alla Questura è in corso la cerimonia per ricordare Luigi Calabresi (ammazzato l’anno prima da criminali “vindici” dell’estrema sinistra). A rappresentare lo Stato c’è il ministro Mariano Rumor. Il capo del dicastero degli Interni scopre il busto intitolato al commissario, poi sale in auto e riparte. Vicino all’ingresso della Questura si vede ancora un gruppo di persone.

Esplode un ordigno. A terra restano quattro corpi senza vita. I feriti sono cinquantadue. Nel telegiornale Rai, l’immagine di una vittima, una ragazza che sembra dormire su di un fianco. Arrestano l’autore dell’attentato. Il suo nome è Gianfranco Bertoli. Com’è già accaduto per la strage della Banca dell’Agricoltura, la stampa che fa opinione parla di pista anarchica.

Forse perché Bertoli intorbida le acque. Afferma di essere anarchico, ma ciò è falso. È stato invece un collaboratore neofascista del Sifar (un fedele servitore dello “Stato parallelo”, insomma). Dichiara che il suo obiettivo era il ministro democristiano, persecutore di “fratelli” anarchici. Quando lancia l’ordigno, l’auto ministeriale è già lontana…

Brescia. Un anno dopo. Piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Gli orologi segnano le dieci. Sindacati e comitati antifascisti manifestano contro l’escalation di attentati che terrorizza e lacera il Paese. Qualcuno ha imbottito d’esplosivo un cestino per i rifiuti, in un punto della piazza. Un boato improvviso. Muoiono otto persone, ridotte a brandelli. Novantaquattro rimangono ferite. La matrice è neofascista e golpista: le organizzazioni di estrema destra Mar e Ordine nero, i servizi segreti deviati…

L’inchiesta trova il solito muro di gomma: sviamenti delle indagini (prove date alle fiamme?), “supertestimoni” eliminati e altri che, grazie a influenti “soccorritori”, prendono il volo verso l’ospitale Grecia dei colonnelli. «Forse, in un Paese dove fosse esistita una vera legalità democratica ci si sarebbe dovuti sorprendere se “alte personalità” avessero fatto fuggire un eversore in odore di terrorismo». Lo scrive Gian Pietro Testa nella sua “Storia dell’Italia delle stragi”.

Accadde in Italia, in un lontano e terribile maggio di trentasette anni fa. E la scia di terrore e di corpi straziati non risparmiò neanche il treno “Italicus” e la Stazione di Bologna. All’inizio degli anni novanta del Novecento, il crescendo di morte diverrà un piano eversivo politico – affaristico – mafioso. Il tritolo farà tacere per sempre i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Rimane lo spaventoso bilancio di centosettanta morti e oltre 700 feriti, e la fiduciosa domanda di verità che ancora sale dai famigliari delle vittime. «Si dice che la verità trionfa sempre, ma questa non è una verità». Lo notò un grande scrittore russo.

MARCO ROSADI

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