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Chi ha vinto le elezioni Gb? Il nostro Pd
Perché le terze forze non trovano spazio E pure impediscono una sana alternanza
Da noi c’è la soluzione: Labour + Libdem Ora tendere al bipartitismo all’americana

maggio 7, 2010 di Redazione 

Primo partito i Tories che non hanno però la maggioranza dei seggi. Flop di Clegg a fronte di sondaggi che lo davano almeno avanti ai laburisti e prova vivente che la politica mondiale chiedesse una terza forza, da non confondersi con la terza via. Ma il bipolarismo, sostanzialmente, ha retto. Solo che così è bloccato. Negli anni i libdem avranno sicuramente modo di crescere, ma – qui sta il punto – è questo di cui ha bisogno la Gran Bretagna? Una (nuova, in Gb, solita, da noi) stagione di consociativismo? Noi crediamo di no; anche perché tutte le democrazie del mondo che funzionano si basano su un bipolarismo compiuto, che non prevede terze opzioni. Quelli più efficaci hanno invece già dato risposta alla richiesta, questa sì, di un rinnovamento delle due proposte in campo. Obama in America rappresenta prima di tutto la modernità. Non a caso Clegg era stato paragonato a lui. E Obama è saldamente Democratico, non pensa di rappresentare una terza opzione che non c’è. Nel nostro Paese, in realtà, ci troviamo già ad un buon punto di cottura: come questo giornale ha già avuto modo di scrivere (per primo), la strada tracciata da Berlusconi nel ’94, dalla nascita del bipolarismo (pure malfunzionante, ma non per ragioni intrinseche, bensì contingenti e dovute ad uno scarso livello di maturità – del bipolarismo, e non solo) e del suo ri-lancio in avanti con la nascita prima del Pd e la perfetta risposta del Pdl, a sua volta rafforzata – e non minata – dalla nuova dialettica interna inaugurata da Gianfranco Fini, porta dritti al bipartitismo all’americana. Obietterete: ma in Italia ci sono anche altre sensibilità. No, sono rappresentanze di interessi (spesso della politica italiana autoreferenziale, più che di parti di Paese) che bloccano la (sua) modernizzazione. E’ necessario assumersi la responsabilità delle sintesi in nome della governabilità. E questa responsabilità si traduce nel bipartitismo. Il Pd compia (dunque) il proprio percorso – era nato per essere il corrispettivo italiano del Partito Democratico americano – aprendo ai socialisti radicali di Vendola, ai Radicali tout court, al ritorno – in questa chiave, può avvenire, anche alla luce della “lezione” inglese – di Rutelli e dei libdem all’italiana, approdi ad una reale, e libera, democrazia interna libera dai blocchi e dagli schemi del passato, e diventi il partito della modernità progressista. Fini sta già facendo la sua parte per modernizzare la destra. Il futuro della politica italiana è questo qui. Solo così si potrà procedere, in una democrazia dell’alternanza sana (le parole in quest’ordine), ad una modernizzazione del Paese alla quale tenderanno sia i Democratici, sia i Repubblicani. Il servizio invece sulle elezioni inglese-e-basta, all’interno, è di Nicolò Bagnoli.                      

Nella foto, Nick Clegg: «Questa è la soluzione(?)»

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di Nicolò BAGNOLI

Ma chi ha vinto, alla fine? E’ questo l’interrogativo che gli analisti inglesi si pongono il giorno dopo le elezioni politiche che hanno visto arrivare primi i Tories di David Cameron, che sono il partito di maggioranza relativa con 305 seggi ma non possono teoricamente governare perché la maggioranza richiesta a Westminster è 326 seggi. I Labour del premier uscente Gordon Brown perdono 94 deputati rispetto alla precedente legislatura e raggiungono quota 255. La prassi vuole che in assenza di maggioranza assoluta, in caso quindi di “Hung Parliament” (Parlamento appeso), sia il primo ministro uscente a tentare di formare il nuovo governo. I numeri però lo scoraggiano: i laburisti tenteranno di trovare l’accordo con Nick Clegg, leader dei Liberaldemocratici vera delusione di questa tornata elettorale con i loro 61 seggi. La matematica è impietosa, perché insieme arrivano a 316 seggi, sempre lontani da superare il quorum. Trovare l’accordo con i partiti minori è difficile. Quindi che succede?

Per Clegg il diritto a (tentare) di governare spetta al leader del partito di maggioranza relativa, quindi a Cameron. Ma prima di provarci con i Liberaldemocratici, cercherà un accordo con gli Unionisti dell’Irlanda del Nord. Eppure i Laburisti tenteranno il tutto per tutto: “Il Paese ha bisogno di un governo forte e stabile”, ha detto Brown. “Non credo ci siano problemi se si cerca di dare al Paese un governo”, ha aggiunto in un’intervista alla Bbc il ministro del Commercio (e numero due del governo uscente) Peter Mandelson. Concorde il collega dell’Interno Alan Johnson: “Se la volontà del popolo è che nessun partito abbia la maggioranza assoluta, è nostro dovere comportarci da uomini politici adulti e maturi. Penso che abbiamo parecchie cose in comune con i Liberaldemocratici”. Ovviamente non è d’accordo Cameron.

Prima il suo portavoce sostiene sia stata “una vittoria decisiva per i conservatori e un chiaro no ai laburisti. Con questo risultato possiamo governare”, mentre per lo David “emerge chiaramente che il Paese ha bisogno di un cambiamento e un cambiamento richiede una nuova leadership”.

Il terzo sfidante, Clegg, ammette la delusione elettorale: “E’ stata una serata deludente, dopo una campagna piena di ottimismo e speranza”.

Intanto c’è polemica sull’esclusione dal voto di centinaia di elettori rimasti in fila per ore senza alla fine poter votare. Ipotizzabili ricorsi da parte dei candidati sconfitti con stretto margine. L’incertezza, la probabile instabilità politica hanno avuto effetti anche sulla sterlina, che affonda: il pound è sceso in tarda mattinata sotto la soglia di 1,45 dollari (non accadeva dall’aprile 2009) toccando quota 1,4473 dollari per poi andare, dopo le dichiarazioni di Clegg, sopra 1,4630 dollari. Si prevedono giorni difficili per l’Inghilterra; vista la crisi che sta attraversando l’Europa, forse si può dire che queste elezioni le hanno perse tutti.

Nicolò Bagnoli

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